• RIFLESSIONI POST DUBLINO

Il Meeting della famiglia senza la famiglia

All’incontro delle famiglie di Dublino conclusosi domenica si è notata l’assenza dell’aspetto sociale e politico della famiglia. Dal Meeting inrlandese è emerso come i coniugi cristiani possano vivere la loro relazione e quella con i figli, ma non è emerso cosa le famiglie debbano fare per avere leggi a loro misura. Aver tralasciato questo versante ha invece permesso dubbi inserimenti come la presenza di Padre Martin.

All’incontro delle famiglie di Dublino conclusosi domenica si è notata l’assenza dell’aspetto sociale e politico della famiglia. È vero che l’attenzione dei media era focalizzata su alcuni temi di grande interesse per l’opinione pubblica come la questione omosessualità ed abusi che possono aver oscurato altri aspetti. Ma non si è trattato solo di un difetto di ricezione, degli aspetti sociali e politici della famiglia proprio non si è parlato. Del resto, esaminando il programma completo delle giornate di Dublino alla vigilia dell’incontro, si poteva notare che nessun eventoprogrammato aveva questo taglio.

L’attenzione è stata rivolta alla gioia e santità della vita familiare, alla relazione coniugale, alla spiritualità familiare, all’educazione dei figli, alle difficoltà di rapporto che possono essere superate. Ma i temi delle politiche familiari, delle leggi per la famiglia, della soggettività politica delle famiglie non sono stati trattati e non erano in programma. Per dirla in sintesi: a Dublino la famiglia non è stata mai inquadrata dentro la Dottrina sociale della Chiesa. Si può dire che sia stata privilegiata una visione relazionale personale intra-familiare (tra i componenti della famiglia) o inter-familiare (tra i componenti delle famiglie) ma senza fare riferimento all’ordine sociale e politico di cui la famiglia si nutre e che nello stesso tempo nutre. Intendiamoci, da molti interventi è emersa l’importanza della famiglia per la società, Il Papa stesso nel suo discorso al Castello di Dublino ha richiamato “l ruolo unico svolto dalla famiglia nell’educazione dei suoi membri e nello sviluppo di un sano e fiorente tessuto sociale”, ma si è trattato di frasi isolate: l’argomento non è stato organicamente esaminato.

Eppure sarebbe stato importante farlo, per ricordare che la famiglia rivela un ordine oggettivo cui uniformarsi come propria vocazione e, così facendo, richiama l’intera società al rispetto di questo ordine. Non mi è sembrato che a Dublino si sia parlato di diritto naturale o di legge morale naturale che pure sono i fondamenti della famiglia nel quadro della creazione. La trascuratezza di questa dimensione rischia di far scivolare il discorso sul piano delle relazioni inter-personali, quindi soggettive, pur se religiosamente ispirate, mentre la famiglia deve la sua importanza al fatto di essere una risposta ad un ordine inteso come vocazione.

Da lì parte la convinzione che, oltre alla famiglia, anche altre società naturali e della società civile abbiano dei loro fini propri da raggiungere come loro vocazione. Questo struttura l’intera società non dal punto di vista dei desideri ma dei doveri, fondati sui fini, che fondano poi i diritti. Tra questi anche i diritti della famiglia che, posta la questione su questo piano, non possono contrapporsi ai diritti degli individui né ai diritti delle società superiori, come per esempio lo Stato. Senza un tipo di considerazione di questo genere, la famiglia rischia di essere qualcosa di inter-soggettivo, di fluttuante e di aperto. I temi dell’omosessualità e del gender trovano qui una esclusione oggettiva, mentre in assenza di considerazioni di questo genere, trovano la strada per insinuarsi nei discorsi sulla famiglia, se questa è ridotta a relazione interpersonale. Ciò che differenzia il desiderio dalla vocazione è che la seconda è oggettiva ed esprime un ordine, mentre il secondo è soggettivo.

L’incontro di Dublino dichiarava fin dal titolo la sua ispirazione nell’Esortazione Amoris Laetitia di Papa Francesco. La suddetta impostazione, con l’assenza di una considerazione della famiglia dal punto di vista sociale e politico, ossia dell’ordine della società che deriva dalla creazione ed è finalizzato alla ricapitolazione in Cristo, caratterizza infatti anche l’Esortazione apostolica. Se si leggono i vari capitoli della stessa e i temi che essi affrontano non si incontra l’aspetto che stiamo esaminando. Considerazioni su questo o sull’altro aspetto sociale emergono, ma non si dà una trattazione organica del problema. I temi di un ordine della società che esprime un diritto naturale che ha anche la famiglia per oggetto non sono presenti.

Basta un fugace confronto con la Familiaris consortio di Giovanni Paolo II per rendersene conto. Qui il capitolo III era dedicato a “La partecipazione allo sviluppo della società” e vi si parlava di un compito sociale e politico della famiglia e di un compito della società e della politica verso di essa. Né si può dire che questi temi non fossero adatti all’incontro delle famiglie di Dublino trattandosi questo di un incontro pastorale. La partecipazione delle famiglie alla vita sociale politica fa parte della pastorale ed è lecito ipotizzare che molte delle famiglie presenti a Dublino fossero impegnate in associazioni pro-life, o di self-help sociale, oppure in forme di militanza per influenzare le leggi del loro Paese.     

Torniamo ora agli argomenti che, si diceva, hanno focalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, ossia quelli dell’omosessualità e del gender. Se il programma di Dublino avesse previsto anche la considerazione della famiglia dal punto di vista dell’ordine sociale, del diritto naturale e della Dottrina sociale della Chiesa, interventi come quello di Padre Martin non avrebbero trovato posto, senza con ciò nulla togliere al carattere pastorale dell’incontro. Aver tralasciato questo versante ha invece permesso questi dubbi inserimenti. Da Dublino è emerso come i coniugi cristiani possono vivere la loro relazione e quella con i figli, ma non è emerso  cosa le famiglie debbano fare per avere leggi a loro misura.