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«Il cambiamento climatico è religione». Si prenda nota

Il presidente dell'IPCC si dimette per molestie sessuali, ma avrebbe dovuto già darle da tempo per il suo attivismo sospetto. E intanto in Arizona gravi episodi di intimidazione contro sette scienziati non allineati al pensiero ecologista. E c'è chi ormai evita di interessarsi della scienza del clima.

Rajendra Pachauri

Accusato di molestie da parte di una sua giovane collaboratrice, la scorsa settimana Rajendra Pachauri ha rassegnato le dimissioni da Presidente dell'IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) che guidava dal 2002 ed in rappresentanza del quale nel 2007 era stato insignito del Premio Nobel per la pace.

Già in passato c'era stato chi, tra gli altri Andrew Revkin commentatore di punta sui temi ambientali del New York Times, aveva espresso perplessità in merito al suo permanere alla guida del Panel avendo egli in più occasioni espresso posizioni di indirizzo politico che mal si conciliavano con la responsabilità di coordinare le attività di un organismo che dovrebbe avere come compito esclusivo quello di rendere disponibili ai decisori politici le evidenze scientifiche acquisite dai ricercatori del settore. Tali dubbi vengono oggi rafforzati dalla lettura della missiva con la quale Pachauri ha reso nota la sua rinuncia. Scrive infatti l'ex Presidente:

«For me the protection of Planet Earth, the survival of all species and sustainability of our ecosystems is more than a mission. It is my religion and my dharma». (Per me la protezione del Pianeta Terra, la sopravvivenza di tutte le specie e la sostenibilità dei nostri ecosistemi è più che una missione. È la mia religione e il mio dharma).

Sono affermazioni che non stupirebbero più di tanto se rilasciate da qualche leader ambientalista ma che destano invece molta preoccupazione se pronunciate da chi per molti anni ha ricoperto il ruolo di portavoce della scienza del clima.

A confermare il rischio del venir meno di un aperto e trasparente confronto tra studiosi ed il conseguente prevalere di una posizione ideologica volta ad attuare nel breve periodo costose misure di limitazione dell'uso dei combustibili fossili sulla base di una presentazione distorta e parziale delle attuali conoscenze scientifiche in tema di cambiamenti climatici, è un altro episodio registratosi negli Stati Uniti la scorsa settimana.

Raúl M. Grijalva, membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato dell'Arizona, ha promosso un'indagine che coinvolge sette accademici genericamente etichettati come "scettici" e che mira a portare alla luce loro possibili conflitti d'interesse. L'iniziativa si innesta nell'ambito di una più articolata campagna di informazione che mira a discreditare posizioni eterodosse rispetto ad un apparente consenso scientifico pressoché universale. Tali posizioni deriverebbero non da un genuino lavoro di ricerca ma da un atteggiamento "collaborazionista" con le industrie del settore energetico assai ben disposte a finanziare studi che avrebbero come conseguenza ultima la dilazione o il blocco di politiche che ne minerebbero pesantemente gli interessi.

Al riguardo occorre innanzitutto osservare che gli interessi in gioco ed i potenziali conflitti che ne derivano non sono affatto una esclusiva delle corporations attive nei settori gas, petrolio e carbone. Per restare nell'ambito energetico vi è un altrettanto se non addirittura più forte interesse da parte delle aziende che operano nel campo delle energie rinnovabili a promuovere interventi pubblici volti a limitare il consumo di combustibili fossili e ad accrescere i sussidi. In assenza di tali provvedimenti la loro esistenza stessa sarebbe in molti casi a rischio.

Ma vi è poi un altro, più opaco, potenziale conflitto d'interessi. I finanziamenti per la ricerca sul clima (ed in molti altri campi) sono solo in parte minoritaria di origine privata. Sono di entità assai più rilevanti le risorse di origine pubblica. Ed è assai più agevole vedere accrescersi i contributi per la propria attività se questa porta a risultati "allarmanti" piuttosto che nel caso opposto.

Inoltre, anche a prescindere dalle motivazioni economiche dirette, vi è un incentivo implicito a favore delle ricerche che pervengono a conclusioni significative rispetto a quelle che giungono a risultati incerti. Nel primo caso, infatti, è molto più probabile che la ricerca venga pubblicata rispetto al secondo: è il problema noto in ambito scientifico come publication bias (errore sistematico di pubblicazione).

L'aspetto più preoccupante e paradossale dell'indagine promossa dal parlamentare statunitense è che almeno uno tra i soggetti coinvolti nell'investigazione, il professor Roger Pielke, docente presso l'Università di Boulder (Colorado) non solo ha già in passato fornito evidenza di non aver mai ricevuto risorse "sospette" ma condivide interamente le conclusioni cui perviene l'IPCC. Perché, dunque, sottoporlo ad una ulteriore verifica della sua fedina scientifica? La sua colpa è verosimilmente quella di non essere salito sul carro della propaganda ambientale ma di essersi strettamente attenuto in numerose testimonianze di fronte al Senato alle evidenze scientifiche ad oggi disponibili e di aver avuto una buona capacità di influenzare il dibattito pubblico.

Quello di pochi giorni fa non è peraltro che l'ultimo tentativo di intimidazione. Molti altri sono già stati posti in essere negli scorsi anni e hanno avuto l'effetto desiderato. Pielke infatti ha deciso di non occuparsi più di cambiamenti climatici e di focalizzare la sua attività su ambiti meno politicamente controversi. Scrive nel suo blog: io ormai ho una cattedra e molti altri interessi di ricerca e quindi poco da perdere personalmente. Ma quale messaggio può trarre da questa vicenda un ricercatore ai suoi esordi? Quantomeno che sia pericoloso avventurarsi lungo sentieri di indagine che non siano più che politicamente corretti. Un pessimo risultato, conclude Pielke, sia per la scienza che per la politica.