• VACCINI E TAMPONI

Il caos croato, tra controllo ossessivo e medici "untori"

In Croazia una misura ossessiva sul controllo dei bambini a scuola è stata ritirata sull'onda delle proteste: il Governo aveva previsto tamponi per tutti i bambini a scuola anche a seguito di un solo starnuto. E negli ospedali i medici vaccinati hanno "infettato" i pazienti. 

Nonostante la campagna di intimidazione e di terrore messa in atto dal governo, in Croazia la campagna di vaccinazione contro il virus COVID-19 si è rivelata un sostanziale fallimento: secondo dati ufficiali a tutto il 6 ottobre solamene il 54,44% della popolazione adulta è stata vaccinata con entrambe le dosi. Tale circostanza non ha ridotto le autorità politiche e sanitarie croate a più miti consigli, al contrario, le ha spinte a escogitare misure ancora più vessatorie al fine di ottenere il loro scopo.

Sebbene sia stata ritirata sull’onda della protesta popolare, una delle misure più recenti è stata quella di imporre il tampone per il ritorno a scuola di alunni e studenti delle scuole materne, di quelle del ciclo elementare (che in Croazia dura otto anni, e include i tre anni della scuola media) e delle scuole superiori in caso di comuni sintomi influenzali e parainfluenzali, dimostrando ancora una volta che in Croazia la gestione della salute pubblica e della pandemia in corso è nelle mani di persone incompetenti e capaci solo di partorire idee balzane e deleterie.

Venerdì 28 settembre l’Istituto croato per la sanità pubblica emanava delle raccomandazioni – che in questo clima intimidatorio vanno intese come direttive - «sul modo di procedere con persone contagiate, i loro contatti immediati e l’interruzione dell’isolamento e della quarantena» che contenevano anche indicazioni su cosa fare con alunni per i quali si sospetta un contagio del virus COVID-19.

Nel testo di tali raccomandazioni leggiamo che ogni alunno che sia stato assente da scuola a causa di una malattia – e ovviamente, aggiungiamo noi, che manifesti tali sintomi a scuola, «anche quando non si sospetta principalmente che si tratti COVID-19», vale a dire in caso di sospetto di «comune raffreddore e comune virus, sospette allergie, disturbi gastrointestinali, infiammazione all'orecchio o dolore all'orecchio, sinusite, dolori addominali, mal di gola, mal di testa, affaticamento, sonnolenza, malessere, una leggera febbre, ecc.) devono essere sottoposti a tampone e possono tornare a scuola dopo avere ottenuto un risultato negativo o dopo essere guariti dal COVID-19, comunque non prima di dieci giorni dall'inizio della malattia».

Queste raccomandazioni hanno retto meno di due ore alla protesta dell’opinione pubblica. Se fossero state applicate si sarebbe creato un caos di proporzioni bibliche, con costi elevatissimi e insostenibili per la finanza pubblica o per i genitori (il provvedimento non specifica a carico di chi sarebbero state le spese per i tamponi), un insostenibile ingorgo di test inutili a detrimento dei pazienti cui i tamponi sono necessari perché sofferenti di seri sintomi riconducibili al contagio da COVID-19. Il panico sarebbe serpeggiato in migliaia di famiglie di alunni croati a seguito dell’istituzionalizzazione del sospetto di contagio di COVID-19 per il manifestarsi di questi sintomi di malessere, la maggior parte leggerissimi, assai frequenti soprattutto in autunno e in inverno, e spesso neppure necessariamente collegati all’influenza.

Nelle scuole, dove accanto a insegnanti coscienziosi ve ne sono altri che applicano rigidamente le disposizioni, quantunque cervellotiche, delle autorità, l’accostare automaticamente questi sintomi alla possibilità di contagio da COVID-19 avrebbe creato malintesi senza fine, con l’inevitabile conseguenza di gravi tensioni all’interno degli istituti scolastici. Uno sbadiglio dovuto dalla noia o da una notte trascorsa in discoteca, un mal di pancia provocato da una scorpacciata di dolciumi, ogni soffio del naso dovuto a un’allergia ai pollini sarebbe stati presi per possibili sintomi di contagio da COVID-19 e avrebbero provocato l’immediata sospensione dell’alunno dalle lezioni con l’obbligo di presentare un tampone con esito negativo prima di tornare a scuola.

Particolarmente pungente, e forse decisivo, è stato l’immediato intervento video dal Parlamento del deputato di Most Marin Miletić, il quale ha invitato il premier Plenković a «fermare i suoi soldati impazziti che emanano disposizioni folli e fuori da ogni buon senso». Egli ha definito Krunoslav Capak, direttore dell'Istituto croato per la sanità pubblica, «un esperto che, in senso figurato, brucerebbe un intero villaggio per qualche contagiato in una casa». Chi si vuole vaccinare, ha proseguito il deputato di Most, può continuare a farlo, tuttavia, «tutti i cittadini della Repubblica di Croazia che per qualsiasi motivo hanno rifiutato il vaccino, hanno il diritto di rifiutarlo, voi non avete diritto di costringerli né quello di ricattarli». Infine, un avvertimento a Capak: «Qualora Lei non ritirerà questo provvedimento, avrà i genitori per le strade a manifestare e non avrà bambini a scuola poiché i genitori li ritireranno dalle scuole».

Non è la prima volta che le autorità croate sono state obbligate dalla reazione popolare a ritirare provvedimenti cervellotici e del tutto dissennati. Il 31 marzo di quest'anno la sezione di Zagabria del Comando per la protezione civile ha stabilito l'obbligo di indossare le mascherine anche all'aperto, tuttavia, a seguito delle durissime proteste dei cittadini,  due giorni dopo ha ritirato il provvedimento (in Croazia non vi è mai stato alcun obbligo di questo tipo).

Nel frattempo, tuttavia, si è aperto un altro fronte, quello dell’obbligo vaccinale per medici e infermieri negli ospedali, i non vaccinati dovranno sottoporsi ogni due giorni a un tampone, i cui costi per i primi due mesi saranno a carico dello Stato, e successivamente dei diretti interessati. Anche a tale proposito è intervenuto Marin Miletić, affermando di avere appreso nomi e cognomi di medici vaccinati con entrambe le dosi che hanno contratto il virus e l’hanno trasmesso a pazienti, circostanza che verrebbe tenuta nascosta dalle autorità sanitarie e dai giornalisti venduti al sistema. Del resto, che ormai anche in Croazia anche persone vaccinate con entrambe le dosi contraggano il COVID-19 in forma grave è ormai un fatto noto a tutti. Secondo i dati ufficiali del 24 settembre scorso e relativi alla situazione nella settimana precedente, poco meno di un terzo dei pazienti ricoverati (quindi malati seriamente) per contagio da COVID-19, un sesto dei pazienti attaccati al respiratore e poco meno di un quarto di quelli deceduti era rappresentato da pazienti vaccinati. Come quindi afferma Miletić, i “passaporti COVID” «non hanno alcun senso se non di costringere liberi cittadini a vaccinarsi contro i dettami della loro coscienza».

I fatti avvenuti in Croazia nei giorni scorsi dimostrano che resistere si può, che se si reagisce con forza si può vincere e obbligare la controparte a ritirarsi. Certamente, in questo Paese la cosa è meno difficile a motivo della percentuale relativamente bassa di vaccinati, poiché il governo sa che deve affrontare una forte opposizione ai suoi provvedimenti.

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