Indicazioni ministeriali: il rischio perdere profondità
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Nel commentare le Indicazioni ministeriali tutti si sono concentrati sullo "spostamento" dei Promessi Sposi. Ma è un falso problema: il problema di queste indicazioni è il rischio di una discontinuità e perdita di profondità come dimostra il concentrare in un solo anno, il quarto, Dante, Manzoni e Leopardi.
Le indicazioni ministeriali 2026 le abbiamo lette veramente? Nel dibattito di questi giorni, tra semplificazioni e slogan, una domanda resta inevasa: che cosa dicono davvero le nuove Indicazioni ministeriali diffuse il 22 aprile? Si tratta di un aggiornamento che non riguarda soltanto la Letteratura italiana, ma ridisegna l’intero impianto formativo del Liceo: la Geostoria scompare restituendo autonomia alla Geografia; la Matematica viene ripensata «da tecnica a pensiero»; la Filosofia diventa disciplina «vissuta e problematizzata»; entra in scena lo studio dell’Intelligenza artificiale, con l’obiettivo dichiarato di sviluppare «il pensiero critico per governare la tecnica».
Come sottolinea il Ministero dell’Istruzione e del Merito, non siamo di fronte a una semplice revisione di programmi, ma a un ripensamento complessivo della funzione formativa del Liceo e del rapporto tra scuola, discipline e società.
Ora si apre la fase di consultazione (fino al 31 maggio): per la prima volta le Indicazioni saranno sottoposte anche alle Consulte studentesche, chiamate a esprimere osservazioni e proposte. Solo al termine di questo percorso di ascolto il Ministro procederà all’adozione definitiva del testo che entrerà in vigore nell’anno scolastico 2027-2028.
Il momento della consultazione e del dibattito
L’articolo di oggi vuole inserirsi nel dibattito con uno sguardo propositivo: non pretende di affrontare ogni ambito disciplinare, ma intende segnalare l’urgenza di una discussione più ampia, che non si limiti alla sola Letteratura italiana. È significativo, infatti, che quasi nessuno abbia commentato l’aggiornamento riguardante Matematica o Filosofia, nonostante proprio queste discipline siano state oggetto di una revisione profonda. Anche questo silenzio è rivelatore: mostra quali temi attirino immediatamente l’attenzione pubblica e quali, invece, restino ai margini, pur essendo decisivi per comprendere la portata reale della riforma.
In questa sede ci concentreremo però esclusivamente sulle Indicazioni relative allo studio dell’Italiano. Su molti quotidiani è circolata l’idea, piuttosto semplificata, che I promessi sposi non debbano più essere studiati al secondo anno e che la loro lettura venga spostata integralmente al quarto. La realtà è più articolata.
Le Indicazioni precisano infatti:
«Quanto a Manzoni, è debito ricordare che I promessi sposi entrano nei programmi scolastici negli anni Settanta dell’Ottocento perché si vuole affiancare ai modelli di prosa tre e cinquecenteschi un “classico contemporaneo”. Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”. Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico […], rimandando la lettura dei Promessi sposi, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio, quando si affronta la letteratura dell’epoca di Manzoni».
Nel dibattito acceso di questi giorni, spesso si è semplificato oltre misura. Il punto non è — e non è mai stato — l’eliminazione dei Promessi sposi dal biennio. Le nuove Indicazioni non impongono alcuna cancellazione: prevedono piuttosto la possibilità, non l’obbligo, di sostituire temporaneamente il romanzo con testi più accessibili, rinviandone lo studio a un momento in cui la progressione storico‑letteraria ne renda più naturale la collocazione.
Una scelta che, presa isolatamente, potrebbe anche apparire ragionevole. Ma è quando la si inserisce nella cornice complessiva delle nuove linee guida che emergono le criticità più profonde.
Un quarto anno sovraccarico: Dante, Leopardi, Manzoni nello stesso spazio ristretto. Le Indicazioni stabiliscono infatti che al quarto anno si debba:
• concludere lo studio della Divina Commedia
• affrontare la prima metà dell’Ottocento
• includere Leopardi
• e, per chi non lo avesse già fatto, studiare I promessi sposi
Al quinto anno è previsto soltanto lo studio degli autori dall’Unità d’Italia in poi. Chi insegna letteratura nelle Scuole secondarie di secondo grado lo sa bene: non è un’impresa impossibile, è piuttosto un’impresa che cambia la natura stessa dello studio letterario. Non richiede uno sforzo titanico, bensì una sintesi forzata, che inevitabilmente riduce la complessità, la bellezza e il fascino delle opere. È come visitare una grande metropoli in due giorni: tecnicamente si può fare, ma non si incontra davvero la città, la si attraversa di corsa.
In un solo anno si concentrerebbero:
• il Purgatorio e il Paradiso
• Leopardi
• Manzoni
• e, per molti studenti, l’intero romanzo manzoniano.
Una compressione che spinge verso riassunti, percorsi ridotti all’osso, letture frammentarie, sacrificando ciò che rende la letteratura formativa: il tempo dell’immersione, dell’ascolto, della scoperta. La scuola reale: discontinuità, frammentazione, percorsi spezzati
A tutto ciò si aggiunge un dato che chi vive la scuola italiana conosce bene: la discontinuità didattica tra biennio e triennio è la norma, non l’eccezione. Gli insegnanti del quarto anno si troveranno spesso a operare senza poter contare su un percorso coerente e progressivo costruito negli anni precedenti. Non è un dettaglio marginale: è un elemento strutturale che incide profondamente sulla fattibilità reale delle Indicazioni. Un conto è progettare un curricolo ideale; un altro è confrontarsi con la scuola concreta, con le sue fragilità, i suoi tempi, le sue discontinuità. Il rischio: una scuola che rinuncia alla profondità
Il vero nodo, dunque, non è la collocazione di Manzoni nel biennio o nel triennio. Il nodo è la compressione dei fondamenti della nostra tradizione culturale in uno spazio troppo ristretto per essere davvero formativo. Dante, Leopardi, Manzoni non sono autori da «visitare» rapidamente. Sono architravi della nostra identità culturale. Ridurli a tappe veloci di un percorso accelerato significa rinunciare alla loro forza educativa, alla loro capacità di parlare al presente, alla loro profondità umana.
La scuola non può limitarsi a «coprire il programma». Deve offrire incontri autentici con le opere. E gli incontri autentici richiedono tempo, continuità, respiro.
La nostra riflessione continuerà la prossima volta a partire dall’affermazione che I promessi sposi non siano più un «classico contemporaneo». Ma è davvero così? E davvero gli studenti di oggi non possono lasciarsi affascinare dalla bellezza del romanzo? Capire quando questo accada e perché valga ancora la pena studiare Manzoni significa entrare nel cuore della questione: che cosa rende un’opera viva per le generazioni che cambiano.

