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Ida, alla storia della novizia l'Oscar della grande noia

Agli Oscar ha vinto come miglior film straniero il polacco Ida, opera in bianco e nero ambientata nella Polonia comunista. Il film racconta il cammino di una giovane novizia: protagonista meriterebbe un premio speciale per la capacità di mantenere la stessa espressione inespressiva per due ore e in tutte le circostanze.

La protagonista del film Ida

Eh, se un film vince l’Oscar, almeno per curiosità bisogna vedere di che si tratta. No, non parlo di Birdman, che non so come va a finire: l’ho lasciato a metà dopo avere invano atteso di capire dove diavolo intendesse andare a parare. Parlo di Ida, film polacco e Miglior Film Straniero. Il Premio Oscar, lo ricordiamo, riguarda solo gli americani, è “cosa loro”, si premiano addosso in ogni minuzia, previsti perfino il Miglior Sonoro e la Migliore Canzone. Per (tutto) il resto del mondo una statuetta g.c. (gentilmente concessa) basta e avanza. Non che abbiano tutti i torti, comunque. 

Avendo inventato il Politicamente Corretto, gli americani subiscono quel che pure noi europei subiamo: un’élite artistica e culturale che si autocoopta e cerca di plagiare un intero popolo che la pensa in modo diametralmente opposto. Cioè, giacobinismo. L’abbiamo inventato noi europei e l’abbiamo esportato. Loro ce l’hanno restituito con gli interessi. Così, oggi noi europei ci indigniamo al vedere come sono trattati –frustate e secchiate gelide- gli immigrandi dagli scafisti. Finalmente arrivati da noi, quei “disperati” sfasciano i centri d’accoglienza se tardiamo a rifornirli di sigarette e piumini. Gli americani, da parte loro, devono sorbirsi proclami radical-chic da attori e registi, all’uopo vestiti Armani o Prada, a favore degli “ultimi” e dei “discriminati”. L’unica consolazione è che anche loro, il popolo americano intendo, “votano coi piedi”, snobbando i Premiati e facendo il tifo per il cecchino marine che spara sui bimbi-kamikaze jihadisti. 

Ma torniamo a Ida. É un film polacco, abbiamo detto, quindi aspettatevi una polaccata. Cioè, lentezza esasperante, silenzi, inquadrature interminabili. La protagonista meriterebbe un premio speciale per la capacità di mantenere la stessa espressione inespressiva per due ore e in tutte le circostanze, sia che stia prendendo i voti religiosi, sia che stia fornicando. La storia è presto detta: Ida, novizia in un convento, viene mandata dalla materna superiora a conoscere sua zia, unica sua parente. Questa, sorella della madre defunta, non si è mai interessata a lei. Apprendiamo solo in corso d’opera che Ida è cresciuta in un orfanotrofio gestito da suore al tempo del regime comunista (dalle canzoni di Buscaglione e Celentano par di capire che siamo nel 1960 o poco più). Che la zia faccia il magistrato lo si capisce solo a metà film e riavvolgendo il nastro. La donna -che beve come un templare, fuma come una turca e copula con chi può- rivela alla nipote che lei, Ida, è figlia di ebrei, i quali al tempo dell’occupazione nazista sono stati uccisi da un polacco avido della loro terra. 

La zia, che aveva ritenuto fin lì di non occuparsi dell’orfana, improvvisamente decide di portarla nelle campagne a cercare la sepoltura dei genitori. In un bianco e nero che fa risaltare lo squallore del socialismo reale comincia una peregrinatio senza fine, costellata da buchi nella sceneggiatura appositamente studiati perché lo spettatore faccia esercizio cerebrale e non si distragga coi popcorn. Dopo molte indagini l’assassino viene trovato e, senza mai mutare espressione, le due accettano di lasciargli il maltolto in cambio delle ossa degli ammazzati. Ora, uno si aspetterebbe, che so, tremenda vendetta o almeno un ricorso alla giustizia; in fondo, la zia è un giudice e, quantunque neanche i comunisti stravedano per gli ebrei, per un collaborazionista dei tedeschi oltreché assassino un cappio lo si trova. Macché: le due, le cui vite pur sono state irrimediabilmente sconvolte da quel duplice omicidio, sono interessate solo alla sepoltura dei resti. Boh. 

Eseguita l’inumazione, Ida torna in convento e la zia ai suoi svaghi. Poi, come in un film di Tarantino, quando meno te l’aspetti la zia si butta dalla finestra. Ida dice alla statua di Gesù di non sentirsi ancora pronta e va nell’appartamento della suicida. Qui vuol provare quel che piaceva alla zia: fuma una sigaretta, si sbronza, si infila nel letto di un sassofonista che le aveva fatto la corte. Ripetiamo: senza mai mutare espressione. Il saxman vuole sposarla, lei non dice né sì né no. Lui dorme ancora quando lei si rimette il velo da novizia e torna in convento. Fine. Morale: Ida ha assaggiato la “laicità” ma ha capito subito, beata lei, che è una strada che porta dove è finita sua zia, perciò sceglie Gesù. Bene, la storia è bella e, a modo suo, ha un lieto fine. 

Ma uno non può fare a meno di chiedersi che cosa c’entri la shoà. Infatti, ai fini della storia di Ida che sceglie consapevolmente il convento, si rivela del tutto superflua e, anzi, dà proprio l’impressione del posticcio. A meno che l’inserzione “ebraica” non sia a esclusivo beneficio della giuria hollywoodiana, Benigni docet. Sì, perché, della vocazione di una suora papista, a detta giuria nun gliene pò frega’ de meno, anzi. Ma della persecuzione degli ebrei in Europa sì. Se questo era il piano, l’esca è stata ingoiata con tutta la canna: come ti confeziono un film d’essai che, dato il premio, sarà visto nei circuiti normali e perfino in quelli parrocchiali. Complimenti, davvero. 

 

 

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