• IL CASO PARAGONE

Il Movimento perde le Stelle e si ribella a Di Maio

L'epurazione di Gianluigi Paragone dal Movimento 5 Stelle segue di pochi giorni l'uscita dell'ex ministro Fioramonti. Fra fronde di estrema destra ed estrema sinistra, Di Battista appoggia Paragone e anche la Lezzi attacca Di Maio. Al quale resta una sola carta per evitare la defenestrazione: andare al voto

Gianluigi Paragone contesta la legge di bilancio in Senato

Quando si parla di scissione nei gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle ormai si discute solo del momento in cui avverrà. C’è chi profetizza che già il 7 gennaio, alla ripresa dei lavori delle Camere, i dissidenti verranno allo scoperto e annunceranno il trasloco nel gruppo misto o la costituzione di un nuovo gruppo e c’è chi invece scommette che la fuoriuscita in massa dalle fila pentastellate sarà la conseguenza della probabile debacle alle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria, fissate per il 26 gennaio.

In entrambi i casi manca poco e gli scricchiolii ormai sono impossibili da negare, anche da parte dei diretti interessati. Dopo il caso di Lorenzo Fioramonti, che si è dimesso da Ministro dell’Istruzione e ha lasciato il Movimento per fondare, quasi sicuramente, un gruppo con una decina di parlamentari pentastellati vicini all’ala più di sinistra e più green, è arrivata l’espulsione del senatore Gianluigi Paragone, da tempo in aperto dissenso nei confronti della leadership di Luigi Di Maio.

I probiviri del Movimento hanno espulso Paragone per non aver votato la manovra di bilancio, ma in verità il fuoco covava già da tempo sotto la cenere. Paragone aveva assunto posizioni sempre più filo-leghiste e non aveva mai digerito la nascita del Conte bis, con la sostituzione della Lega con il Pd e Leu nell’alleanza di governo, tanto che si era astenuto in occasione del voto sulle dichiarazioni del premier.

Ma a scompaginare gli equilibri e a rendere ancora più esplosiva la situazione sono giunte a sorpresa le parole di Alessandro Di Battista, tra i leader del M5S rimasto fuori da cariche elettive ma considerato il rappresentante della componente più movimentista dei Cinque Stelle. Di Battista, quello dei continui lunghi viaggi all’estero, è sceso in campo a sostegno di Gianluigi Paragone, di fatto condannando la decisione di cacciarlo dal Movimento. "Gianluigi – ha commentato Di Battista in un post su Facebook - è infinitamente più grillino di tanti che si professano tali. Non c’è mai stata una volta che non fossi d’accordo con lui. Vi esorto a leggere quel che dice e a trovare differenze con quel che dicevo io nell’ultima campagna elettorale che ho fatto. Quella da non candidato, quella del 33%". 

Non bastasse, anche la senatrice grillina Barbara Lezzi, col dente avvelenato per essersi vista sfilare il Ministero nel passaggio dal Conte uno al Conte due, ha speso parole in favore di Paragone: "È e resta un mio collega. Fino a quando, e sono certa che continuerà così, lavorerà senza sosta per i deboli, per assicurare un salario minimo decente, per fare in modo che le multinazionali osservino le leggi del nostro Paese, resterà un mio collega". Poco dopo il post di Di Battista, Paragone ha replicato via Facebook: "Ringrazio Alessandro Di Battista per le belle parole che ha usato per me, in mia difesa. Ale rappresenta quell’idea di azione e di intransigenza che mi hanno portato a conoscere il Movimento: stop allo strapotere finanziario, stop con l’Europa di Bruxelles, stop con il sistema delle porte girevoli, lotta a difesa dei veri deboli, stop alle liberalizzazioni che accomunano Lega e Pd. Io quel programma lo difendo perché con quel programma sono stato eletto. Ale lo sa".

Paragone ha anche annunciato che farà ricorso contro il provvedimento di espulsione e presenterà una memoria difensiva, senza escludere di portare i vertici del Movimento financo in Tribunale. Al di là dei movimenti nei gruppi parlamentari, bisogna ora interrogarsi su quali effetti tale liquefazione a Cinque Stelle potrà avere sulla tenuta dell’esecutivo. Mentre è fuori discussione il sostegno a Conte da parte dell’ex Ministro Fioramonti e dei dissidenti che lo seguiranno, più imprevedibili appaiono le mosse di Paragone, Di Battista, Lezzi e quanti non hanno condiviso la nascita dell’attuale esecutivo e molte delle sue scelte.

Paragone è da sempre considerato filo-leghista. Con lui ci sono tantissimi parlamentari pentastellati che, essendo già al secondo mandato, hanno la certezza di non essere più ricandidati e quindi devono trovarsi una nuova collocazione politica. La Lega, Italia Viva e eventuali nuove formazioni politiche potrebbero offrire loro un approdo. Molto dipenderà dalla durata della legislatura. Se le Camere venissero sciolte entro un mese, le nuove elezioni politiche anticipate si terrebbero con l’attuale composizione allargata (630 deputati e 315 senatori) e i fuoriusciti grillini avrebbero più chance di ricollocarsi altrove. Se invece la legislatura andasse avanti e si tenesse in primavera il referendum sulla riduzione del numero di parlamentari, il loro futuro politico diventerebbe alquanto incerto e nessuno avrebbe più interesse a provocare la caduta del Conte bis.

Luigi Di Maio, sempre più nell’angolo, ha solo un modo per evitare la dissoluzione del Movimento e quindi la fine della sua leadership: andare al voto anticipato per ricompattare i suoi e coinvolgerli in una nuova campagna elettorale. Altrimenti il suo destino è segnato: la fronda crescente all’interno del Movimento lo ha di fatto già sconfessato e non vede l’ora di liberarsi di lui.