Il Cantico delle creature: la nascita della letteratura italiana
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Nella lode innalzata dal santo di Assisi prende forma una lingua nuova. È la prima espressione in volgare in grado di esprimere contenuti altissimi, che introduce un modo di guardare al mondo che resterà fecondo per secoli, da Dante a Rebora.
La prima voce della nostra letteratura
Il Cantico delle creature – o Laudes creaturarum, noto anche come Cantico di Frate Sole (Canticum Fratris Solis) – è unanimemente riconosciuto come l’atto di nascita della letteratura italiana. In queste righe di prosa ritmata e assonanzata, composte nel dialetto umbro illustre e attraversate da frequenti latinismi, prende forma una lingua nuova: semplice e luminosa, eppure capace di una sorprendente profondità teologica. La sua importanza storica è duplice: da un lato inaugura la possibilità di un volgare in grado di esprimere contenuti altissimi; dall’altro introduce nella nostra tradizione un modo di guardare il mondo che resterà fecondo per secoli, fino a Dante, Jacopone, Manzoni, Rebora. È come se, con questo testo, la letteratura italiana nascesse già adulta, già consapevole della propria vocazione a dire l’invisibile attraverso la carne del linguaggio.
Il focus è Dio. Liberi da ogni riduzione di san Francesco
Se nel Paradiso di Dante san Francesco è presentato come alter Christus, che ama il Signore e lo imita senza desiderare altro se non il rapporto con Lui, nel Cantico delle creature l’aspetto centrale è ancora una volta la sua imitazione di Gesù: Cristo vive nel rapporto col Padre, e così motivo conduttore in ogni verso del Cantico è la relazione costante con il Padre Creatore.
Una lettura attenta del componimento mostra quanto siano erronee le tante interpretazioni – antiche e moderne – che hanno tentato di ridurre il grande santo a un aspetto parziale, assolutizzandolo: la lettura ecologista, animalista, naturalistica o altro ancora.
Nel testo non compare alcun riferimento ad altre creature viventi che non siano gli esseri umani, e l’uomo è lodato ed elogiato nella misura in cui si fa imitatore di Cristo nel perdono. La centralità teologica è dunque radicale: il Cantico non è un inno alla natura, ma un inno al Creatore attraverso il creato, un canto che non si ferma alla superficie del mondo ma la attraversa per risalire alla sua origine.
La solenne apertura: la distanza tra Creatore e creatura
Il testo si apre con una solenne lode al Signore, cui spettano «laude, gloria, honore et onne benedictione». La distanza tra Creatore e creatura è espressa con radicale chiarezza: «nullu homo éne dignu te mentovare». L’uomo non è degno neppure di nominare Dio, se non per grazia.
Questa consapevolezza teologica, di ascendenza biblica, fonda l’intero movimento del Cantico: la lode non nasce da un possesso, ma da un riconoscimento e da una gratitudine. È un canto che non pretende, ma riceve; non afferra, ma contempla. La voce di Francesco non si innalza per affermare sé stessa, ma per farsi trasparenza di un Altro.
La simbologia numerica
Nella nuova prospettiva cristiana la realtà vale in quanto tale, ma anche perché rimando alla Realtà definitiva, che sta oltre il sensibile. La rappresentazione della bellezza visibile è sempre suggestiva, nel senso che porta con sé un senso, un significato che la trascende: è rimando potente alla bellezza del Dio invisibile. La realtà è segno, e l’artista medievale vuole veicolare il senso profondo del reale. La cultura del tempo è fortemente simbolica perché orientata al tutto, all’orizzonte ultimo, al Dio creatore.
Potremmo dire che il simbolo unisce il particolare all’universale, l’oggetto alla sua verità più profonda. Se immaginassimo il mondo come un puzzle, l’uomo medievale possiederebbe meno pezzi dell’uomo contemporaneo, ma avrebbe chiarissima l’immagine da ricomporre: la certezza della positività del reale, fondata sull’inscindibile nesso tra verità e bellezza.
Non è un caso che il Cantico delle creature presenti trentatré versi, come trentatré sono le strofe della lauda di Jacopone Donna de Paradiso, dedicata alla Madonna che assiste alla passione e alla morte di Cristo. Gli autori medievali inseriscono nella forma metrica il significato complessivo dell’universo attraverso gli anni di Gesù. Né è casuale che al Signore vengano riferiti tre aggettivi – «Altissimu, onnipotente, bon» – richiamo potente alla Trinità. La forma stessa del testo diventa teologia: il numero diventa parola, la struttura diventa rivelazione.
Dal Creatore al creato: la lode cosmica
Dalla lode rivolta al Creatore, Francesco passa naturalmente a quella indirizzata al creato, che diventa segno e trasparenza del divino. Il suo sguardo procede dall’alto verso il basso, dal cielo alla terra, secondo un movimento che rispecchia l’ordine del cosmo medievale. Il firmamento appare diviso in tre parti: il Sole, la Luna e le stelle sono i primi testimoni della bontà di Dio. L’universo intero parla del Creatore, che ha impresso ovunque l’orma di sé. La cosmologia medievale diventa canto: il creato non è oggetto, ma voce, e la sua voce è una lode che sale, come se ogni creatura fosse un frammento di un’unica, immensa dossologia (o inno a Dio).
Gli elementi del mondo: aria, acqua, fuoco, terra
Dal cielo, l’attenzione scende alla terra, resa ospitale dalla presenza dei quattro elementi empedoclei – aria, acqua, fuoco e terra – che sostengono la vita dell’uomo. Il Signore è lodato per l’aria, l’acqua, il fuoco e la terra, e ai quattro elementi sono riferiti quattro termini ciascuno. Il numero quattro è simbolo della materia e della concretezza, cifra del mondo terreno in contrapposizione al tre, che indica la perfezione spirituale e divina. Così al vento si riferiscono «aere», «nubilo», «sereno», «onne tempo»; all’acqua gli aggettivi «utile», «humile», «pretiosa», «casta»; al fuoco «bello», «iocundo», «robustoso», «forte»; alla terra le espressioni «diversi fructi» e «coloriti flori».
Alcuni critici – tra cui Giovanni Getto – hanno interpretato la preposizione per non in senso causale, ma come complemento d’agente: «Tu sia lodato, mio Signore, da sorella Luna e dalle stelle». Questa lettura accentua la coralità cosmica della lode: non solo sul creato, ma dal creato stesso. Il mondo diventa liturgia, e la liturgia diventa mondo.
Verso la prossima puntata
Nella prossima puntata proseguiremo l’interpretazione del Cantico delle creature. Noteremo che l’unico essere vivente esplicitamente nominato nel Cantico è l’uomo. Ciò che lo nobilita non è la sua forza, ma la sua capacità di perdonare: l’unica vera imitazione di Cristo, l’unica via per partecipare alla logica stessa della lode.
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