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Incertezza in Chad dopo l'uccisione del presidente

Da 30 anni al potere, il presidente del Chad, Idriss Déby Itno, è stato ucciso in uno scontro a fuoco con i ribelli del movimento Fact. Aveva appena vinto le elezioni e si apprestava a governare altri sei anni. Temuto sia come presidente che come comandante militare, aveva consolidato, grazie al petrolio, un regime fondato sul suo clan. 

Idriss Deby Itno, presidente del Chad

Idriss Déby Itno, presidente del Chad dal 1990, è morto all’età di 68 anni, ucciso in battaglia dai combattenti del gruppo armato antigovernativo Front pour l’Alternance et la Concorde au Tchad (Fact) che stavano tentando di conquistare la capitale N’Djamena. La notizia della sua morte, datata il 20 aprile, è arrivata poche ore dopo quella che aveva vinto, aggiudicandosi il 79,32 per cento delle preferenze, le elezioni presidenziali svoltesi l’11 aprile. Si apprestava quindi a svolgere un nuovo mandato di sei anni.

È stato proprio il fatto che Déby fosse nettamente in testa nello scrutinio dei voti a scatenare il 17 aprile l’offensiva del Fact, dopo che un suo precedente tentativo di raggiungere N’Djamena il giorno delle elezioni era stato respinto dall’esercito governativo.

Subito dopo aver annunciato la morte del presidente, il portavoce delle forze armate, Asem Bermendoa Agouna, si è presentato alla televisione di Stato per informare la nazione che il potere era stato assunto da un consiglio militare presieduto da uno dei figli di Déby, il generale Mahmat Idriss Déby Itno. Il consiglio, ha spiegato, ha provveduto a sciogliere governo e assemblea nazionale e a sospendere la costituzione, inoltre ha disposto la chiusura delle frontiere di terra e aeree, il coprifuoco dalle 18.00 alle 05.00 e 15 giorni di lutto nazionale. Sarà il consiglio a redigere una nuova carta costituzionale transitoria e a traghettare il paese verso libere elezioni democratiche da svolgersi non prima di 18 mesi.

L’opposizione ha già fatto sapere di non accettare che il figlio di Déby ne erediti il potere: il Chad non è una monarchia, obietta. Ma in Africa non sarebbe la prima volta. È successo in Gabon, nel 2003, quando l’attuale presidente, Ali Bongo, è subentrato al padre Omar che aveva governato per 30 anni; è successo in Togo nel 2005, dove Faure Gnassigbe ha assunto la carica di presidente, che tuttora detiene, alla morte del padre Gnassigbe Eyadema che l’aveva ricoperta a partire dal 1967. Altrove la scomparsa di un leader rimasto al potere per decenni ha scatenato conflitti per il controllo delle istituzioni politiche talmente devastanti da rendere una alternativa auspicabile la stabilità garantita da un avvicendamento al potere “dinastico”. In Somalia la successione al dittatore Siad Barre, senza eredi, diretti o designati, ha scatenato una guerra che dura ormai da 30 anni. 

Come Bongo, Eyadema e altri leader africani, Déby ha potuto governare per decenni perché è riuscito a mettere saldamente ai vertici di esercito e governo il proprio clan e ad affidare le cariche più importanti, quelle decisive, ai membri del proprio lignaggio, ovviamente a scapito degli altri clan una parte dei quali nel corso degli anni hanno reagito armandosi, come è il caso del Fact composto da giovani dell’etnia Daza. Il figlio che gli succede, soprannominato “generale Kaka”, 37 anni, dal 2013 svolge un ruolo di primo piano nell’esercito, all’interno del quale gode di grande rispetto, ed era il capo della potente, temutissima guardia presidenziale paterna, una fedelissima milizia scelta, super addestrata e armata.

Il regime di Déby ha potuto contare per gestire con successo il dissenso politico e armato sui proventi del petrolio che, come in altri Paesi africani, invece che volano di sviluppo è strumento di potere e controllo sociale. Come siano andate le cose in Chad merita di essere ricordato. Dopo la scoperta di ingenti giacimenti di petrolio nel sottosuolo del paese, che non ha uno sbocco al mare, nel 1999 un accordo internazionale aveva offerto a Déby, tramite la Banca Mondiale, i fondi necessari a costruire un oleodotto lungo 900 chilometri per portare il greggio fino al Camerun, consentendone la commercializzazione. In cambio il Chad si impegnava a destinare una parte consistente dei proventi del petrolio alla lotta contro la povertà e ad accantonarne il 10% in un “fondo per le generazioni future”. 
Nel 2003 l’esportazione del petrolio ha incominciato a fruttare. Alla fine del 2005 il parlamento ciadiano ha cancellato il fondo e ha deciso di portare al 30% l’ammontare degli introiti petroliferi destinati all’erario e di utilizzarli, stornandoli dai programmi di sviluppo e assistenza, principalmente per potenziare il settore della sicurezza nazionale investendo in armi e addestramento militare: dove per “sicurezza nazionale” è da intendere la stabilità del regime. Ne è nato un lungo braccio di ferro tra Banca Mondiale e Déby, vinto in definitiva da quest’ultimo che ha continuato a tradire l’impegno assunto. 

Non si è trattato all’epoca di indulgenza nei suoi confronti, quanto piuttosto, come in altre occasioni, di impotenza da parte della comunità internazionale a far rispettare un accordo sottoscritto senza reali garanzie. Da diversi anni invece Déby ha fatto pesare a livello internazionale il proprio ruolo nella lotta contro il terrorismo islamico. In particolare la sua adesione alla forza militare regionale costituitasi nel 2015 (di cui fanno anche parte Niger, Nigeria, Benin e Camerun)  è stata decisiva nella lotta contro il gruppo jihadista nigeriano Boko Haram, costretto nel 2016 a ridimensionare notevolmente il proprio raggio d’azione.

La sua morte in battaglia non deve sorprendere. Spesso ha partecipato in prima linea, personalmente a scontri armati. Lo si è visto a capo delle sue truppe lo scorso anno in una durissima battaglia contro Boko Haram nella regione del lago Chad. I suoi avversari lo temevano sia come presidente che come capo militare.

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