• LA TESTIMONIANZA

Il nostro amico don Negri, una compagnia a Cristo

Nel giorno del suo funerale, Benedetta e Federico raccontano del loro incontro con monsignor Luigi Negri e di come questo abbia sostenuto e fatto crescere la loro fede, prima come singoli e poi come coppia. "Tutto passa, solo Lui resta": lo ripeteva e ripeteva, rivelando quell'amore per Cristo incontrato nella sua giovinezza.

Monsignor Negri al matrimonio di Federico e Benedetta

Nel giorno dei funerali di monsignor Luigi Negri (stamattina alle 10 a Ferrara, Basilica di san Francesco, e alle 15 nel Duomo di Milano) pubblichiamo la testimonianza di due tra i tanti amici che hanno avuto in monsignor Negri una guida paterna e accogliente. Benedetta Frigerio è una redattrice della Bussola, e Federico De Pasquale è suo marito.  

In due modi la sua compagnia fu radicale per noi.

Io, Benedetta, conobbi don Lugi Negri da bambina, quando frequentando i miei genitori disse loro che crescendo avrebbero dovuto tenermi d’occhio, visto che passai la serata a saltargli sulle gambe mentre cercava di parlare seduto sul divano di casa mia. Lo ritrovai però nei primi anni del mio lavoro dopo aver scritto un articolo sulla legge 40 in cui parlavo dell'errore da parte degli uomini di Chiesa di fare politica confondendo la mente di molti fedeli. In quel periodo, infatti, anziché proclamare l'errore intrinseco a qualsiasi tipo di fecondazione artificiale, che rende l'uomo manipolatore della vita (e anche uccisore dato che si creano embrioni a rischio di aborto), diverse personalità del clero difendevano la norma che permetteva la pratica entro certi limiti (in nome del cosiddetto male minore) finendo per far credere che la fecondazione fosse lecita in certi casi (omologa ad esempio) anche se in realtà la Chiesa non la ammetteva nemmeno nei vincoli legali allora previsti.

Io ero per una condanna totale da parte del clero e dei vescovi della fecondazione assistita e della legge che la permette, essendo convinta che i pastori dovessero preoccuparsi della educazione delle anime. Oltre a ciò ero persuasa che la norma sarebbe poi comunque stata privata anche dei suoi “paletti” che giuridicamente non avrebbero retto, come poi accadde. Lo scrissi e inviai alcune missive a diversi vescovi. Insieme al cardinale Carlo Caffarra, anche Negri mi chiamo' dicendomi che era con me e di andare avanti. Da lì nacque una amicizia sincera e un affetto profondo.

Pur essendo un vescovo dell'agenda fitta non si dimenticava di chiamarmi anche solo per un saluto. Mi diceva spesso: "Frigerio bell'articolo, ma facile scrivere le cose che senti da me", e dopo una risata chiudeva la comunicazione. Era di grande conforto perché di norma il suo sostegno arrivava quando più mi sentivo sola. La sua paternità e il suo incoraggiamento giunsero anche dopo che mi fu impedito di intervenire ad un incontro sul gender per paura delle accuse di omofobia rivolte a chi ci ospitava: “Forza, la battaglia sarà sempre più dura, hanno vinto ma noi abbiamo già vinto la guerra". Mi prendeva spesso in giro anche per valorizzarmi: una volta dovetti cantare durante una Messa privata da lui celebrata: "Frigerio, sarai pur brava a scrivere ma a cantare...". Capitava anche di discutere (non eravamo sempre d'accordo su tutto) ma ci si sentiva uniti dalla ricerca della Verità. Ricordo che dopo una litigata, lo trovai a braccia aperte che mi aspettava giù dal pullman che ci trasportava durante il pellegrinaggio in Terrasanta per cui partimmo insieme due giorni dopo il mio matrimonio. A dire che a tenerci insieme c’era qualcosa di più grande delle diverse opinioni.

