a cura di Benedetta Frigerio
  • Dalit cristiani

In India l’epidemia peggiora la già difficile condizione dei fuori casta cristiani

In India a soffrire maggiormente a causa dell’epidemia di Covid-19 sono le persone rese più vulnerabili dalla loro situazione economica, dall’appartenenza a una delle minoranze religiose mal tollerate dai radicali indù oppure dal fatto di essere tribali o dalit, dei fuori casta. I dalit cristiani poveri dei villaggi sono forse il gruppo sociale più penalizzato dalle misure adottate dal governo per contrastare la diffusione dell’epidemia in seguito alle quali molti hanno perso il lavoro, specie i giornalieri e i precari. “In ogni situazione – ha spiegato ad AsiaNews monsignor Sarat Chandra Nayak, vescovo di Behrampur – i cristiani dalit subiscono una grave emarginazione, le scelte politiche sono prese tenendo conto della popolazione urbana, ma la situazione di base dei villaggi non viene mai presa in considerazione, c’è insensibilità verso le realtà dei villaggi. L’impatto catastrofico del blocco ha causato enormi sofferenze umane alla popolazione dei villaggi”. Non è solo la situazione economica a creare sofferenza, ma anche la mancanza di vita religiosa e di sacramenti. “Tra i nostri tribali e Dalit – dice monsignor Nayak – la fede è comunitaria e ciò non è possibile a causa del blocco, che stiamo rispettando molto rigorosamente. Ma i nostri modi di espressione della fede sono attraverso una comunità. La preghiera della comunità è molto importante per il nostro popolo. Il villaggio è una comunità di credenti, e questo manca”. In aggiunta si verificano vessazioni e abusi che avviliscono le comunità dei fedeli. Un sacerdote della diocesi di monsignor Nayak, ad esempio, è stato arrestato da alcuni agenti di polizia mentre all’interno del complesso della sua parrocchia percorreva il 30 metri che separano l’ostello dal refettorio. Padre Devendra è stato poi trattenuto per alcune ore.