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a cura di Andrea Zambrano

SANREMO

Il sociale e l'antisociale

Ravasi mi ha convinto. Dice che a Sanremo le canzoni non hanno alcuni risvolto sociale. Allora lo guardo. 

Fuori schema 06_02_2018

Non avevo ancora deciso se guardare o no, stasera, la prima puntata del Festival di Sanremo. Poi è arrivato l'intervento autorevole del cardinal Gianfranco Ravasi e allora mi sono deciso: sì, lo guardo. E anche tutto. 

Ravasi ha commentato i testi delle canzoni in gara e ha lamentato l'assenza di temi sociali. Li ha letti tutti i testi, senza ascoltare la musica, che è un po' come mangiare ostriche senza tracannare lo champagne. Deprimente.

Ebbene, il giudizio è così lapidario che sua eminenza mi ha proprio convinto. "Ho letto la maggior parte dei testi delle canzoni del Festival di Sanremo - dice -. La cosa curiosa è che quest'anno c'è poca attenzione alla dimensione esteriore, sociale e generale. C'è soprattutto un'attenzione all'intimità e alla sostanziale insoddisfazione che fiorisce all'interno delle coscienze". 

Insomma: Ravasi ci ha spoilerato che ha Sanremo quest'anno non si parla di migranti e di periferie. Forse, dunque, soltanto di amore. Leggendo alcuni titoli: Rivederti, il mondo prima di te, Almeno pensami, sembra di sì. Ah, la cara e vecchia canzone d'amore. 

Ma d'altra parte che cosa si pretendeva da un festival che ha come direttore artistico uno che non avrà fatto grandi canzoni impegnate, però ha fatto Avrai e Poster. E a me, insomma, basta. 

D'altra parte forse Ravasi non ha mai cantanto a nessuno "Passerotto non andare via" e probabilmente non avrà mai fantasticato su una maglietta fina tanto stretta al punto che... insomma, quella cosa lì. 

Però è curioso che mentre tutti ormai tornano alla canzone d'amore come genere letterario-musicale con una sua dignità, la Chiesa pretenda che la musica debba essere come la volevano negli anni '70: un volano per il socialismo, impegnata, pugni chiusi e lotta dura. Un riflesso vintage del quale non avevamo bisogno. Sembra di essere tornati indietro al Sociale e l'Antisociale. Solo che quando lo cantava Guccini in Folk beat numero 1, c'era il gusto della novità. Ora sembra una minestra riscaldata.  

Oppure sua eminenza ha nostalgia della riserva indiana con le Dandini e Nichi Vendola? Dio ce ne scampi. 

Viva dunque la canzone d'amore, quella non impegnata, quella senza eskimo, quella di labbra appiccicate al finestrino del treno umido di gocce e sospiri. Almeno non staremo lì per una settimana a discutere sui risvolti di una kermesse che, quest'anno, si propone di celebrare la buona musica italiana. Che appunto è d'amore. Con le canzoni radical chic da puzzetta sotto il naso non si va molto lontano, non solo nelle vendite, ma anche nel cuore della gente. Hai mai visto cantare Contessa (non quella dei Decibel) sotto la doccia?

Se vuole qualcosa di sociale, sua eminenza può andare ai Grammy Award. Lì di sociale, ultimamente, e di ideologico ce n'è a iosa.