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Il pasticcio dell'11 luglio, la mobilitazione che non c'è

La convocazione e poi la sospensione della manifestazione a Roma contro il ddl omofobia è la conseguenza del solito approccio riduttivo che ha già disperso il valore dei Family Day. Ma l'11 luglio resta la mobilitazione delle Sentinelle in Piedi in decine di città italiane, segno di una necessaria battaglia culturale che precede e accompagna quella politica.

Sentinelle in piedi

Era iniziata male e sta finendo anche peggio la convocazione dell’11 luglio per protestare contro il disegno di legge sull’omofobia. Almeno per quel che riguarda la convocazione a Roma.

Era partita male perché si presentava come un ibrido tra una grande manifestazione nella capitale e una presenza significativa in cento piazze sparse in tutta Italia (clicca qui). Era il frutto di un compromesso tra la manifestazione già prevista delle Sentinelle in Piedi (nelle piazze delle città italiane secondo lo stile del movimento) e la successiva iniziativa dell’associazione Family Day, guidata da Massimo Gandolfini, che pensava a un piccolo Family Day a Roma. Nasceva così lo strano invito “venite a Roma in Piazza del Popolo, e se proprio non potete, manifestate nelle vostre città”. Una contraddizione evidente.

Ma sono bastati pochi giorni e con un lungo comunicato l’associazione Family Day lo scorso fine settimana tornava sui suoi passi cancellando la manifestazione di Roma. Troppe poche persone ammesse in Piazza del Popolo, si giustifica l’associazione, e poi pare proprio che il Parlamento non deciderà prima di settembre, quindi – dice Gandolfini – prepariamoci per quando sarà il momento opportuno. Ragioni che lasciano a dir poco perplessi. Nel comunicato poi nulla viene detto delle altre città, a dimostrazione che si trattava di un connubio innaturale e anche mal tollerato.
In effetti le Sentinelle in Piedi confermano l’11 luglio la loro presenza in decine di città italiane.

Malgrado le dichiarazioni ufficiali parlino di migliaia di persone che già si erano mobilitate per Roma, la realtà sarebbe ben diversa, con un forte rischio di flop, pur in una piazza che per ordine della prefettura non avrebbe potuto accogliere più di 2mila persone. Si afferma anche che ci sarebbe già un accordo fra i partiti per rinviare il dibattito in aula a settembre, dopo le elezioni regionali, e questo avrebbe consigliato di non affrettare i tempi ed evitare di alzare i toni con il rischio di un ripensamento di 5Stelle e PD. Anche questo è un motivo che fa acqua, visto che di blitz estivi è piena la storia parlamentare italiana e, se ne avranno l’occasione, PD e 5Stelle non staranno certo ad aspettare Gandolfini e compagnia.

Probabilmente la verità è molto più semplice: un’altra piazza come quella dei Family Day è impossibile dopo la sciagurata gestione del consenso popolare nato in quelle occasioni. Abbiamo già più volte detto a suo tempo che c’è stata una colpevole riduzione di un movimento di popolo a politica di palazzo, tra chi ha pensato bene di farsi il suo partito e chi invece ha pensato di riscuotere qualche posto in Parlamento mendicando tra i partiti del centrodestra. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Ma invece di ravvedersi, si è insistito sulla stessa strada. E il risultato è che ci sono stati anni di deserto per quel che riguarda il movimento pro-family: sempre a inseguire la politica di palazzo – peraltro sempre da dilettanti - si è continuato a ignorare la battaglia culturale. E dopo cinque anni ci si ripresenta di punto in bianco a ordinare “Tutti a Roma”, ignorando le ferite mai rimarginate dei Family Day, la paura ancora diffusa causata dal coronavirus e le difficoltà economiche che oggi si sono fatte ancora più pesanti. E dimostrando anche un certo sprezzo delle famiglie, che dovrebbero obbedire a comando a ogni chiamata degli autoproclamati leader: “Tutti a Roma l’11 luglio”, poi “No, state a casa, pronti per settembre”. Poi a settembre, chissà… Come se centinaia di migliaia di italiani non avessero null’altro da fare che aspettare i comandi di leader volubili che seguono misteriose strategie politiche.

Anche in questa occasione, proprio nelle motivazioni della sospensione della manifestazione a Roma, si percepisce la solita riduzione: certo che è giusto porsi degli obiettivi politici, ma non si può rinunciare a una presenza pubblica continua che rende visibile e incidente una posizione umana e culturale e che renderà al momento opportuno più facile anche ottenere risultati dal Parlamento. Si guardi a come è cresciuto il movimento Lgbt in questi anni, a colpi di Pride in tutte le città, con manifestazioni piccole che pian piano sono diventate imponenti.

Per questo è importante una presenza come quella delle Sentinelle in Piedi, ed è una buona notizia che abbiano confermato le manifestazioni dell’11 luglio. Si dirà che sono piccola cosa, che mobilitano poche centinaia di persone in ogni città. È vero, ma a parte che quella modalità di manifestare sembra fatta apposta per le disposizioni anti-Covid, alla lunga è questa presenza costante, visibile, capace di incontrare le persone là dove vivono e di dare le ragioni delle proprie posizioni, che può far crescere una cultura della vita e della famiglia, pur parlando di politica e di leggi. E c’è da augurarsi che anche altre componenti di quelli che furono i Family Day si uniscano a loro a partire dall’11 luglio.