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Il Gop vince la Camera. La sua "sconfitta" è un mito

La vera notizia politica negli Usa è che i Repubblicani hanno vinto alla Camera, dunque hanno vinto le elezioni di metà mandato. E hanno posto fine alla lunga carriera politica di Nancy Pelosi, presidente della Camera dal 2019 e già capogruppo dei Democratici da ben vent’anni. Perché allora tutti parlano di una "sconfitta" del Gop?

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La vera notizia politica negli Usa è che i Repubblicani hanno vinto alla Camera, dunque hanno vinto le elezioni di metà mandato. E hanno posto fine alla lunga carriera politica di Nancy Pelosi, presidente della Camera dal 2019 e già capogruppo dei Democratici da ben vent’anni.

La notizia della vittoria dei Repubblicani può suonare abbastanza bizzarra alle orecchie dei più. A giudicare da telegiornali e talk show, Biden è il vincitore di queste elezioni e Trump è il perdente. Eppure, oggettivamente, da ieri i Repubblicani sono i vincitori. Dopo un lunghissimo spoglio elettorale (e mancano ancora diversi collegi alla conta), infatti, hanno conquistato la maggioranza alla Camera. Non hanno preso la maggioranza in Senato, che resta nelle mani dei Democratici, forse di un seggio, si vedrà al ballottaggio in Georgia il 6 dicembre. Ma questo non fa dei Democratici i vincitori delle elezioni per il rinnovo di gran parte del Congresso: prima controllavano entrambe le camere, dopo il voto ne hanno solo una.

Perché si è creata l’impressione di una vittoria dei Democratici? Per colpa dei sondaggi, essenzialmente. E soprattutto dell’importanza che analisti, giornalisti e semplici elettori attribuiscono alle previsioni. I sondaggi infatti davano i Repubblicani in vantaggio alla Camera con un margine molto superiore rispetto a quello che hanno conquistato. Il Senato era previsto in bilico, come è, ma la maggioranza risicata era attribuita più ai Repubblicani che non ai Democratici. Di qui la convinzione, da parte di molti, che lo scorso 8 novembre ci sarebbe stata una vera “onda rossa” (il rosso è il colore del Grand Old Party). Visto che la vittoria è stata molto più misurata, di qui nasce la delusione della destra e la soddisfazione della sinistra. Ma è e resta un capovolgimento della realtà.

I sondaggi hanno avuto un impatto sugli elettori? Sicuramente sì, come l’hanno avuto i nuovi metodi di voto che si sono imposti ai tempi della pandemia: il voto postale e quello anticipato. È facile stabilire quanti Democratici, nel mese precedente al giorno elettorale, si siano precipitati a compilare e spedire la loro scheda per posta, vedendo che probabilmente i Repubblicani avrebbero vinto: 4 su 10 hanno votato prima dell’8 novembre e di questi la stragrande maggioranza è costituita da elettori registrati come Democratici. Di sicuro, il voto per posta è servito a mobilitare anche i giovani, nelle università, dove i Democratici hanno fatto ampia raccolta di schede, anche molto prima che si concludesse la campagna elettorale. Giunti al giorno del voto, l’8 novembre, altrettanti elettori repubblicani e indipendenti “pigri” saranno rimasti a casa, convinti che in ogni caso le elezioni sarebbero andate bene per loro.

Le previsioni elettorali, in questo caso, hanno influenzato direttamente il voto e poi hanno condizionato anche i commenti, hanno, come va di moda dire oggi, cambiato la “narrazione”, anche se smentita dalla realtà. I Repubblicani hanno vinto, però hanno “perso”, perché hanno ottenuto un successo inferiore alle attese. Le previsioni sono riuscite quasi nell’intento di diventare una profezia che si auto-avvera. Paradossalmente, ad alimentare il mito della sconfitta è anche lo stesso Partito Repubblicano che ha tutto l’interesse, in questa fase difficile della sua storia, a liberarsi dell’ingombrante Donald Trump, attribuendogli tutta la responsabilità della “sconfitta”. Per motivi di lotta interna, dunque, anche la vittima della narrazione collabora a costruirla e rinforzarla.

Oggettivamente parlando, però, stando ai fatti e non alle percezioni, i Repubblicani hanno strappato la Camera ai Democratici. E questo è un grande successo, soprattutto personale, perché pone fine, non solo al ruolo, ma anche alla carriera di Nancy Pelosi, terza carica dello Stato, letteralmente la donna più potente d’America e volto della politica progressista. Figlia dell’allora sindaco di Baltimora (settima di sette figli in una famiglia cattolica), è in politica dal 1976, in Congresso dal 1987, capogruppo dei Democratici dal 2002 e per due volte è stata presidente della Camera. Ha guidato tutte le battaglie della sinistra: si è opposta a Bush per la guerra in Iraq, è stata promotrice, pur cattolica, sia della causa abortista che di quella delle nozze gay, ha sposato la causa di Black Lives Matter, ha fatto letteralmente la guerra a Trump, arrivando a strappare di fronte al Congresso il suo discorso dello Stato dell’Unione e tentando di sottoporlo a impeachment per due volte (caso unico nella storia degli Usa). Ha suscitato odi viscerali nella destra: lo “sciamano” di QAnon, divenuto il simbolo dell’assalto al Campidoglio, ha occupato il suo ufficio. Suo marito, più di recente, è stato ferito a martellate a casa sua a San Francisco in un episodio la cui ricostruzione è ancora poco chiara. Adesso Nancy Pelosi, oltre a non essere più presidente della Camera, rinuncia anche al suo ventennale incarico di capogruppo del Partito Democratico. Rimarrà, ma come semplice deputata. Per i Democratici è una perdita grave, al di là del suo estremismo politico, era un’ottima tattica e ha saputo tenere unite le varie correnti del partito, sia all’opposizione, che in maggioranza.

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