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In morte di Penderecki, compositore caro a papa Wojtyla

È morto il 29 marzo il compositore polacco Krzysztof Penderecki (1933-2020). Inizialmente affascinato dalle avanguardie, recuperò negli anni uno stile più tradizionale, con particolare attenzione per la musica sacra. Nel 1979 suonò nell’aula “Paolo VI” davanti a Giovanni Paolo II, che si disse «profondamente commosso» dalla sua opera.

La morte del celebre compositore polacco Krzysztof Penderecki (1933-2020), avvenuta il 29 marzo, ci priva di una figura sicuramente di primo piano nel panorama culturale del secolo passato e presente.

All’inizio della sua carriera fu affascinato dallo stile delle avanguardie, se di stile comune è possibile parlare. Uno stile che viene simboleggiato con la scuola di Darmstadt e che ha visto un sempre crescente distacco fra musica contemporanea e favore del pubblico. Questo tipo di proposta musicale fu fortemente sponsorizzata dalla sinistra e da un certo mondo liberal e progressista; ma va anche detto che ci furono compositori che non aderirono a quel tipo di impegno e cercarono una via per continuare a comunicare ad un pubblico che altrimenti si andava allontanando dal mondo della musica cosiddetta “classica” o “colta”. Pensiamo in America a Leonard Bernstein e qui in Italia a Nino Rota.

Lo stesso Penderecki recuperò nella sua musica uno stile più tradizionale a partire dagli anni Settanta. Ebbe poi una attenzione molto particolare alla musica corale e sacra: pensiamo alla sua Passio Secundum Lucam del 1965, opera di non facilissimo ascolto ma di grande suggestione spirituale e sacra, o ai suoi Requiem e allo Stabat Mater.

In occasione di un concerto offerto dal Maestro polacco alla presenza di Giovanni Paolo II, nel 1979, il Papa ebbe a dire:

«Il mio pensiero si rivolge, poi, al Maestro Krzysztof Penderecki. Non è la prima volta che io partecipo all’esecuzione di una sua opera. Ricordo la “Passio et mors Domini nostri Iesu Christi” secondo San Luca nel cortile accademico del Castello di Wawel; ricordo l’esecuzione della “Utrenia” nella chiesa di Santa Caterina a Cracovia. Mai avrei potuto immaginare che mi sarebbe stato concesso di poter ospitare il signor Penderecki nell’aula “Paolo VI” in Vaticano nei primi mesi del mio pontificato. Sono profondamente commosso. Desidero congratularmi con lei, signor Maestro, per questo capolavoro, che nel suo contenuto riconferma la linea delle precedenti ricerche artistiche. È per me difficile dire qualcosa di più per quanto riguarda la parte essenziale, l’aspetto strettamente musicale, per il quale mi debbo limitare a manifestare una semplice impressione. Devo confessare che questa impressione è profonda. Per quanto concerne il contenuto, mi viene in mente una frase pronunciata, forse ancora prima della guerra, da un uomo d’arte a me ben noto: “Ogni grande opera d’arte è nella sua ispirazione e nella sua radice religiosa”. Penso che le grandi opere del Maestro Penderecki confermano questo principio».

Del suo interesse per la musica sacra, che in effetti forma una parte rilevante della produzione del Maestro, troviamo eco in un articolo apparso per la sua morte su Rainews.it: “Amico personale di papa Giovanni Paolo II, nel 1979 fu invitato in Vaticano a tenere un concerto. Per il pontefice suo connazionale ha anche composto nel 2005 una Ciaccona, inserita nel Requiem Polacco (composto negli anni Ottanta). La musica sacra ha sempre avuto un posto di rilievo nella produzione di Penderecki, come la monumentale Passione secondo San Luca del 1966, nella tradizione di Bach. Con gli anni, il compositore polacco ha trovato una strada più originale, tornando alla tonalità e a forme più tradizionali come la sinfonia (ne ha composte otto) e i concerti per strumento solista e orchestra (se ne annoverano per violino, viola, violoncello, flauto, corno e pianoforte). Si è parlato anche di tardoromanticismo per classificare questa parte della produzione di Penderecki”.

L’influenza di questo compositore si è fatta sentire anche nel mondo del cinema, visto che in molti film di successo sono state utilizzate sue composizioni, e nel mondo apparentemente a lui molto distante della musica rock. Insomma, una presenza culturale importante e una perdita che preluderà, si spera, ad una riconsiderazione delle esperienze musicali della musica contemporanea e ai limiti di un’assolutizzazione della vuota sperimentazione.