• L'ANALISI/1

Il protagonismo di Matteo è stato un boomerang

Il mancato trionfo di Salvini è figlio soprattutto dell'eccessiva personalizzazione della campagna elettorale. Non solo ha frenato la conquista dell'Emilia Romagna, ma ha infastidito anche i suoi alleati, al punto da ritenere credibili le voci di possibili voti a Bonaccini da parte di esponenti di Forza Italia.

Matteo Salvini

Se è vero che i Cinque Stelle escono disintegrati dalle regionali di domenica in Emilia Romagna e Calabria, è altrettanto innegabile che il trionfo di Matteo Salvini non c’è stato. I proclami baldanzosi che il Capitano aveva lanciato alla vigilia del voto, preannunciando lo sfratto del governo Conte, si sono rivelati a dir poco azzardati. La Lega ha avuto un grande successo in termini di voti in Emilia Romagna (32%, a fronte del quasi 10% di Fratelli d’Italia e del quasi 3% di Forza Italia), meno in Calabria (12%, alle spalle di Forza Italia, che ha raccolto qualche decimale in più, e leggermente più su di Fratelli d’Italia).

Tuttavia, in Emilia Romagna, la candidata Lucia Borgonzoni, che contendeva al dem Stefano Bonaccini la poltrona di governatore, è arrivata otto punti indietro rispetto al suo sfidante e ha raccolto molti meno voti della somma dei consensi delle liste che la sostenevano. Dunque, il protagonismo di Matteo Salvini non ha pagato. Il Capitano ha commesso lo stesso errore del suo omonimo Matteo. L’allora premier Renzi, in vista del referendum costituzionale del dicembre 2016, personalizzò al massimo la campagna elettorale e riuscì involontariamente a compattare tutti i suoi avversari. Il risultato fu quello che ben sappiamo: gli italiani votarono in maggioranza “no” alla riforma della Costituzione, forse anche (secondo alcuni soprattutto) per mandare a casa il premier. Furono probabilmente in tanti gli elettori che non sarebbero mai andati a votare, ma che in quella circostanza si recarono ai seggi proprio per punire Matteo Renzi.

In Emilia Romagna è accaduta più o meno la stessa cosa. Matteo Salvini vi ha trascorso settimane intere, setacciando il territorio a caccia di voti e urlando messaggi di forte contrapposizione alla maggioranza di governo. Così facendo, però, ha prodotto due effetti: sminuire il valore di Lucia Borgonzoni e infastidire gli alleati Forza Italia e Fratelli d’Italia, che si sono sentiti ai margini della campagna elettorale. Ora, infatti, dagli ambienti leghisti filtra irritazione perché sono in molti a credere che tra le fila azzurre ci sia stato più di qualcuno che ha fatto votare per Bonaccini.

In ogni caso, con gli spritz, le citofonate e le plateali esibizioni sul palco di Bibbiano (dove peraltro si è registrato un flop leghista nelle urne) non si vincono le elezioni. Gli slogan magari funzionano nelle competizioni elettorali nazionali, non sui territori, dove gli elettori sono molto attenti nel valutare le persone e l’operato delle amministrazioni.
Il laborioso popolo emiliano-romagnolo ha sentito dalla bocca della Borgonzoni poche ricette sul futuro della regione e ha invece ascoltato molteplici proclami da parte di Salvini, che da Bologna faceva la guerra ai Palazzi Romani, puntando a impallinare l’esecutivo nazionale.

E allora, se è vero che il centrodestra rimane numericamente maggioranza nel Paese e che se domenica si fosse votato per le politiche avrebbe certamente vinto, non per questo vanno sottovalutati i campanelli d’allarme che la tornata elettorale di domenica ha lanciato all’ex Ministro dell’Interno.

Il primo è che non è tempo di leadership esasperate e di protagonismi muscolari. Nè Bonaccini né Jole Santelli, neo governatrice berlusconiana della Calabria, sono due leader. Entrambi, però, hanno in prima persona convinto i rispettivi elettorati, girando in lungo e in largo il territorio, parlando di problemi locali e promettendo interventi necessari per il rilancio regionale. Occorre, quindi, che Salvini riveda le sue strategie di comunicazione. Già fu sbagliata quella di agosto, quando forzò la mano con Conte (e con il Quirinale), fece cadere l’esecutivo per puntare a elezioni anticipate, ma poi scoprì che Pd e Cinque Stelle non vedevano l’ora di governare insieme contro di lui.

Il problema del centrodestra è comunque in primo luogo di struttura. Salvini è uomo solo al comando. Sul territorio la Lega è ramificata e ha una classe dirigente esperta, ma nei processi decisionali l’ex Ministro dell’Interno tende a fare molto di testa sua e a non essere inclusivo e collegiale. Ciò alimenta malumori pronti a esplodere qualora nelle prossime tornate elettorali regionali, in particolare nelle Marche, in Toscana, in Campania e in Puglia, la Lega dovesse nuovamente pretendere di imporre suoi candidati governatori, senza accogliere le richieste di Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Già, perché al di là dell’unità di facciata, anche il centrodestra ha i suoi conflitti interni. Sia Silvio Berlusconi che Giorgia Meloni mal sopportano il protagonismo di Matteo e sotto sotto non si disperano per la battuta d’arresto in Emilia Romagna. Ora, infatti, dopo la delusione Borgonzoni, sarà più difficile per il segretario leghista imporre propri candidati alla presidenza delle regioni che andranno al voto nei prossimi mesi.
Dunque, questa prima sconfitta di Matteo Salvini dopo due anni di successi schiaccianti, ne ridimensiona le ambizioni e riapre i giochi anche nel centro-destra.

Ma se Fratelli d’Italia ha una leadership tutto sommato in via di consolidamento, quella di Giorgia Meloni, Forza Italia si sta squagliando. I nodi sono venuti al pettine perché Silvio Berlusconi, che pure si ostina a rimanere in prima linea, non ha fatto nulla in oltre vent’anni per formare una classe dirigente e, soprattutto, preparare una successione degna e autorevole. Chi erediterà prima o poi le spoglie di quella forza politica? Dove si indirizzeranno le preferenze degli elettori più moderati?
Sarà come al solito quello di centro l’elettorato decisivo per vincere le prossime elezioni politiche, fra tre mesi o fra tre anni.