• EDITORIALE

Indipendenza editoriale, questa sconosciuta

La successione al Corriere della Sera, da cui esce de Bortoli per lasciare il comando a Fontana, è l'ennesima dimostrazione che gli editori continuano a dare la priorità, nelle loro scelte, a criteri estranei al giornalismo. Prevale la logica dei veti incrociati e la scelta di un direttore più per fedeltà che per spessore.

De Bortoli

Ieri il nuovo consiglio d'amministrazione del gruppo Rcs ha nominato il successore di Ferruccio de Bortoli, che dopo 6 anni ha lasciato per la seconda volta la direzione del Corriere della Sera. A raccogliere il testimone è Luciano Fontana, che per tutta la durata della direzione de Bortoli è stato condirettore e ha costantemente affiancato il direttore nel confezionamento del prodotto editoriale.

Il nome di Fontana non entusiasma di per sé, trattandosi di un giornalista con una cultura e un'impronta ideologica ben nota (ha iniziato a fare il giornalista all'Unità e non ha mai fatto mistero della sua provenienza dal mondo comunista e comunque di sinistra) e con una scarsa visibilità. Ma non è questo il punto. Il Corriere in vent'anni ha avuto solo tre direttori (Mieli e de Bortoli, che si sono avvicendati più volte, con la breve parentesi di Stefano Folli) ed è sicuramente positivo che emerga una figura nuova, giovane, ma non giovanissima, diversa da quelle dominanti fino a ieri.

Il nodo è invece il meccanismo di nomina del direttore e la procedura seguita in quest'occasione. Che senso ha "dimissionare" de Bortoli con nove mesi d'anticipo per poi sostituirlo con la sua "spalla"? Non sarebbe stato più logico chiedere al direttore uscente di farsi da parte fin da subito e dare fiducia a un condirettore la cui nomina oggi appare invece come una soluzione disperata e di ripiego?

Dopo mesi di irritante "toto-nomi" (nella girandola sono finiti Mario Orfeo, Carlo Verdelli, Sarah Varetto e altri), si opta per una soluzione interna? Le ragioni di questa scelta tutto sommato deludente sono molteplici anche se in parte comprensibili. Dopo aver chiesto sacrifici ai giornalisti e ai dipendenti e aver varato un piano di rientro (dal disavanzo) tutto "lacrime e sangue", come si sarebbe potuto giustificare un investimento su una figura di spicco che avrebbe preteso certamente cifre astronomiche e un contratto blindato? Fontana conosce la redazione ed è stimato dai giornalisti. Non gli sarà difficile creare un clima favorevole.

Da un cda rinnovato, però, ci si aspettava forse qualcosa di diverso. C'è chi dice che la scarsa notorietà del nuovo direttore potrebbe essere compensata dall'arrivo di un direttore editoriale o di qualche editorialista, ma non è detto.

C'è da interrogarsi su altre possibili ragioni di questa decisione, probabilmente figlia del gioco dei veti incrociati tra le cordate interne alla proprietà del Corriere. Si sa che i torinesi (Elkann e sodali) avrebbero puntato fin da subito su Mario Calabresi, nella logica di una crescente integrazione con il quotidiano La Stampa, dove avrebbero nominato un direttore-traghettatore in vista di una vera e propria fusione tra le due testate. Quest'idea resta sul tappeto per il medio periodo, perchè Fontana, nonostante le smentite di facciata, rimane un direttore di transizione.

E' evidente che se in via Solferino fosse arrivato un direttore di maggior peso, come Orfeo (che avrebbe liberato un posto d'oro al Tg1 per un renziano o per Enrico Mentana, che sotto sotto ci sperava), sarebbe risultato più difficile attuare in uno o due anni il piano del mondo Fiat, che è quello di puntare su Calabresi. A Fontana, invece, si può dire in qualunque momento: "grazie del lavoro svolto, può tornare a fare il condirettore".

Da queste considerazioni, che circolano in ambienti Rcs, emerge che anche questa volta per un ruolo giornalistico di primo piano sono state seguite logiche non necessariamente meritocratiche, senza nulla togliere alla professionalità di Fontana, che non è in discussione.

Sapendo che de Bortoli sarebbe andato via il 30 aprile, c'era tutto il tempo di valutare, anche attraverso una vera e propria selezione per titoli, per curriculum, per esperienze professionali, una soluzione figlia della trasparenza meritocratica e in grado di assecondare l'autorevolezza che tuttora può vantare sul mercato la testata di via Solferino.

Anche nell'era di Google, quindi, gli editori continuano a far prevalere nelle scelte editoriali criteri estranei al giornalismo. Direttori fedeli e magari anche bravi: è stato questo il percorso seguito per decenni sia nel mondo della carta stampata che in quello della televisione. I risultati di questa consuetudine sono sotto gli occhi di tutti: giornali spesso di scarsa qualità, che descrivono un mondo che non c'è più o che lanciano messaggi in codice in maniera sempre più autoreferenziale; televisioni con programmazioni discutibili, a volte anche in violazione di codici deontologici e norme etiche che invece dovrebbero ispirare sia i contenitori informativi che quelli di intrattenimento. E il pubblico si allontana sempre più dai media tradizionali e cerca altrove notizie utili e commenti interessanti e fuori dal coro.

La mancanza di editori puri è la causa principale di questa degenerazione del sistema informativo. Si arriva a guidare una testata per ragioni di fedeltà più che per meriti. Gli assetti proprietari imbrigliano i meccanismi di selezione delle figure giornalistiche e li assoggettano a interessi non sempre limpidi. Viene allora da chiedersi che senso abbia stracciarsi le vesti per la libertà di stampa, come spesso fanno tantissimi giornalisti, che poi finiscono per accettare queste logiche padronali.

Ora che la convergenza multimediale e la globalizzazione stanno mettendo fortemente in discussione i business della produzione e distribuzione delle notizie, con over the top sempre più dominanti sul mercato, la vera sfida dell'editoria tradizionale dovrebbe essere proprio quella di rilanciare la qualità dei contenuti e la selezione meritocratica di chi produce notizie e dimostra di saperle interpretare e commentare con sano discernimento e senza condizionamenti di parte. Alla libertà della Rete, che pure presenta molti limiti e zone d'ombra, il mondo dei media tradizionali continua ostinatamente a contrapporre le consuete liturgie bizantine, il manuale Cencelli e la paura di un vero cambiamento. Ci auguriamo di sbagliare, ma la scelta di Fontana sembra l'ennesima riprova di tali amare considerazioni.