I promessi sposi oggi: perché sono ancora un classico
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Secondo le nuove linee guida del Ministero dell’Istruzione, «I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”». Non lo sono nel senso ottocentesco del termine. Ma il romanzo di Manzoni ha un valore profetico, perché racconta l’uomo nella sua verità permanente.
Le nuove linee guida per lo studio della letteratura italiana nel biennio affermano: «Quanto a Manzoni, è debito ricordare che I promessi sposi entrano nei programmi scolastici negli anni Settanta dell’Ottocento perché si vuole affiancare ai modelli di prosa tre e cinquecenteschi un “classico contemporaneo”. Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”».
Per comprendere il senso di questa affermazione occorre ricordare il contesto storico. Il 14 gennaio 1868 il ministro della Pubblica Istruzione, Emilio Broglio, istituì una commissione incaricata di individuare strumenti efficaci per unificare la lingua italiana. Manzoni, membro della commissione, redasse in poche settimane la relazione Dell’unità della lingua e dei modi di diffonderla, nella quale sosteneva che la lingua comune dovesse coincidere con il fiorentino vivo e colto. Da qui nacque il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze (1870–1897), curato da Broglio e Giorgini, genero di Manzoni. In questo quadro, la lettura scolastica dei Promessi sposi — riscritti secondo l’uso fiorentino — divenne lo strumento privilegiato per l’insegnamento dell’italiano. E dalla Riforma Gentile del 1923 a oggi solo due opere sono rimaste obbligatorie nel percorso delle superiori: I promessi sposi e la Divina Commedia.
È vero: I promessi sposi non sono più un «classico contemporaneo» nel senso ottocentesco del termine. Gli studenti del 2026 vivono a due secoli di distanza dal romanzo. Eppure proprio questa distanza ne rivela la natura più profonda: non un testo legato alla contingenza, ma un classico senza tempo, capace di parlare a generazioni diverse.
Le linee guida ricordano che leggere letteratura significa: «capire chi si è, da dove si viene, quali sono le proprie radici, che cosa si pensa, che cosa si desidera; e insieme cambiare, crescere, auto-crearsi». Condividiamo pienamente questa visione. Ed è proprio per questo che riteniamo che I promessi sposi non possano essere sostituiti da un romanzo «più semplice» o «più vicino ai giovani». La semplicità non è un criterio educativo; la profondità sì.
Perché i classici ci riguardano ancora
I classici sono nostri contemporanei. Niccolò Machiavelli, nella celebre lettera del 10 dicembre 1513 a Francesco Vettori, descrive l’ingresso «nelle antiche corti degli uomini antichi» come un dialogo vivo, capace di illuminare le inquietudini di ogni epoca. I classici parlano di noi perché hanno saputo dire l’umano nella sua interezza: la paura e il desiderio, la fragilità e l’aspirazione, il limite e l’apertura all’infinito. Sono libri che rispondono alle domande fondamentali dell’uomo — chi sono, da dove vengo, dove vado, come vivo, come dovrei vivere? — e che permettono di riconoscere il finito nella luce dell’infinito e viceversa. Hanno parlato agli uomini del loro tempo, ma continuano a parlare agli uomini di ogni tempo.
La distinzione decisiva: la letteratura che resta e quella che passa
Il filosofo Arthur Schopenhauer distingueva tra una letteratura essenziale, lenta, destinata a durare, e una letteratura apparente, rumorosa, che ogni anno produce migliaia di titoli destinati a svanire. I classici appartengono alla prima: sono la parte permanente della memoria culturale, ciò che resiste all’usura del tempo perché nasce da chi vive per la poesia, non di poesia.
Leopardi, nello Zibaldone, distingue tra gli autori che parlano al cuore dell’uomo — e dunque a ogni epoca — e quelli che parlano solo al gusto del loro tempo. La vera poesia attinge all’«antico», non come repertorio formale, ma come profondità antropologica: ciò che è universale, ciò che non passa. In questo senso, Leopardi e Schopenhauer sono alleati: entrambi riconoscono che la letteratura autentica nasce da un’esperienza radicale dell’umano.
