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l'analisi

Il caos nelle università figlio della penetrazione islamista

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L'ondata di proteste studentesche pro-palestinesi che ha travolto le università statunitensi, e in parte l'Europa, è la conseguenza del progressivo aumento della percentuale di immigrazione islamica e una tendenza pericolosa che le classi politiche hanno sottovalutato.

Editoriali 06_05_2024 English

L'ondata di proteste studentesche pro-palestinesi e anti-israeliane che ha travolto le università statunitensi, e in parte è straripata anche in Europa, è la più plateale dimostrazione del fallimento del sistema educativo e formativo occidentale, a partire dal suo paese più potente e influente del mondo. E illustra egregiamente come nella nostra epoca il peggior nemico dell'Occidente, dei suoi principi e delle sue libertà stia dentro l'Occidente stesso, nelle ideologie nefaste che da tempo ne hanno soggiogato le classi dirigenti.

Le frange di studenti che hanno occupato i campus universitari invocando rappresaglie contro lo Stato ebraico, oltre che aggredendo e discriminando ebrei in quanto tali, per opporsi al presunto “genocidio” in corso a Gaza sono infatti i degni eredi di più di mezzo secolo di riduzione della formazione universitaria occidentale a indottrinamento ideologico fondato sull'odio verso la civiltà occidentale stessa. Un indottrinamento imperniato sulla condanna in blocco della storia occidentale come sistematicamente razzista, sfruttatrice e imperialista; sul terzomondismo preconcetto; sul relativismo culturale che predica la bontà e innocenza di qualsiasi cultura, etnia, costume, religione non occidentale; sul culto del “diverso” in tutte le sue varietà; sulla “politica dell'identità” che predica infiniti, inesauribili e arbitrari “diritti” per ogni minoranza indicata come discriminata e meritevole di indennizzo morale.

Quegli studenti sono, insomma, i figli di molte generazioni di “cattivi maestri” che hanno fatto della cultura e dell'insegnamento uno strumento di disgregazione dei principi del vivere civile liberaldemocratico: dal ribellismo anarcoide di Marcuse alla teoria della “decostruzione” di Derrida, alla sistematica riduzione della razionalità occidentale a manipolazione culturale e psicologica teorizzata da Foucault e dei suoi tanti emuli. Dottrine divenute dogmi di un sapere radicalmente falsato nelle sue premesse e nei suoi metodi, strumentale, distruttivo e autodistruttivo.

Solo tale ininterrotta opera di dissacrazione e corrosione, che ha imposto la riduzione del dibattito civile a puro appello emotivo, moralistico, ricattatorio, fondato su paradigmi vittimari e vittimistici, spiega la visione irrealistica, allucinata della realtà internazionale proposta dalle lamentazioni di queste orde di fanatici. E in particolare, oggi, spiega la loro riduzione della questione mediorientale e arabo-israeliana a una grottesca favoletta manichea in cui un cattivo irredimibile e usurpatore animato da “razzismo sistemico” (lo Stato ebraico) vorrebbe schiavizzare o eliminare una popolazione di vittime sacrificali inermi: cioè gli arabi dei territori palestinesi, dipinti tout court come depositari di una identità nazionale di cui nella storia precedente non vi è traccia.

Ignorando la costante aggressione alla quale Israele è sottoposto fin dalla sua nascita da parte di chi, nel mondo arabo e islamico, vuole soltanto distruggerlo e rifiuta ogni possibilità di convivenza pacifica, culminata nell'orrenda strage del 7 ottobre 2023. E senza rendersi conto – o forse rendendosene conto, il che sarebbe ancora più agghiacciante – del fatto che lo slogan “Palestina libera dal fiume al mare” significa né più né meno che Israele dovrebbe essere cancellato e tutti i suoi abitanti dovrebbero essere massacrati o deportati.

Questo ci porta a due ulteriori considerazioni sul significato storico delle attuali agitazioni, già definite con poca fantasia da qualche commentatore con l'abusata formula “il nuovo '68”.

In primo luogo, va detto che la militanza di molte fazioni della sinistra, studentesca e non, in favore degli arabi anti-israeliani è stata un fenomeno ricorrente durante la guerra fredda e anche dopo, sempre nell'ambito della costante demonizzazione degli interessi occidentali da un punto di vista pregiudizialmente “terzomondista”. Ma la sollevazione attuale trascende ampiamente quel retaggio, in quanto nel presente contesto dei conflitti mediorientali il movimento di protesta giovanile occidentale si schiera, sposandone pienamente la narrazione, specificamente con la fazione – Hamas - più estrema, più inequivocabilmente votata all'odio totale contro lo Stato ebraico, che altrettanto inequivocabilmente è stata autrice di un'aggressione a freddo contro la sua popolazione civile, attuata mediante violenze di massa atroci e crudeli, e che attualmente detiene ancora decine di ostaggi, dei quali si ignora la sorte, mentre molti altri hanno subito sicuramente ulteriori violenze o sono stati trucidati.

Questa  fazione è Hamas, e con essa i suoi protettori e finanziatori, ossia la dittatura integralista islamica dell'Iran, dichiaratamente votata anch'essa alla distruzione di Israele. Mentre al contrario diversi Stati arabi, dall'Arabia Saudita alla Giordania all'Egitto a varie monarchie del Golfo Persico, stanno tenendo nei confronti di Gerusalemme un atteggiamento molto più moderato, disponibile e persino entro certi limiti solidale, come si è visto nel caso del recente attacco missilistico iraniano.

È evidente dunque come in molti ambienti della sinistra occidentale oggi si manifesti verso Israele un atteggiamento molto più ostile e intransigente che in gran parte del mondo islamico. E come quindi il redde rationem tra Israele, Hamas e Iran abbia fatto venire alla luce un antisemitismo violento preesistente, profondamente radicato nelle società di cultura europea e transatlantica, che si riteneva superato, ma è invece più che mai attivo, e che è un odio innanzitutto verso le proprie radici di civiltà.

In secondo luogo, va sottolineato come il movimento anti-israeliano in corso sia composto soltanto in parte da studenti: molti tra gli arrestati e identificati nelle occupazioni degli atenei americani, e molti dei partecipanti alle più aggressive manifestazioni da un lato e dall'altro dell'Atlantico, sono militanti di organizzazioni estremiste, spesso proprio islamiche. La particolare virulenza di queste proteste (come già delle grandi manifestazioni anti-Israele tenute nei mesi scorsi in molte grandi città europee) va vista dunque anche come la conseguenza del progressivo aumento della percentuale di immigrazione islamica nei paesi occidentali, e del fatto che tale aumento porta inevitabilmente ad una crescente incidenza di quelle minoranze in generale nella vita politica, e ad una crescente, aggressiva pressione delle frange più estreme e intolleranti di esse su temi per esse sensibili.

Una tendenza molto pericolosa che le classi politiche occidentali hanno generalmente sottovalutato, se non fatto finta di non vedere, e sulla quale farebbero bene invece a ragionare molto seriamente, anche a partire da questo inquietante campanello d'allarme, prima che sia troppo tardi e la situazione diventi incontrollabile.