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magnifica humanitas

Il realismo cristiano di Tolkien nell'enciclica di Leone XIV

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«Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo...»: Leone XIV riprende la frase che l'autore del Signore degli Anelli fa pronunciare a Gandalf, per dire che non possiamo pretendere di realizzare la società perfetta. Nessuna fuga dalla realtà ma anche nessuna utopia che rischia di diventare distopia.

Ecclesia 30_05_2026

L’enciclica Magnifica humanitas è ricca di citazioni di autori letterari. Una di queste ha suscitato un certo stupore, perché si riferisce ad un autore della cultura pop, John Ronald Tolkien, autore de Il Signore degli Anelli. Lo scrittore inglese di fede cattolica non è stato semplicemente uno scrittore di fantasy, di un genere letterario di nicchia, ma deve essere  considerato un vero e proprio classico della letteratura. Tolkien si staglia con la sua opera al di sopra di ogni lettura riduttiva, compresa quella politica. 

La chiave interpretativa per comprendere tutta la bellezza offerta dal Signore degli Anelli, dallo Hobbit, dal Silmarillion, è quella religiosa. Il Papa americano lo ha compreso perfettamente. La citazione che ha utilizzato nella sua enciclica che mette in guardia dagli aspetti più inquietanti dell’Intelligenza Artificiale e che invita a difendere l’umano, è una frase che lo scrittore fa pronunciare al saggio Gandalf: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». 

È una sorta di manifesto del realismo cristiano: non dobbiamo controllare ogni cosa, non dobbiamo pensare di realizzare la società perfetta: è sufficiente – e necessario – consegnare a chi verrà dopo di noi un mondo migliore. Nessuna fuga dalla realtà, ma anche nessuna utopia, che poi può diventare distopia. Le ideologie del Novecento pretendevano di realizzare mondi perfetti, e hanno prodotto campi di concentramento.
Una frase di questo tipo poteva non poteva che uscire dalla penna di un cattolico inglese come Tolkien, perfettamente consapevole della storia religiosa del suo Paese, dai monaci santi del Medioevo fino ai martiri che avevano reso la loro testimonianza fino al sangue sotto Enrico VIII, sotto Elisabetta I, sotto Cromwell.

Tolkien rivela nitidamente una propria teologia della storia, che riprende la concezione agostiniana delle due città: la Città terrena, opera degli uomini in cui agisce il male, e la Città di Dio, meta verso la quale indirizzare attese, sforzi e speranze. È da sottolineare che sant’Agostino – al quale si ispira l'ordine da cui proviene papa Leone –  si trovò a vivere al confine tra il crepuscolo di un mondo antico un tempo grandioso e l'alba di una nuova era dai contorni ancora incerti, e insegnò che la storia è guidata dalla Provvidenza e che quindi ogni avvenimento - dalla piccola vicenda personale alle grandi svolte dell'umanità - possiede un significato che dissipa l'oscurità e sorregge le forze dell'uomo. Le rovine, i numerosi segni di civiltà cresciute, ascese a grandezza e poi irrimediabilmente finite e dimenticate costellano ovunque la Terra di Mezzo, ricordandoci la caducità della Città terrena.

Se la storia è questa, è necessario affrontarla con eroismo, secondo la concezione che di esso ne offre Tolkien: non è quello della forza e dell'orgoglio, ma dell'amore e del sacrificio. Riecheggiano in questa via  le parole di uno degli autori più cari al professore di Oxford, Gilbert K.Chesterton: «È assolutamente necessario essere un uomo buono: avere il senso dell'amicizia e dell'onore e una tenerezza profonda. Soprattutto è necessario essere apertamente e indecorosamente umani, confessare appieno tutte le pietà e le paure primordiali di Adamo».

Tolkien attinse abbondantemente nella sua opera alla dottrina della grazia, tanto cara a sant’Agostino. È grazia la sensazione che si prova di fronte alla realtà per la sua naturale armonia; è grazia la gradevolezza del creato con i suoi sapori e profumi; ancora è grazia l’amabilità, la gentilezza negli atti della vita quotidiana, l’assenza di sgarbo e di grossolanità; la grazia è così nel regale Aragorn, nel nobile Faramir, nel sapiente mago Gandalf, così come nel giardiniere Sam Gamgee. È grazia la gratitudine, la riconoscenza, la magnanimità, che non mancano mai nei personaggi tolkieniani, così come il loro contrario, ovvero l’avarizia, l’ingratitudine, l’avidità insaziabile sono i segni distintivi del rifiuto della grazia, della caduta.

Tolkien ebbe a precisare cosa intendeva rappresentare nel conflitto tra il bene e il male, tra la religione del vero Dio e l'idolatria, in una lettera a proposito del significato del suo capolavoro: «Ne Il Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini». È un combattimento tra Dio e l’idolatria. Un grande romanzo religioso come il Signore degli Anelli non poteva che trovare un riferimento nell’enciclica che vuole aiutare i cristiani ad affrontare le sfide del transumanesimo.