• 1 MAGGIO

Il pan-sindacalismo che ha distrutto l'Italia

Solita retorica dei sindacati Cgil, Cisl e Uil nella festa del primo maggio, solita pattuglia di lavoratori che insegue ideologicamente un mondo che non c'è più. I sindacati hanno frenato per decenni l’evoluzione del mercato del lavoro, ostacolando la cultura d’impresa e alimentando rendite parassitarie.

Bandiere sindacali

Strideva ieri il palese contrasto tra le strade di Milano, devastate dai black block con molotov e bombe carta, e la piazza di Pozzallo, nel ragusano, con il palco di Cgil Cisl e Uil allestito per la consueta manifestazione del primo maggio.

Da una parte una minoranza di facinorosi che cerca di macchiare l’esordio di Expo 2015, manifestazione mondiale dedicata nobilmente all’emergenza cibo; dall’altra una pattuglia di lavoratori che insegue ideologicamente un mondo che non c’è più.

Il valore del lavoro non si discute, è sancito nella Costituzione italiana ed è richiamato in tutti i documenti più rappresentativi della Dottrina sociale della Chiesa. Quello che invece va ridiscusso è il modo di tutelare quel valore, essenziale per la realizzazione della persona. Questo governo ha inaugurato un nuovo modello di relazioni tra politica e sindacato con un’interlocuzione più dinamica e meno ingessata entro vetusti schematismi e ha varato il jobs act, che trasforma alcuni contratti precari in contratti a tempo indeterminato, giocando sugli sgravi contributivi per tre anni. E’ ancora presto per valutare se la strada intrapresa sia quella giusta, considerato che le deleghe connesse a quel decreto devono ancora essere attuate, ma indubbiamente si nota sul mercato del lavoro una maggiore vivacità. Ora bisognerà capire se l’incremento di posti di lavoro sarà reale e duraturo oppure un fuoco di paglia.

Positivo, però, è che si sia finalmente messo un paletto invalicabile nei confronti di una becera cultura statalista e pansindacalista che tanti danni ha prodotto al Paese: non dev’essere lo Stato a dare il lavoro a tutti, bensì il cittadino ad essere messo dal quadro legislativo e dalle politiche governative nelle condizioni migliori per trovare lavoro. E per realizzare tale quadro favorevole occorre anzitutto tutelare i produttori, coloro che investono, gli imprenditori, soprattutto piccoli e medi, che rappresentano l’ossatura dell’economia di un Paese e che sostengono il rischio d’impresa in un mondo sempre più competitivo a livello globale. Non a caso, le aziende che patiscono meno gli effetti perversi della recessione sono quelle che investono o che delocalizzano, a riprova del fatto che le condizioni migliori non si sono create e che la legislazione in materia di lavoro scoraggia ancora troppo gli investimenti da parte degli imprenditori.

E i sindacati, ancora fuori legge in senso tecnico, vista la storica inattuazione dell’articolo 39 della Costituzione, hanno frenato per decenni l’evoluzione del mercato del lavoro, ostacolando la cultura d’impresa e alimentando un circuito perverso di rendite parassitarie. Hanno sempre rifiutato di dare attuazione a quella norma voluta dai Costituenti e che consisteva nella registrazione obbligatoria delle sigle sindacali presso uffici centrali e locali, al fine di acquisire personalità giuridica e di poter stipulare contratti collettivi validi verso tutti gli appartenenti alla categoria interessata. La parcellizzazione della rappresentanza sindacale, conseguente al mancato rispetto di quell’articolo, ha trasformato Cgil, Cisl e Uil in entità fuori controllo, soggetti anarchici, cinghie di trasmissione della politica.

Perfino un comunista doc come l’ex Presidente della Repubblica, in un’intervista ieri, ha preso le distanze da una sterile retorica del Primo Maggio, definendo “superato” il metodo della concertazione, auspicando un rinnovamento dell’organizzazione sindacale e la definizione di un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori. 

Eppure il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, durante il comizio di ieri, non è arretrato di un millimetro rispetto alle consuete rivendicazioni, ormai antistoriche, legate a un modello di sviluppo che non c’è più. Nessuna parola di elogio per gli operai che hanno garantito a Expo 2015 di poter partire, nessun ringraziamento ai milioni di lavoratori italiani che fanno onestamente il loro lavoro senza aderire ad alcun sindacato. Solidarietà incondizionata, invece, agli immigrati, con un riferimento alla Costituzione italiana. Non già per ammettere l’enorme inadempienza del sistema sindacale rispetto all’articolo 39, bensì per denunciare il mancato rispetto dell’articolo 10 della Costituzione, che garantisce il diritto di asilo, e dell’articolo 11, che sancisce il ripudio della guerra, e per invocare una sorta di liberalizzazione delle frontiere.

Per gli italiani che invece subiscono la cosiddetta “dittatura delle minoranze”, i disagi di scioperi selvaggi e in violazione delle norme vigenti, neppure una parola. Con un sindacato così lontano dai bisogni reali del mondo del lavoro diventa problematico immaginare un rilancio del sistema Paese. Il primo maggio deve diventare la festa del lavoro, ma di tutte le componenti del mondo del lavoro, datori di lavoro e lavoratori, impegnati in uno sforzo comune per ridare competitività alle imprese italiane e per salvare l’Italia dalla colonizzazione imperiale delle potenze straniere. Il difensivismo statalista e il pansindacalismo incarnato dalla Camusso sono i veri killer del nostro Paese. Per fortuna chi è al governo l’ha finalmente capito.