Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Bonaventura a cura di Ermes Dovico
ITINERARI DELLA FEDE

Il Duomo di Santo Stefano a Prato

Il Duomo dedicato a Santo Stefano è una delle chiese più antiche di Prato e uno degli edifici romanico-gotici più belli della Toscana. Una serie di ampliamenti fra il XII e il XV Secolo furono motivati dal crescente culto per la Sacra Cintola, la reliquia più preziosa conservata a Prato.

Cultura 14_09_2013
S. Stefano: facciata

Quella di Santo Stefano è una delle chiese più antiche di Prato, sorgendo in una zona dedicata al culto già in epoche remotissime, risalenti addirittura all’età del rame e del bronzo. Di fatto è documentata a partire dal X secolo quale Pieve del Borgo del Cornio, l’insediamento romano, sviluppato dai Longobardi, che fu il primo nucleo della città odierna. Le umili e semplici linee della costruzione originaria si trasformarono nei secoli a tal punto da renderla una delle basiliche romanico gotiche più belle del territorio toscano.

Ampliamenti si registrano già nel XII secolo, ad opera del maestro Guidetto, marmorario del Duomo di Lucca e proseguono fino al XIV e XV secolo, periodo cui appartengono la facciata, addossata alla precedente, e il pulpito esterno, costruito da Michelozzo e decorato da Donatello. Unica è la ragione di questi interventi: la crescente devozione per la Sacra Cintola, la reliquia più preziosa conservata a Prato, vero fulcro della religiosità cittadina. Si dice che questa sottile striscia di finissima lana di capra, di colore verde, ricamata con fili d’oro, appartenesse alla Madonna. Al momento della Sua assunzione, la Vergine Maria l’avrebbe consegnata a San Tommaso il quale, a sua volta, l’avrebbe affidata ad un sacerdote, iniziando quel passaggio di consegne che la condusse, infine, a Prato attraverso il mercante Michele Dagonari. La leggenda è raccontata sulle pareti della Cappella che dalla fine del Trecento custodisce il Santo Cingolo.

Qui Agnolo Gaddi, figlio di quel Taddeo discepolo di Giotto della prima ora, inserì queste vicende all’interno del più ampio ciclo della vita di Maria, affrescato in scene corali,  luminose e ricche di particolari (1392-1395). Alcuni episodi – L’Assunta che da la cintola a San Tommaso e la Dormitio Virginis – si ritrovano nei rilievi di marmo bianco eseguiti quarant’anni prima dal senese Niccolò del Mercia per il pulpito esterno, eretto per l’ostensione della reliquia e ricostruito, successivamente, da Michelozzo. Se all’architetto prediletto da Cosimo il Vecchio si deve l’impianto architettonico della rinnovata struttura, a Donatello va il merito del progetto decorativo, con rilievi e ornati, e del disegno dello splendido capitello bronzeo alla base del pulpito.

Sul portale centrale della basilica una terracotta invetriata di Andrea della Robbia raffigura la Madonna tra i SS. Stefano e Giovanni, rispettivi patroni di Prato e Firenze. La bicromia della facciata, resa dall’uso alternato dell’albarese e del serpentino, il marmo verde di Prato, è ripresa all’interno sulle pareti sopra le arcate che dividono in tre navate la pianta a croce latina. Un tocco di colore si aggiunge nel pavimento a esagoni e rombi definiti anche dal rosso marmo di Monsummano.

Al pulpito rinascimentale, con rilievi di Antonio Rosellino e Mino da Fiesole, nella navata laterale sinistra fa da contrappunto il bellissimo Crocefisso bronzeo di Maso di Bartolomeo sull’altro lato. Il transetto, geniale opera trecentesca di Giovanni Pisano, si apre in cinque cappelle di cui quella maggiore conserva gli affreschi più famosi di Fra Filippo Lippi che riprodusse, tra il 1452 e il 1465, in scenografiche architetture profondamente scorciate, le storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista (celeberrima è la scena della danza di Salomè).

Proprio Fra Filippo è il centro propulsore del rinascimento pratese che una mostra, inaugurata in questi giorni al Museo di Palazzo Pretorio, ricostruisce attraverso capolavori che da tutto il mondo ritornano a casa, anche se solo per l’arco limitato del tempo di un’esposizione.