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Il caso Isenbiehl, quando la ragione nega la profezia

Alla fine del '700 papa Pio VI condannò le tesi del teologo Johann Lorenz Isenbiehl, che negava il significato cristologico del brano in cui Isaia annuncia che il Messia nascerà da una Vergine. La tesi di Isenbiehl in effetti aveva la forza di sovvertire il dato della Rivelazione, andando peraltro contro quanto i padri della Chiesa avevano sempre sostenuto.

Il profeta Isaia - Michelangelo

Ancora sulla profezia dell’Emmanuele, contenuta nel capitolo settimo del profeta Isaia. La scorsa domenica (vedi qui) si è cercato di recuperare il significato squisitamente cristologico del brano di Isaia 7, 14. Quest’oggi cerchiamo di capire qual è la posta in gioco relativa all’interpretazione di questa profezia, recuperando dalla memoria storica il “caso Isenbiehl”.

Il 20 settembre 1779, il papa Pio VI emise il Breve apostolico Divina Chrsiti voce, con il quale condannava l’interpretazione che l’esegeta, teologo e orientalista cattolico, Johann Lorenz Isenbiehl, dava del passo profetico. Nella pubblicazione del suo libro Neuer Versuch über die Weissagung vom Emmanuel, Isenbiehl escludeva, spiega il Pontefice, «che l’oracolo profetico sulla nascita divina dell’Emmanuele da una vergine» potesse «riferirsi al parto verginale della Madre di Dio o al vero Emmanuele, Cristo Signore; e questo, sia secondo il senso letterario, sia secondo il senso tipologico». In altre parole, il senso di quel testo doveva essere ricercato nelle immediate circostanze della vicenda del re Acaz coinvolto nella guerra siro-efraimita.

Isenbiehl aveva dapprima pubblicato 140 tesi sul Vangelo di Matteo che gli valsero un viaggio premio in seminario, per riapprendere i principi dell’interpretazione cattolica delle Scritture. Poi, la volontà di proseguire per la sua strada, mettendo nel mirino una delle più importanti profezie veterotestamentarie, quella appunto del capitolo settimo di Isaia. Il 27 ottobre 1777 il libro Neuer Versuch vide la luce, mentre il suo autore, il buio. Isenbiehl fu infatti sospeso a divinis, inviato nel carcere del Vicariato di Magonza e poi trasferito nel monastero di Eberbach, fino alla sua ritrattazione, avvenuta il 25 dicembre 1779, dopo che qualche settimana prima il suo libro era stato censurato dal Breve di Pio VI.

Isenbiehl ha dato alla luce una numerosa progenie, alla quale ha trasmesso la sua tara genetica. L’illustre professore di Antico e Nuovo Testamento era stato accecato dai “lumi” del suo tempo. All’epoca, la Ragione doveva regnare incontrastata, né aveva alcun bisogno di aprirsi ad altro da sé, ma viveva più o meno beata nella sua potenziale onniscienza, come una monade. Le Scritture dovevano dunque in qualche modo essere purgate da interpretazioni eccessivamente contaminate dalla fede e da un contenuto poco compatibile con gli orizzonti della sola ratio.

La risposta di Pio VI, al netto della vis polemica piuttosto colorita dell’epoca, ha il merito di riconoscere e presentare i gravissimi errori di fondo presenti nella tesi di Isenbiehl, in grado di sovvertire l’intera fede. Isenbiehl non ignorava che la profezia da lui “razionalizzata” aveva però un interprete d’eccezione, e cioè il vangelo di Matteo, che oltre ad attestare il pensiero del primissimo Cristianesimo, era anche parola di Dio. Tuttavia, egli sosteneva che «il santo evangelista non pensava tanto al compimento dell’oracolo, ma ad una semplice nota e allusione», nonostante il testo di Matteo utilizzasse il verbo pleròo, che indica proprio il compiere, l’adempiere. Il Papa condannò questa «sfrontatezza [...] arrivata a scuotere insieme le fondamenta della Scrittura e della Tradizione, come è arrivata a noi, dall’unanime e costante consenso dei padri».

In effetti, la messa in discussione che il passo del profeta Isaia sia, nella sua interpretazione più completa ed adeguata, una profezia cristologica, costituisce un sovvertimento della Rivelazione in entrambe le sue fonti. Nelle Scritture, perché, come si diceva poco sopra, è proprio la Scrittura, nel Vangelo di san Matteo, ad indicare che tale profezia ha una portata messianica che si adempie pienamente nella nascita di Cristo dalla Vergine. In secondo luogo, perché numerose sono le testimonianze della liturgia e dei Padri che “legano” Isaia 7, 14 al parto verginale del Figlio di Dio.

Agli albori dell’apologetica, San Giustino già scriveva senza possibilità di equivoco: «Ascoltate ora come Isaia, con le sue stesse parole, profetizzò che [Cristo] sarebbe nato da una vergine». Citata la profezia, spiega: «Ciò che era incredibile e ritenuto impossibile a verificarsi presso gli uomini, questo, per mezzo dello spirito profetico, Dio ha predetto che sarebbe accaduto “affinché, quando si fosse verificato, non venisse messo in dubbio”, ma si prestasse fede perché era stato predetto» (Prima Apologia 33, 1-2). La profezia diventa dunque punto di forza per l’atto di fede di fronte al suo incredibile adempimento.
Anche per Tertulliano la profezia dell’Emmanuele indica «una nascita nuova» del Dio che «ha assunto la carne dell’antico seme, ma senza l’aiuto dell’antico seme» (La carne di Cristo, 17, 2-3). San Girolamo, commentando il Vangelo di Matteo e rispondendo a Gioviniano, difende che il grandioso segno promesso da Dio ad Acaz si trova proprio nella nascita di Dio dal grembo di Colei che è vergine e rimane vergine. La lista dei Padri si potrebbe allungare notevolmente.

Per guarire dalle piaghe del razionalismo, per togliere la caligine che abbiamo davanti agli occhi, che ci rendono piuttosto restii ad abbracciare il senso cristologico del testo di Isaia e di altre profezie veterotestamentarie, dovremmo immergerci nella freschezza dei testi dei primi secoli e ricordarci, come ebbe a dire San Josemaria Escrivà che «è cattiva disposizione ascoltare la parola di Dio con spirito critico» (Cammino, n. 945); perché è la fede ad aprire alla ragione gli orizzonti di una comprensione più profonda dei Misteri di Dio e della storia della salvezza. Credo ut intelligam.

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