• RISPOSTA A THE REMNANT

Il caso Becciu e la verità scambiata per tifo da stadio

Nuova udienza ieri del processo che vede imputato il cardinale Becciu, su cui continuano le divisioni tra “tifoserie”. Come mostra un articolo di The Remnant, che da un lato avalla un’ipotesi già esposta dalla Bussola sull’inconsistenza del capitolo australiano, dall’altra ci accusa paradossalmente di essere pro Becciu e contro Pell. Sbagliando mira per un paio di fondamentali motivi.

Ieri, nella Sala Polifunzionale dei Musei Vaticani, si è svolta una nuova udienza del procedimento penale per la vicenda legata agli investimenti finanziari della Segreteria di Stato a Londra. Il grande appuntamento, però, sarà quello del 5 maggio con l’interrogatorio dell’imputato più illustre, il cardinale Giovanni Angelo Becciu.

E a proposito dell’ex Sostituto, nelle scorse settimane la Nuova Bussola Quotidiana ha pubblicato un articolo sulle accuse relative al capitolo australiano contro di lui. Ci si riferisce alle ricostruzioni trapelate sulla stampa italiana nell’ottobre del 2020 su un possibile ruolo del porporato sardo nell’incriminazione in Australia del suo ‘rivale’ di Curia, il cardinale George Pell. Dopo l’enfasi scaturita dai resoconti giornalistici nei primi tempi, di questa pista si è parlato poco o niente. Inizialmente, la tesi di un complotto partito contro Pell dalla Segreteria di Stato - di cui all’epoca Becciu era il numero due - sembrava aver trovato qualche fondamento nella quantità di transazioni finanziarie tra Santa Sede e Australia indicata dall’autorità antiriciclaggio australiana; addirittura 2,3 miliardi di dollari australiani. Una cifra monstre, puntualmente smentita dal Vaticano e poi dalla stessa Austrac, costretta ad ammettere il clamoroso errore di calcolo fatto.

Sgombrata dal campo questa bufala, i sospetti si erano concentrati su più di 2 milioni di dollari che la Santa Sede - come ricostruito dal portale cattolico The Pillar - avrebbe inviato tra il 2016 e il 2017 agli uffici di Melbourne della società di sicurezza informatica Neustar. Nel nostro ultimo articolo, che ha destato curiosità oltreoceano, abbiamo ipotizzato che quei soldi - di cui il cardinale Becciu aveva detto che riguardavano “attività ufficiali della Segreteria di Stato che, per natura, sono classificate e non possono essere commentate”, escludendo comunque qualsiasi connessione con la vicenda processuale di Pell - potessero essere riconducibili alle attività di amministrazione del dominio “.catholic” in inglese, arabo, russo e cinese, registrato qualche anno prima - su impulso del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali e con l’avallo anche della Conferenza episcopale australiana - da una società poi acquisita proprio dalla Neustar.

Un’ipotesi che presenta più di un elemento di fondatezza come confermato in un recente articolo apparso su The Remnant, in cui Kathy Clubb ha spiegato che una nuova domanda per l’uso del dominio “.catholic” era stata presentata dalla Santa Sede nel 2016 tramite la società Ari il cui indirizzo era Level 8/10 Queens Road, Melbourne, lo stesso della Neustar che - scrive l’autrice - “apparentemente ha continuato ad operare sotto il nome Ari fino al 2019”, concludendo che “è probabile che siano stati effettuati pagamenti legittimi dal Vaticano all'ufficio di Neustar di Melbourne durante il periodo di tempo in questione”.

Paradossalmente, nonostante arrivi alle nostre stesse conclusioni e ci dia ragione portando anche elementi aggiuntivi a sostegno della plausibilità della tesi, la giornalista australiana ci accusa di “inesattezze” - da lei stessa confermate in toto - che riconduce alla presunta volontà di difendere Becciu. La Clubb, infatti, tiene a sottolineare che “la Nuova Bussola Quotidiana non è particolarmente favorevole a Pell, ma sembra piuttosto favorevole a Becciu”. Parole che fanno capire come, in alcuni ambienti, vicende processuali che si consumano sulla pelle delle persone vengano ridotte ad una questione di tifo calcistico, una specie di Lazio/Roma permanente. Chiunque segue la Nuova Bussola Quotidiana sa che questo giornale è stato uno dei pochi organi italiani - insieme al Foglio, Tempi e Stilum Curiae - a difendere sempre l’innocenza del cardinale George Pell nel processo per abusi che lo ha visto prosciolto, mentre altri aggiungevano veleno additandolo ingiustamente come il “Ranger dalle spese pazze”. Abbiamo messo in evidenza tutte le incongruenze - tanto per usare un termine a noi addebitato - dell’accusa contro il prefetto emerito della Segreteria vaticana per l’Economia. Di questo sostegno pubblico e della vicinanza privata nei giorni più difficili è a conoscenza il cardinale Pell stesso. La Clubb parla di “un articolo piuttosto sciatto che fa ben poco per aiutare la causa di Becciu”: tralasciando il fatto che ne riprende tutti i contenuti, peraltro appunto confermandoli e anche arricchendoli, forse sfugge alla giornalista che l’unica causa da aiutare è quella della verità, non di Becciu.

Avevamo chiuso il nostro ultimo articolo con un interrogativo, questo: «È possibile che la Segreteria di Stato abbia inviato quella cifra per rispettare gli “obblighi contrattuali” sul progetto avente al centro quel dominio di primo livello di cui nel 2012 aveva fatto menzione il segretario generale della Conferenza episcopale australiana nella sua lettera al Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali? È sicuramente più verosimile della spy-story di Becciu che ‘compra’ testimoni ed inquirenti per mandare in galera un cardinale che riteneva scomodo e farlo stare lontano dalla Curia».

A leggere la parte finale dell’articolo pubblicato su The Remnant, invece, con la riproposizione della teoria del testimone comprato, nonostante poco sopra si sia convenuti sul fatto che i due milioni di dollari sospetti potrebbero essere legati all’amministrazione del dominio “.catholic” sembra quasi di vedere l’incapacità ad accettare, anche al di sopra dei dati oggettivi, che non tutto ciò che avviene all’interno delle Sacre Mura sia per forza losco.

 

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