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il ricordo di camisasca

«Il mio amico Gigi Riva: forte, umile e riconoscente»

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L'amicizia di Gigi Riva con il vescovo Massimo Camisasca: «Forte, silenzioso e umile», dice alla Bussola. «Amici dalle elementari dopo essere stati mandati entrambi fuori dalla classe. Mi chiese aiuto per trovare casa. Quella volta che restò in chiesa per ringraziare».

Sport 24_01_2024

Due bambini che giocano nel cortile della scuola dopo essere stati mandati fuori in punizione dalla maestra. Il primo tira calci al pallone, che è una potenza della natura, il secondo lo guarda ammirato. Comincia così nel lontano 1952 l’amicizia tra il vescovo e il calciatore. 74 anni dopo, il primo apre il libro dei ricordi per onorare la memoria del secondo, scomparso a 79 anni. Dell’amicizia che lo lega da antica data a Gigi Riva, il vescovo Massimo Camisasca conserva molti ricordi che custodisce gelosamente.

E che, oggi che l’Italia piange il suo Rombo di tuono, rende pubblici in questa chiacchierata con la Bussola delineando le quattro caratteristiche che hanno forgiato non solo il calciatore più prolifico della Nazionale e più iconico del calcio italiano, ma anche l'uomo e soprattutto l’amico: la forza, il silenzio, l'umiltà e la riconoscenza. 

«La forza è stato un elemento dominante della sua vita – ci spiega il vescovo emerito di Reggio Emilia -. Nel 1952 io sono in prima elementare a Leggiuno, la maestra è mia madre. Ero un bambino tranquillo, ma lei ogni tanto mi faceva uscire di classe per non so quale irregolarità. Nel cortile della scuola trovo Gigi Riva: lui sì che era un irrequieto».

Perché?
Era stato come espulso dalla classe. Lui aveva due anni in più di me. Ci conoscemmo così: in cortile non parlava, giocava con un pallone e tirava delle pallonate contro il muro che mi lasciavano a bocca aperta. Ho imparato a conoscerlo così e l’ho sempre visto come un ragazzo di una forza smisurata che parlava col pallone.

Diventaste amici?
Sì, ci frequentavamo di tanto in tanto, però. Ma lui aveva un carattere introverso. Il suo silenzio è sempre stata una caratteristica della sua personalità. Quando ero liceale e vivevo già a Milano, tornavo spesso a Leggiuno, soprattutto d’estate, dove organizzavo degli incontri per i giovani. Un giorno voglio parlare con i giovani dei primi viaggi dei ragazzi di don Giussani in Brasile, porto con me anche una pubblicazione appena uscita in italiano e brasiliano. A quell’incontro viene anche Gigi, non sapevo che cosa potesse pensare di quelle mie esperienze.

Perché?
Perché rimase in silenzio tutto il tempo e prima della fine dell’incontro uscì. Il silenzio era una delle caratteristiche fondamentali della sua personalità, segnata fin dall’infanzia da gravi problemi: la morte del papà (a soli nove anni ndr.) e di una sorella giovanissima, la malattia di un’altra e le condizioni di vita estremamente povere.

Poi però diventò il fuoriclasse che abbiamo conosciuto...
Ma conservò sempre una grande umiltà, che mi piace ricordare.

Cioè?
Negli anni ‘90, quando venne nominato accompagnatore della nazionale (e poi team manager azzurro fino al 2013), passai da casa sua a Leggiuno durante l’estate. Mi invitò ad entrare e rimanemmo insieme un’oretta. Fu un momento unico pieno di ricordi, ma anche di speranze.

Parlaste della sua carriera?
No, al contrario, fu lui che ebbe bisogno di me.

Come?
Mi chiese se potessi aiutarlo a trovare una casa a Roma per i periodi che avrebbe dovuto passare con la Nazionale.

Lei era a Roma alla Fraternità San Carlo...
Mi colpirono la sua famigliarità e la sua umiltà, ma anche la sua concretezza. A Leggiuno tornava sempre più raramente, ma nei suoi ricordi di infanzia, si intrecciavano le amicizie positive come i suoi primi compagni nella squadra dell’oratorio che si chiamava Ala, con le malignità di alcune persone del paese sui suoi famigliari. Dagli anni ‘90 in poi tornerà sempre più raramente, ma le sue radici le portava nel cuore. Ogni volta che andavo al cimitero gli mandavo un messaggio, dicendogli che avevo pregato sulla tomba dei suoi genitori. E lui mi ringraziava con grande umiltà.

Forza, silenzio e umiltà. Com’era il suo rapporto con la fede?
Di grande riconoscenza. Le racconto un aneddoto.

Prego...
Alcuni anni fa, è sera. Don Luigi, il parroco di Leggiuno, entra in chiesa per chiudere. In fondo nell’ultima panca c’è un signore, don Luigi non lo riconosce nella penombra. Si avvicina e gli dice: «Dobbiamo chiudere».

Era lui?
Gli rispose soltanto: «Mi può lasciare qui ancora per un po’? Sono Gigi Riva e come calciatore sono nato in questo oratorio».