Il valore profetico delle grandi opere
Le opere maggiori non solo interpretano il loro presente: lo anticipano. Paul Valéry, nel 1919, scriveva: «Noi, le civiltà, ora sappiamo che siamo mortali». Parole che sembrano scritte per noi, in un’epoca segnata da crisi economiche, culturali e antropologiche, e in cui — come se non bastasse — ci scopriamo a un passo dal baratro della guerra, sospesi su un crinale che i grandi autori avevano già intravisto. Viviamo in un tempo di massa, in cui si crede di imparare per sentito dire. Ma Goethe ammoniva: «Non si impara nulla per semplice sentito dire; chi non si impegna di persona conosce solo superficialmente e a metà». I classici chiedono coinvolgimento: non si lasciano consumare, si lasciano abitare.
La fatica necessaria: educare al cammino
Imparare significa faticare, esporsi, crescere. Non possiamo illuderci che la soluzione sia rimuovere il macigno dalla strada. Il compito della scuola è costruire una scala: offrire strumenti per superare l’ostacolo, trasformando la difficoltà in occasione di maturazione. I classici sono questo: non un peso da evitare, ma un’altezza da raggiungere.
I grandi autori come interpreti del loro tempo
I geni letterari comprendono la loro epoca meglio dei contemporanei, e per questo spesso non vengono compresi subito. Solo i posteri riconoscono la profondità del loro sguardo. Nei classici è scolpita una promessa: che il cuore umano è immutabile e che la verità dell’esperienza può essere riconosciuta attraverso le parole di chi l’ha saputa dire.
I promessi sposi come classico contemporaneo
Tra le opere che mostrano con maggiore evidenza la vitalità dei classici nel nostro presente, I promessi sposi occupano un posto centrale. Il romanzo è contemporaneo perché racconta l’uomo nella sua verità permanente: la paura, la fragilità, il desiderio di giustizia, la ricerca di senso, la possibilità della rinascita.
La storia di Renzo e Lucia è la storia di ogni uomo che attraversa il male e l’ingiustizia e che tuttavia può ritrovare la propria strada. La conversione dell’Innominato, la liberazione di Lucia, la maturazione di Renzo, persino la peste diventano luoghi di rivelazione: la vita può sempre ricominciare.
La modernità del romanzo risiede soprattutto nella categoria della Provvidenza: non un’idea astratta, ma una chiave di lettura del reale. La Provvidenza non elimina il male, ma lo attraversa e lo trasforma. È una presenza che si manifesta attraverso persone e circostanze, dentro la trama concreta della storia umana. In un tempo segnato da disincanto e crisi di senso, questa visione appare sorprendentemente nuova.
Anche la lingua manzoniana — limpida, rigorosa, essenziale — educa alla precisione e alla responsabilità del pensiero. In un’epoca dominata dalla comunicazione rapida, Manzoni rimane un maestro di profondità.
Infine, il romanzo possiede un valore profetico: anticipa dinamiche oggi evidenti — la manipolazione dell’opinione pubblica, la fragilità delle istituzioni, la paura collettiva, la ricerca di capri espiatori. Non è un reperto del passato, ma uno specchio del presente. Per questo I promessi sposi restano vivi, necessari, contemporanei: perché parlano dell’uomo e della sua sete di verità, di giustizia, di bene.
E allora: come accompagnare gli studenti?
Se la lettura costa fatica, non significa che vada eliminata. La fatica è parte della crescita. Il compito della scuola non è togliere l’ostacolo, ma offrire strumenti per superarlo. Di questo — di come accompagnare davvero i ragazzi dentro la grande storia dei Promessi sposi e farne un’esperienza viva — parleremo nella prossima puntata.
Indicazioni ministeriali, il rischio: perdere profondità
Nel commentare le Indicazioni ministeriali tutti si sono concentrati sullo "spostamento" dei Promessi Sposi. Ma è un falso problema: il problema di queste indicazioni è il rischio di una discontinuità e perdita di profondità come dimostra il concentrare in un solo anno, il quarto, Dante, Manzoni e Leopardi.

