• DISASTRO ECONOMICO

I soldi non arrivano e le aziende vanno dagli usurai

Secondo uno studio della Cgia di Mestre sono 240mila le aziende italiane che rischiano di finire nelle mani degli usurai. Nessuno fa credito, i soldi promessi dal governo non arrivano. E niente rinvio per il pagamento delle tasse. È la fotografia di una crisi gestita male che rischia di far esplodere la società

Quentin Metsys: Usurai

C’era da immaginare che prima o poi qualcosa di drammatico sarebbe successo. Ora si ha la concreta percezione dei danni provocati dalle inerzie delle politiche economiche del Governo, che hanno finito per affossare il mondo delle imprese.

Stando a uno studio della Cgia di Mestre ci sono 240.000 aziende che rischiano di finire nelle mani degli usurai perché, secondo la definizione della normativa europea, presentano esposizioni bancarie deteriorate 1. In altre parole sono le imprese e le partite Iva che risultano “schedate” presso la Centrale dei Rischi della Banca d’Italia come insolventi. A seguito di tale classificazione, questi soggetti economici non possono accedere ad alcun prestito erogato dalle banche e dalle società finanziarie e neppure avvalersi delle misure agevolate messe in campo dal Governo con il “decreto liquidità”.

Il dato rappresenta la fotografia del disagio socio-economico crescente, dovuto all' incertezza politica e all'atteggiamento troppo attendista dell'esecutivo, che ha puntato sulla tecnica del rinvio lasciando che i nodi si è aggrovigliassero fino a diventare inestricabili. L'esecutivo continua a trattare in modo serrato con l'Europa per ottenere prima possibile gli aiuti del Recovery Fund ed evitare di dover accedere al Mes, ipotesi che spaccherebbe la maggioranza e creerebbe un nuovo asse trasversale con Forza Italia, da sempre favorevole all'utilizzo del fondo salva-stati per risanare la sanità pubblica.

Ma le aziende che sono sull'orlo del fallimento e che rischiano di finire nella spirale dell’usura e preda dei circuiti malavitosi non hanno il tempo di attendere i soldi europei e  invece si aspettano con ansia dal governo scelte coraggiose e immediate.

Per tutta risposta, però, il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha confermato per domani la scadenza delle tasse posticipate da giugno per dare maggior respiro (si fa per dire) ai contribuenti. I commercialisti italiani da settimane invocavano almeno il rinvio al 30 settembre della dichiarazione dei redditi e del pagamento Irap. Il problema è che il rinvio a settembre avrebbe bloccato un flusso di tributi di circa 8,4 miliardi di euro, cifra ritenuta troppo elevata dal Ministero dell’Economia in questa fase di crisi per le casse dello Stato.

Dunque domani c'è un'importante scadenza fiscale per molte imprese che dovrebbero versare tributi che erano stati solo rinviati a causa del lockdown e che ora il fisco pretende. Fin dall'inizio, quando si capirono le dimensioni del disastro economico, in molti sottolinearono l'esigenza di cancellare completamente le tasse per le imprese che non avevano emesso uno scontrino per mesi né ricavato neppure un euro durante la chiusura forzata. Invece Conte ha scelto la strategia di prorogare le scadenze fiscali senza in alcun modo alleggerire i bilanci di imprese che avevano registrato crolli di fatturato fino all’80% e che, stando alle indicazioni attuali, dovranno comunque versare per intero le tasse, pur senza aver guadagnato nulla e senza aver potuto neppure beneficiare della cassa integrazione (hanno dovuto anticiparla, in molti casi, perché lo Stato non l’ha erogata).

Urgerebbe uno shock fiscale con la cancellazione del carico di tributi pendente sui bilanci di imprese, che rischiano seriamente di finire nelle mani della malavita proprio perché non hanno alternativa. Attualmente un imprenditore che deve pagare tasse con soldi che non ha e che neppure le banche gli prestano non vede altra scelta che rivolgersi agli usurai. Era una situazione ampiamente prevedibile, visto anche il calo del Pil di oltre 11 punti annunciato tempo fa. Eppure il governo Conte ha continuato a fare orecchie di mercante di fronte alle pressioni delle categorie produttive, a cominciare da quelle del settore turistico, che stanno facendo a meno degli introiti solitamente derivanti dall’afflusso massiccio in Italia di vacanzieri stranieri.

Nelle casse degli operatori del settore delle vacanze manca fino all’80% delle somme abitualmente incassate durante la stagione estiva. Immaginiamo cosa potrà accadere a settembre, quando il turismo balneare cesserà e queste aziende dovranno impostare la loro attività fino a maggio prossimo senza la speranza di incassare alcunchè, ma con la certezza di dover pagare ingenti somme al fisco.

All’allarme usura si aggiunge quello sulla tenuta della società nel suo complesso, lanciato dal Ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese nei giorni scorsi a proposito del possibile esplodere di focolai di tensione provocati dalla esasperazione di famiglie che ormai fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Il crescente tasso di litigiosità tra le forze che sostengono l’esecutivo e anche all'interno del MoVimento 5 Stelle non lascia presagire nulla di buono. Bisognerebbe pensare esclusivamente agli interessi degli italiani e invece i partiti sembrano impegnati soltanto in trame di potere. Una tendenza destinata ad accentuarsi in vista delle elezioni regionali alle quali ogni forza politica si presenta sperando di lucrare vantaggi a prescindere dalle logiche di coalizione. Il terrorismo che si sta facendo anche rispetto al possibile ritorno di un Covid aggressivo e mortale rischia di rivelarsi il colpo di grazia su ogni ipotesi di ripresa del nostro Paese.