Il Vaticano non permise alla Svizzera di interrogare Perlasca e Peña Parra
Nell'ambito dell'inchiesta sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, la procuratrice elvetica Annina Scherrer lamenta che il Vaticano non abbia permesso gli interrogatori richiesti nell’indagine, come a mons. Perlasca e l’allora sostituto Peña Parra.
Quella che Francesco aveva definito «la pentola per la prima volta scoperchiata da dentro» assume sempre più i contorni di un vaso di Pandora per il Vaticano. Stiamo parlando dell’inchiesta sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato che, quasi sette anni dopo, continua a dare dispiaceri all’interno delle sacre mura. L’ultimo è arrivato pochi giorni fa da Lugano nel procedimento parallelo aperto contro Enrico Crasso dal Ministero pubblico della Confederazione su denuncia della Segreteria di Stato di cui era stato a lungo consulente finanziario. L’autorità federale di perseguimento penale non ha riscontrato gli estremi dei reati di amministrazione infedele e di appropriazione indebita nei confronti di Crasso, denunciato il 19 giugno 2020 dal dicastero più importante della Curia per la gestione di alcuni investimenti nel Fondo Centurion già finiti nell’indagine vaticana. Non c'è stato alcuna infedeltà da parte di Crasso perché «la Segreteria di Stato deve essere considerata un investitore con esperienza, pienamente consapevole delle disposizioni cui aderiva».
Ma più rilevante della notizia dell’archiviazione dell’ex consulente sono le strigliate che la procuratrice elvetica Annina Scherrer ha rifilato alla Segreteria di Stato. Nel decreto da lei firmato, che abbiamo visionato, la procuratrice ha puntato l’indice contro la scarsa collaborazione delle autorità vaticane che, pur essendo la parte denunciante in Svizzera, non avrebbe permesso gli interrogatori richiesti nell’indagine. Gli svizzeri avevano chiesto di interrogare in via rogatoriale alcuni protagonisti della vicenda, ma il tribunale vaticano ha risposto picche dopo aver consultato proprio la Segreteria di Stato. Quest'ultima, infatti, scrisse in una nota del 30 novembre 2023 al tribunale vaticano: «si tratta di atti giurisdizionali che non possono essere compiuti dall'autorità di Stato nel territorio di un altro Stato», ammettendo al massimo la possibilità di «valutare l'opportunità che i magistrati svizzeri inviino al tribunale le domande da rivolgere o i fatti sui quali è richiesto l'esame».
Una circostanza che secondo Scherrer ha dimostrato «l'influenza dell'accusatrice privata e denunciante all'interno dello Stato vaticano». La magistratura elvetica, che avrebbe voluto sentire tra gli altri anche monsignor Alberto Perlasca e l’allora sostituto Edgar Peña Parra, ha preso atto della risposta vaticana «non senza sorpresa».
Proprio per questa sorta di conflitto d'interessi la magistratura elvetica non ha voluto inviare le domande in Vaticano nè dare informazioni sui fatti. Scherrer, infatti ha scritto che «l'esecuzione degli interrogatori delle persone informate sui fatti (...) sarebbe stata di fondamentale importanza per verificare la veridicità delle dichiarazioni di Crasso. L'esecuzione di tali interrogatori rischiava tuttavia di perdere in modo significativo la sua efficacia qualora, tenuto conto dell'influenza esercitata dall'accusatrice privata e dei suoi interessi nella vicenda, sussistesse il pericolo che, preliminarmente all'interrogatorio, le persone da sentire (...) avrebbero potuto essere informate delle domande che sarebbero state loro rivolte o, quantomeno, dei fatti oggetto d'esame».
La data della nota, inoltre, è precedente di soli pochi giorni alla sentenza vaticana di primo grado che aveva condannato Crasso per peculato ma lo aveva assolto sugli stessi fatti denunciati in Svizzera per gli investimenti nel Fondo Centurion.

