• MILANO

Il parroco esprime dubbi sul vaccino? Venga messo alla gogna

Succede a Casorate Primo, nella diocesi di Milano: nella Messa di fine anno alcuni fedeli inscenano una protesta perché il parroco osa esprimere dubbi sulla gestione dell'emergenza Covid e sull'obbligo vaccinale. E stampa e tv lo sbattono in prima pagina, neanche fosse un mostro. La diocesi ovviamente si preoccupa soltanto di ribadire la propria fedeltà al dogma del vaccino. 

Don Tarcisio Colombo

Guai al prete che mette in dubbio il dogma del vaccino. Rischia di essere sbattuto sulla prima pagina dei giornali, additato come un mostro e abbandonato al suo destino dai suoi superiori. È quello che è successo a don Tarcisio Colombo, da quasi dieci anni parroco nella chiesa di San Vittore martire a Casorate Primo, un borgo di 9mila anime in provincia di Pavia ma in diocesi di Milano. Il 2 gennaio è stato l’uomo del giorno, per quella che è stata definita (impropriamente) dai media una «omelia no vax» che ha provocato la reazione di una parte dei fedeli che hanno abbandonato la chiesa. Ed evidentemente hanno anche dato pubblicità al loro gesto scatenando la stampa.

Ma cosa era successo veramente il 31 dicembre, giorno del “fattaccio”? Cosa avrà detto di così scandaloso il parroco nell’omelia? Non sorprendentemente don Tarcisio non risponde al telefono, la linea della Curia in questi casi è chiara e consolidata: profilo basso e niente dichiarazioni pubbliche se si vuole evitare altri guai.

Da altri fedeli presenti alla messa riusciamo però ad avere qualche dettaglio. Il contesto è quello della messa vespertina del 31 dicembre, al termine della quale si usa cantare il Te Deum, il ringraziamento a Dio per l’anno appena trascorso. Nell’omelia è tradizionale ed è comune che il prete faccia un bilancio dell’anno o sottolinei qualche accadimento in particolare. Così ha fatto don Tarcisio, come ogni anno, e ha rilevato due criticità: gli attacchi anti-cristiani in tutta Europa e la questione pandemia. A questo proposito ha notato come tanta gente abbia perso la serenità, viva nella paura; ha rilevato che una responsabilità di questo clima ce l’ha anche chi gestisce la pandemia, con messaggi contraddittori, un’emergenza che dura da due anni e sembra senza fine, con libertà che vengono tolte e concesse dall’alto quando dovrebbero essere garantite per natura.

Ha quindi aggiunto che a rendere ancora più pesante l’atmosfera c’è la questione dell’obbligo vaccinale, su cui c’è grande dibattito, con i non vaccinati che vengono criminalizzati pur essendo evidente a tutti in queste settimane che a contagiarsi e contagiare sono anche i vaccinati. E poi ha notato come sia diventato pericoloso parlare di queste cose, tanto è il livello di pressione a cui si è sottoposti. Ovviamente l’omelia è andata avanti perché don Tarcisio non intendeva fare disquisizioni politico-sociali ma indicare il Bambino di Betlemme come il criterio per giudicare tutti questi accadimenti, come Colui che è venuto a liberarci dai nostri peccati e dalle nostre miserie, a portarci la salvezza. Niente di eterodosso dunque, nessuna profanazione o sacrilegio, come invece accade di assistere in altre chiese italiane.

Una decina di persone però si è fermata alle prime battute sul Covid, si è alzata ed è uscita rumoreggiando dalla chiesa, continuando poi sul sagrato la protesta mentre all’interno la celebrazione andava avanti. Volti noti della parrocchia, in realtà, che chiaramente non condividono il sentire del parroco e hanno colto l’occasione – e l’argomento sensibile – per inscenare una protesta da “vendere” alla stampa. Chissà, magari con la segreta speranza che la Curia finalmente intervenga e nomini un nuovo parroco a loro immagine e somiglianza. Calcoli ben riusciti quanto al clamore suscitato (in realtà non era difficile) perché immediatamente stampa e tv si sono mobilitate e hanno riservato al povero don Tarcisio la gogna pubblica: un prete nemico del popolo, contro cui giustamente si ribella il popolo cattolico.

E davanti allo “scandalo” la Curia milanese è prontamente intervenuta: a difendere il parroco? Figurarsi. L’unica preoccupazione è dimostrare l’assoluta ortodossia al dogma del vaccino. «Sui vaccini – ha dichiarato il portavoce della Curia milanese Stefano Femminis - la posizione della Chiesa ambrosiana è chiarissima: tutti i parroci e gli operatori pastorali devono vaccinarsi perché la tutela della salute è importante anche per la cura delle anime e la vicinanza concreta ai fedeli. Ricordo anche che l’arcivescovo Mario Delpini ha già visitato diverse volte alcuni centri vaccinali lombardi per portare la sua benedizione e incoraggiamento a tutti gli operatori impegnati nella campagna contro il Covid». 

Solo questo conta. Invece un prete che percepisce l’inquietudine dei suoi parrocchiani, che sente il crescere della divisione, che vede tanti di loro perdere il lavoro a causa della crisi provocata dalla gestione della pandemia e dell’obbligo vaccinale, che dà voce a questi sentimenti, che si fa carico dei loro bisogni e rende evidente il compito a cui il Signore li chiama in mezzo a questi turbamenti, non merita di essere difeso. La libertà della Chiesa viene svenduta per non disturbare il Potere. Su 1600 preti della diocesi milanese, ha anche detto il portavoce Femminis, «questo è il secondo caso di un sacerdote che critica i vaccini e la gestione della pandemia da parte del governo». Come dire: siamo bravi, facciamo tutto quello che ci è detto, 2 su 1600 è nulla, non ci venga imputato come colpa. Ecco: la preoccupazione vera della Chiesa (non solo quella milanese), capiamo da queste parole, è non contraddire il governo. Leggere l’editoriale di Stefano Fontana per capire la gravità della questione.

Dona Ora