Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Leonardo Murialdo a cura di Ermes Dovico
patriarca fermato alle "palme"

Il "blocco" a Pizzaballa pesa sulla libertà a Gerusalemme

Ascolta la versione audio dell'articolo

Le motivazioni addotte dalle autorità israeliane dopo il blocco del Patriarca Pizzaballa e del custode di Terra santa diretti al Santo Sepolcro sono ingiustificate e errate. Nella domenica delle Palme, che segna l'ingresso di Gesù a Gerusalemme, 2000 anni dopo la storia si ripete e apre interrogativi inquietanti sulla libertà religiosa nella Città santa. 
-Iraq, la guerra ha un nuovo fronte di Martina Margaglio

Libertà religiosa 30_03_2026

Gerusalemme, ieri mattina, solennità delle Palme e una data che pesa: 29 marzo 2026. Un fatto che non ha precedenti. Nel cuore della città santa, la polizia israeliana ferma il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa. Con lui c’è il custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo. Non guidano un corteo, una processione. Nulla di vistoso o appariscente. Solo due religiosi. Due uomini camminano come semplici cittadini, dirigendosi verso la Chiesa del Santo Sepolcro. Ma non ci arriveranno mai. Vengono bloccati e costretti a tornare indietro. Non basta il nome. Non basta il ruolo. Non basta l’identità del patriarca, la più alta autorità cattolica in città. Le spiegazioni non servono e le richieste cadono nel vuoto. Il dialogo si spegne subito. Ciò che s’impone è un ordine secco. Perentorio. Inequivocabile. Bisogna tornare indietro.

La notizia corre veloce, rimbalza oltre i confini. In poche ore fa il giro del mondo e diventa un caso. S’impone come un precedente pesante, destinato a lasciare traccia. Perché qui non si parla di un semplice controllo. Non è questione di ordine pubblico. È qualcosa di più profondo. Più sensibile. Qui si tocca il nervo scoperto della libertà religiosa. Il Santo Sepolcro non è una chiesa qualsiasi. È il centro. Il cuore pulsante della fede cristiana. Il luogo dove tutto converge. Da dove s’irradia il messaggio della morte e resurrezione di Cristo. Senza quel luogo, senza quel mistero, il Cristianesimo perde il suo fondamento storico, il suo significato ultimo.

E allora il gesto assume un aspetto inusuale.

Si è impedito l’accesso al Santo Sepolcro al patriarca latino e al custode di Terra Santa, eredi della presenza cattolica risalente al tempo delle crociate. Non si tratta solo di rigidità amministrativa. È un colpo simbolico. Universale. Colpisce loro, ma parla a milioni e milioni di fedeli nel mondo, che proprio in questi giorni guardano a quel luogo come al centro della propria fede. Il tempismo aggrava tutto. Si tratta della domenica delle Palme. Non una data qualsiasi, ma il giorno che apre la Settimana Santa. Il giorno che ricorda l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, tra una folla festante che stendeva i propri mantelli sulla strada e agitava rami di palme.  

E invece, ieri, si è registrato un blocco. Un rifiuto. Una chiusura. La decisione appare per quello che è: discutibile. Ma anche di più, irrazionale. Profondamente ingiustificata. Gravemente errata. Segnata da valutazioni che non convincono e che lasciano interrogativi aperti. Che incrinano principi fondamentali: ragionevolezza, libertà di culto, rispetto dello status quo, che in questo caso, è stato palesemente violato.

E poi c’è la storia. Quella che ritorna. Quella che pesa.

C’è un passaggio evangelico che s’impone, quasi inevitabile. L’ingresso di Gesù a Gerusalemme proveniente da Betfage. I rami di palma agitati. L’acclamazione della folla che lo riconosce e lo esalta. E poi, pochi giorni dopo, la svolta. La condanna. La croce. Il dramma della crocifissione. È il paradosso di Gerusalemme. Città piena di contraddizioni. Città di fede e di rifiuto. Di accoglienza e di esclusione. Di slanci e di chiusure improvvise. Oggi, a distanza di secoli, quel paradosso sembra riaffiorare. Non negli stessi termini. Non con la stessa drammaticità. Ma con una forza simbolica che colpisce. Il patriarca latino procedeva verso il Santo Sepolcro. Al suo fianco il custode. Viene fermato e rimandato indietro.

Non è la stessa storia. Ma il segno resta. Ed è potente.

Oggi come allora, l’accesso al cuore della fede passa attraverso ostacoli. Attraverso tensioni. Muri visibili. E muri invisibili. Oggi come allora, Gerusalemme mostra il suo doppio volto: capace di accogliere, ma subito dopo, di respingere.

Se ieri era la folla a trasformarsi, oggi è il sistema. È l’apparato dei controlli. È la rete dei divieti. È la politica a tracciare il confine. A stabilire chi può passare, e chi no. Ma l’effetto, alla fine, resta lo stesso. Una città che si apre e si chiude nello stesso momento. Che invita e respinge. Ed è forse questo il punto più inquietante. Il più difficile da ignorare. Nel giorno in cui si ricorda un ingresso festoso, segnato dalla gioia di un popolo che agita i rami appena tagliati, qualcuno viene fermato sulla soglia. Proprio lì. Davanti al luogo che custodisce il cuore di quella storia.

Anche se impedito ad entrare nel Santo Sepolcro, il cardinale Pizzaballa non rinuncia però alla parola. La sua meditazione per la domenica delle Palme arriva comunque. Ed è densa. Amara e lucida. Parla di un dolore che non è solo umano, ma che riflette quello di Dio: «Oggi Gesù torna a piangere su Gerusalemme … su questa Terra Santa che ancora non sa riconoscere il dono della pace». Parole che pesano e che non si fermano alla denuncia. Perché l’invito che segue è netto, senza ambiguità: non basta il gesto simbolico, non basta agitare rami. «Non sventoliamo rami di ulivo, ma scegliamo di diventare noi stessi costruttori di riconciliazione». Un passaggio che ribalta la prospettiva e chiede responsabilità.

Nella stessa prospettiva si inserisce la voce di Leone XIV. Da Piazza San Pietro, il pontefice interviene con toni chiari. Diretti. Ricorda che Dio è «il Re della pace». Che rifiuta la guerra. Che non ascolta preghiere macchiate di violenza, mani che «grondano sangue». Non è un richiamo generico. È un appello. Forte e urgente. «Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!». Parole che risuonano oltre la piazza. Che attraversano confini. E un pensiero particolare va ai i cristiani del Medio Oriente. La loro prova non è lontana: «Interpella la coscienza di tutti». E chiede risposte concrete. Chiede strade nuove. Chiede pace reale.

Intanto, i fatti restano. In attesa di chiarimenti, resta un dato difficile da ignorare. A Gerusalemme, dopo secoli, due uomini diretti a celebrare una messa vengono fermati. Senza tensioni. Senza disordini. Solo bloccati. È un segnale che colpisce. Che incrina l’immagine universale della Città Santa. Che apre interrogativi e che pesa.