Per quanto riguarda me, Federico, ho conosciuto don Negri attraverso un caro amico prete della diocesi di cui era vescovo, allora San Marino-Montefeltro. Al tempo, per me che ero un liceale appassionato della vicenda cristiana, incontrare un pastore e un padre come lui fu veramente esaltante e di conforto: era un uomo di grande intelligenza e ragionevolezza che alle domande pressanti sulla vita di fede e sulla vicenda umana di giovani scalcagnati, come me e i miei amici, dava importanza e tempo.

L'amicizia con lui continuò durante gli anni universitari quando andò a Ferrara; capitava mensilmente che andassi a trovarlo in diocesi. Ci incontravamo spesso, andavo a trovarlo con qualche amico e davanti ad un piatto di cappellacci si faceva fuori la vita, giudicando quello che accadeva. Ricordo poi il fascino che provavo sentendolo parlare agli amici che frequentavano il suo corso fidanzati, per cui andavo ad ascoltarlo da Milano a Ferrara nonostante non avessi ancora la morosa. I suoi insegnamenti mi sarebbero stati utili poi. Conobbi solo dopo Benedetta, che poi sarebbe diventata mia moglie. Dopo due anni di amicizia e saputo del nostro fidanzamento, Negri, evidentemente felice dell’unione fra due dei suoi amici, mi fece gli auguri così: "De Pasquale, la Frigerio? Solidarietà...peggio che andare in guerra", poi si voltò verso Benedetta per dirle che "Frigerio, hai rubato una talare alla Chiesa!".

Possiamo entrambi dire che con lui si rideva di gusto, che era capace di rilevare gli aspetti decisivi del carattere di una persona per valorizzarla anche dentro la sua profonda ironia (a volte pur scandalosa per chi non ne conosceva la fede e la timidezza). Volle celebrare il nostro matrimonio cominciando ad accompagnarci, da lì in poi, come fossimo una cosa sola. Ci disse che la prima Chiesa era la nostra casa, che il sacramento del matrimonio aveva una forza tale da trasformarci in un essere solo penetrato dalla presenza di Cristo: la preghiera quotidiana insieme, la fede vissuta nei sacramenti, la cultura (ossia la lettura critica della realtà alla luce della fede), la missione reciproca fra noi e verso i figli, ci assicurò, avrebbero reso la nostra chiesa domestica un luogo di ristoro per chiunque avessimo incontrato e avrebbero generato movimento, nonostante i tempi confusi. Tutto questo ce lo spiegò prima di celebrare le nostre nozze davanti ad una pizza che lui, avanzando scelse fra noi di dare a Federico dicendogli: "Mangia, mangia che ti serviranno forze". 

Altre sue battute ci insegnavano poi un sano distacco dalle cose drammatiche della storia. Perché tutto passa e solo Lui resta. Lo ripeteva e lo ripeteva, soprattutto negli ultimi tempi, ricordando gli anni della sua gioventù in cui si innamorò di Cristo nell'incontro con il carisma di don Giussani. Lo ripeteva che tutto passa (pur preoccupato per la Chiesa e a causa di diverse prove e tradimenti di cui non faceva segreto) ma che quell'Amore nella sua vita non aveva fatto altro che crescere e farsi sempre più concreto e vicino. Era provato e stanco ma di Cristo parlava ancora con la passione di un giovane innamorato. Ragion per cui non si fermò mai nella lotta per la difesa di Gesù giudice della storia e iniziatore di una cultura più umana dove sia che si mangi, sia che si beva o si dorma occorre farlo per Dio affinché anche tutta la società ne tragga beneficio. La sua lotta era quindi anche per l'uomo, persino quello che non tollerava la sua radicalità nel ricordare la Verità sul suo destino e sul creato.

Ci ha fatto compagnia così, da vicino e da lontano. Siamo certi che ora la sua paternità in tempi sempre più ostili all'uomo sarà maggiore e priva di stanchezza e dolori, ora finalmente disciolti nel faccia a faccia con l'Innamorato.

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