a cura di Stefano Fontana
  • DUE VISIONI DIVERSE

Il reddito universale, la Civiltà Cattolica e la DSC

Nel numero in distribuzione la Civiltà Cattolica dedica un lungo articolo alla proposta di una “retribuzione universale” (o reddito universale), in riferimento alla chiara proposta fatta da papa Francesco in questo senso nella sua Lettera ai Movimenti Popolari del 12 aprile scorso. Secondo il padre gesuita autore dell’articolo – Gaël Giraud (nella foto) – la cosa è fattibile e ci sarebbero le risorse per farla. Ci sono però varie teorie su come realizzarla che stanno dividendo i promotori del basic income. Ecco perché egli propone una sua strada che consiste nello “sfruttamento fiscale dei beni comuni”.

Lo Stato dell’Alaska ha riconosciuto ai suoi abitanti una compensazione al diritto di sfruttamento del bene comune del petrolio. Una frazione dei dividendi petroliferi viene distribuita ai residenti incondizionatamente e su base individuale. Ne deriva un reddito di base che si attesta sulla soglia di povertà. Secondo l’autore questo è un buon esempio da cui partire per correggere la privatizzazione dei beni comuni e per incentivare invece i benefici comunitari.

Partendo da questo esempio, l’articolo ricorda quando nel Medioevo esistevano le terre comuni, dove ognuno poteva andare a fare legna o a caccia, e come questo garantisse una specie di reddito universale al di fuori delle terre di proprietà del signore. Il fenomeno delle enclosures (recinzioni) cambiò il paesaggio, prima di tutto inglese, con siepi e steccati che dividevano le proprietà agrarie privatizzate. Da quel momento i poveri non ebbero più la possibilità di attingere a delle risorse di base e divennero miseri salariati.

La fiscalizzazione dei beni comuni può essere una forma di destinazione universale dei beni - continua padre Gaël - e, per esempio, ritenendo l’atmosfera un bene comune, un’imposta globale sul carbonio sulla base della CO2 prodotta potrebbe finanziare, almeno parzialmente, un reddito di cittadinanza per i più poveri (si tratta della nota proposta del Nobel Joseph Stiglitz). La stessa cosa si potrebbe fare per le proprietà di terreni, foreste e rifiuti.

La proposta della Civiltà Cattolica merita qualche osservazione. La prima è che il confronto con la situazione delle terre comuni nel Medioevo cristiano non calza fino in fondo. L’uso di quelle terre era libero, la gente del villaggio vi accedeva godendone dei frutti, non c’era nessuna tassazione poi distribuita. Nel caso proposto dalla rivista dei gesuiti, invece, ci deve essere un’imposizione fiscale centralizzata che raccoglie e poi redistribuisce le risorse così accumulate. Mentre la situazione medievale nasceva dal basso e rimaneva in un ordine orizzontale di sapiente organizzazione fondata sul buon senso e su una solidarietà elementare, quella della fiscalizzazione dei beni comuni richiede un potere centrale forte e un grande apparato di gestione amministrativa e finanziaria. Nel Medioevo il potere era variamente articolato in modo sussidiario e in questa articolazione trovavano spazio anche le terre di uso comune come del resto altre forme di solidarietà. Ma nella proposta dei gesuiti il potere viene accentrato per avere la forza di imporre una tassa universale e per poi gestirla.

Un altro punto riguarda la destinazione universale dei beni. Questo principio non richiede una proprietà politica universale dei beni comuni, come quelli del sottosuolo oppure dell’atmosfera. Per fiscalizzare questi beni comuni bisogna esercitare su di essi una proprietà politica.

Invece, per la Dottrina sociale della Chiesa il modo per realizzare la destinazione universale dei beni è la diffusione della proprietà privata a sfondo familiare. La proposta della Civiltà Cattolica esula da questa visuale, perché mantiene nei confronti della proprietà privata un’obiezione aprioristica e assoluta. Va invece distinta la proprietà eccessivamente accentrata dalla proprietà diffusa, e fin dalla Rerum novarum la Chiesa ha sempre indicato quest’ultima strada come la migliore. Nella proposta che stiamo esaminando, il povero riceve un sussidio, come da un grande Welfare State globale, ma non riceve un aiuto a lavorare e a conseguire una sua proprietà come consolidamento del suo lavoro e sostegno per il futuro della famiglia.

In questo momento non è il caso di aumentare la presenza fiscale ma semmai di ridurla, non è il caso di creare forti poteri globali capaci di imporre nuove tasse che comporterebbero una forma di “privatizzazione collettiva” dei cosiddetti beni comuni; va ricordato che il bene comune non significa il possesso in comune dei beni perché si creerebbero forme diseconomiche di collettivismo. Inoltre va maneggiata con molta cautela la leva del sussidio, che spesso sostituisce il lavoro come l’attività umana naturalmente connessa con la famiglia e la proprietà. (Stefano Fontana)