Il caso Roggero ci dice che l'Italia è a rischio rivolta sociale
Ascolta la versione audio dell'articolo
La discutibile sentenza di condanna del gioielliere che ha ucciso due rapinatori ha provocato una reazione furiosa che è rivelatrice di un'Italia giustamente esasperata e frustrata. E le risposte non possono essere demagogiche...
Il caso di Mario Roggero - il gioielliere 72enne di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione, e ieri entrato in carcere, per aver ucciso due ladri e ferito un terzo che avevano appena rapinato la sua gioielleria il 28 aprile 2021 – dovrebbe far riflettere non solo per la discutibile decisione dei giudici, ma soprattutto per le reazioni che ha provocato.
Roggero è stato condannato perché ha ucciso i banditi alle spalle, quando questi erano già in fuga; non costituivano perciò un pericolo immediato per il gioielliere, la moglie e la figlia che erano in negozio, tale da poter invocare la legittima difesa. Da questo punto di vista una forma di condanna era inevitabile, anche se date le circostanze ci si poteva aspettare una sentenza molto più mite: Roggero era già stato derubato diverse volte, senza che mai fosse stata fatta giustizia; i ladri inoltre avevano terrorizzato moglie e figlia, che avevano seriamente temuto per la loro vita; si può dunque capire la rabbia e la frustrazione del commerciante che lo hanno spinto a quella furia omicida.
Senza dunque giustificare l’omicidio di 2 persone, per quanto delinquenti fossero, si poteva e si doveva tenere conto delle circostanze. Ma peggio ancora è stata la condanna a pagare 780mila euro di risarcimento al ladro ferito e alle famiglie dei 2 uccisi. Una decisione sconcertante e assurda che semplicemente porta ad affermare il principio che il crimine conviene: se va bene, ti tieni la refurtiva (che tanto nessuno ti becca); se va male garantisci un futuro alla tua famiglia.
Comprensibile dunque una certa reazione negativa alla sentenza della Cassazione che manda in giudicato il caso. Ma a colpire è soprattutto la forza, l’intensità e la vastità della reazione, che sta coinvolgendo tanta parte dell’opinione pubblica, del mondo dello spettacolo e anche la politica.
Da questo punto di vista il caso di Roggero fa il paio con un altro fatto di cronaca avvenuto nei giorni scorsi: l’11 luglio a San Benedetto del Tronto l’imprenditore Giuseppe Barboni, 38 anni, ha atterrato e preso a pugni un immigrato irregolare iracheno che da ore stava disturbando e bloccando il traffico e dopo avere per diversi minuti cercato di convincerlo a spostarsi e a parlare. Il video girato da un passante ha fatto il giro del web, e anche qui – come per Roggero – un’ondata di «Ha fatto bene», «Dovrebbero fare tutti così», che ha ovviamente scandalizzato leader politici che non possono rischiare di passare per razzisti e xenofobi e ultras dell’immigrazione libera senza se e senza ma.
Invece di scandalizzarsi sarebbe molto meglio cercare di capire cosa sta accadendo, perché gli italiani non sono improvvisamente diventati tutti razzisti e giustizieri; e non basta dare la colpa ai social che danno la possibilità di aggredire verbalmente nascondendosi dietro una tastiera.
La verità è che la gente non ne può più, è frustrata ed esasperata da questa insicurezza crescente, dall’impunità sistematica per chi delinque e le sanzioni inesorabili per chi solo prova a difendersi.
Roggero, come tanti altri commercianti, aveva subito altre rapine, aveva dovuto vedere i suoi cari terrorizzati sotto il tiro di una pistola, e senza che mai lo Stato abbia fatto nulla per creare condizioni di sicurezza o per sgominare le bande di delinquenti. E Barboni ha cercato di liberare la strada che almeno tre volte quel giorno e per diverse ore era stata il teatro di un immigrato fuori controllo che ostacolava il traffico rischiando anche di provocare incidenti: era già stato fermato e poi rilasciato dalla polizia poco prima, ma il fatto è che per ore poteva agire indisturbato a danno di chi transitava in quella zona.
Alla fine, in modi diversi, Roggero e Barboni sono diventati il termometro di una situazione sociale esplosiva: sono gli “eroi” di tantissimi italiani che assistono ogni giorno - e devono sopportare – ad atti di prevaricazione grandi e piccoli, il degrado crescente dei centri urbani, la microcriminalità imperante, le violenze sessuali.
I rom che rubano in stazione o in metropolitana e che davanti alle telecamere reclamano il diritto al loro “lavoro” senza che nessuno intervenga; le donne islamiche esibite con veli che lasciano scoperti solo gli occhi quando agli italiani è vietato nascondere la propria identità; cittadini abusivi che si sentono in diritto di occupare spazi e depositare i loro rifiuti ovunque lo ritengano; immigrati irregolari che si sentono liberi di insozzare monumenti e chiese. E questo solo per stare alle cose meno gravi (si fa per dire), di cui però tutti facciamo esperienza.
E poi: spaccio di droga in piazze o parchi pubblici in pieno giorno, interi quartieri di grandi città diventati off limits e alla mercé di baby gang; maranza che la fanno da padroni sfidando anche la polizia (vedi quanto accaduto pochi giorni fa a Roma davanti al Colosseo); violenze sessuali anche in pieno giorno.
E guai a reagire: perché c’è una magistratura sempre pronta a giustificare chi delinque e a punire severamente chi reagisce; perché c’è un’ideologia dominante, veicolata dalla grande stampa, che giustifica e legittima tutto questo; perché c’è una politica che persegue questi risultati.
Ma siamo arrivati al punto che la misura è colma, le vittime cominciano a farsi giustizia da sole: i casi Roggero e Barboni ci dicono che siamo ormai a rischio di una rivolta sociale. Ed è su questo che tutti dovrebbero riflettere, Chiesa italiana inclusa.
Da questo punto di vista, la risposta di tanti politici di centro-destra che si stanno mobilitando per fare pressione sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per concedere la grazia a Roggero, è assolutamente inadeguata. Non abbiamo bisogno di un provvedimento sull’onda dell’emotività che in questa forma rischierebbe di legittimare l’omicidio volontario, ma di politiche serie che ripristinino la dignità e l’identità di un popolo che qualcuno vorrebbe distruggere. Abbiamo bisogno di vedere ristabiliti i confini della nazione; di uno Stato di diritto dove la legge si applica a tutti e dove non ci sono deroghe in base alla cultura di provenienza; di respingere al mittente la pretesa di alcuni gruppi religiosi e politici di reclamare spazi privilegiati, che è solo l’affermazione di una volontà di non integrarsi. Tanto per cominciare.
E abbiamo bisogno di una Chiesa che torni a vedere come suo primo compito quello di rievangelizzare il nostro popolo e di riconoscere che il bisogno più grande di chi arriva in Italia sia conoscere Cristo. Perché la disgrazia più grossa dell’Italia è aver perso la fede, l’unica cosa che fonda la nostra identità e che può ridare forza e ragioni anche alle nostre istituzioni.
