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"Impresentabili": così i giudici entrano nel voto

Ancora una volta la questione morale è al centro delle vicende elettorali. La vigilia del voto regionale rischia di essere avvelenata dalle ipoteche di alcune inchieste. La Commissione parlamentare Antimafia ha scelto di rivelare solo 4 dei 17 nomi di cosiddetti “impresentabili”, tutti candidati in Puglia. 

 

Il premier Matteo Renzi

Ancora una volta la questione morale è al centro delle vicende elettorali. La vigilia del voto regionale rischia di essere avvelenata dalle ipoteche di alcune inchieste e dalle ombre di immoralità che si allungano su diversi candidati consiglieri. La Commissione parlamentare Antimafia, con una scelta alquanto discutibile, ha scelto di rivelare solo 4 dei 17 nomi di cosiddetti “impresentabili”, tutti candidati in Puglia, tre nelle liste di Schittulli (uno dei due candidati di centrodestra alla Presidenza della Regione), e uno nelle liste di Emiliano, il candidato governatore del centrosinistra, strafavorito per la vittoria finale. 

Gli altri 13, tutti candidati in Campania, verranno resi noti venerdì, quando il silenzio imposto dalla legge impedirà ai cittadini di conoscere, valutare, informarsi più accuratamente sui profili di quei presunti “impresentabili”. Perché, allora, non divulgarli tutti insieme? E cosa cambia con quest’iniziativa della Commissione Antimafia? Nulla, perché questi signori verranno comunque votati e magari eletti. Bisognava semmai non candidarli. É inevitabile che tutto ciò non potrà non avere conseguenze rilevanti sul voto nelle due regioni. Se in Puglia la vittoria di Emiliano non appare in discussione, in Campania il testa a testa Caldoro-De Luca potrebbe essere fortemente influenzato dalla “lista di proscrizione” diffusa dall’Antimafia e alimentare il voto antisistema (Movimento Cinque Stelle e varie liste di disturbo).

Ma a turbare il voto campano è soprattutto la pronuncia delle sezioni unite della Cassazione, che ha stabilito un principio “rivoluzionario” in materia di legge Severino: non può essere il Tar a salvare e reintegrare un amministratore condannato, la competenza è del giudice ordinario. Così si complica ulteriormente la vicenda che riguarda il candidato Pd Vincenzo De Luca, in corsa per la presidenza della Campania. L'ex sindaco di Salerno era stato sospeso per effetto della legge Severino dopo una condanna in primo grado per abuso d’ufficio. Il Tar lo aveva velocemente riabilitato per quel posto, ma come sindaco era nel frattempo anche decaduto, non avendo scelto tra la stessa carica e quella di viceministro delle Infrastrutture, per il governo Letta. Secondo l'avvocato Gianluigi Pellegrino, che contro la scelta del Tar era ricorso in Cassazione per il Movimento difesa del cittadino, in caso di elezione alla Regione di De Luca (o come presidente o come consigliere) bisognerà annullare il voto e indire nuove elezioni. Ci sarebbe, dunque, il caos. Ieri il diretto interessato ostentava fiducia e minimizzava. «Renzi ha dichiarato che l’ostacolo della legge Severino è superabile», sono le parole di De Luca. Altri costituzionalisti adombrano la possibilità che lo stesso De Luca, qualora risultasse il vincitore, potrebbe insediarsi, costituire la giunta e nominare un suo vice che, nel frattempo, svolgerebbe a tutti gli effetti il ruolo di governatore nell’attesa della parola definitiva delle toghe sulla sua posizione giudiziaria.

Non c’è dubbio che per il premier la Campania inizia ad essere un problema, non solo perché dovrebbe eventualmente occuparsi lui del caso De Luca e quindi decretarne la decadenza, in caso di vittoria, dopo averlo sostenuto in campagna elettorale. In secondo luogo perché tra i candidati in odore di impresentabilità, secondo il giudizio dell’Antimafia, molti militerebbero proprio nelle liste di appoggio al candidato del Pd. Una bella gatta da pelare anche in termini di immagine, visto che da Palazzo Chigi si è rivendicato a più riprese lo sforzo dell’attuale esecutivo nel promuovere interventi legislativi anticorruzione. E in ogni caso il tema che rimane sullo sfondo è quello della selezione della classe dirigente. A farla dovrebbero essere i partiti, organizzati in modo democratico come prevede l’art.49 della Costituzione. Invece anche questa volta il vento dell’antipolitica rischia di recitare la parte del leone e di alimentare la sfiducia verso le istituzioni, la fuga nell’astensione o il voto di protesta a favore di forze antisistema.

Uno Stato con un sano equilibrio tra i poteri non può tollerare che sia la magistratura a selezionare la classe dirigente, attraverso inchieste che finiscono spesso per decapitare forze politiche e liste elettorali. Una politica incapace di autoriformarsi e di cacciare i veri corrotti, senza tuttavia diventare schiava di un becero giustizialismo, non eserciterà più alcuna forza attrattiva sull’elettorato, soprattutto quello giovane. Alle regionali potrebbe suonare il campanello d’allarme dell’astensionismo, proprio in ragione di queste degenerazioni. Di qui la necessità di approvare finalmente una legge che attui l’art.49 e rivitalizzi la democrazia interna ai partiti, con codici etici seriamente vincolanti e non di facciata.