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I nemici del Quarto Vangelo

Il Vangelo di Giovanni? Diffusamente e a lungo elogiato come il più “teologico”, il quarto Vangelo è stato per decenni anche quello più bersagliato per demolirne l’autenticità. Non l’Apostolo Giovanni, ma una non ben precisata “scuola giovannea” sarebbe all’origine dello scritto canonico, sulla base di una mai spiegata teoria secondo cui lo sviluppo teologico lì contenuto avrebbe richiesto il contributo di più persone, oltre che un arco di tempo sostanzialmente molto lungo.

«Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera» (21, 24). Se ci fermassimo alla prima frase, dovremmo ammettere di essere di fronte ad una chiara dichiarazione di autografia; la seconda sembra invece suggerire che in realtà dietro al «discepolo che rende testimonianza» si celi invece un gruppo di persone legate a lui da discepolato.

Nel 1928, con la pubblicazione di A Critical and Exegetical Commentary on the Gospel to St. John, J. H. Bernard avanzò l’ipotesi che anche la prima affermazione doveva essere compresa diversamente. Avendo infatti il verbo greco graphein un valore causativo, la frase dovrebbe essere tradotta così: “Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha fatti scrivere”, oppure: “ha fatto sì che venissero scritti”. Da qui l’idea molto diffusa che Giovanni non sarebbe l’autore del Vangelo che porta il suo nome, ma il “responsabile spirituale” di un’opera della comunità.

Richard Bauckham ha potuto notare come «questo incredibilmente fallace frammento di argomentazione sia stato acriticamente seguito da uno studioso dopo l’altro» (Jesus and the Eyewitnesses, 360); eppure «nessuno ha fornito alcuna evidenza che graphein possa essere utilizzato per riferire una relazione tra l’“autore” ed il testo più remota di quella della dettatura di un testo ad uno scriba» (Ibi, 361). Il valore causativo del verbo “scrivere”, infatti, non è sufficiente per fondare una diversa paternità del quarto Vangelo, ma semmai è la traccia di un fenomeno assai comune, nell’antichità come anche in tempi più recenti, ossia quello di avvalersi di una o più persone per mettere per iscritto un testo, dargli una forma migliore, avvalersi di un contributo per la sua redazione, etc.

Altri studiosi hanno percorso un’altra strada che mina la paternità del quarto Vangelo; come quella di ritenere che l’ultimo capitolo fosse in realtà un’aggiunta successiva; prova ne sarebbero gli ultimi due versetti del capitolo precedente, che si configurano come una conclusione: «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (20, 30-31). Il Vangelo attribuito a Giovanni finirebbe dunque qui; il capitolo ventunesimo, con la “firma autografa” degli ultimi due versetti, sarebbe invece una specie di appendice, inserita in un secondo momento, per dare maggiore autorità allo scritto, attribuendolo all’Apostolo.

Bauckham però non ci sta. La sua argomentazione si struttura attorno ad un’interessante analisi di questo epilogo, mostrando come esso sia stato pensato e realizzato come parte costitutiva dell’intero Vangelo. Anzitutto ci sono molti elementi che collegano tra loro esplicitamente il Prologo e l’Epilogo. Il Prologo inizia con la parola “In Principio”, che richiama l’esordio del libro della Genesi; il secondo termina al v. 23 con l’espressione «finché io venga» (è da notare che molti manoscritti non hanno in questo versetto il seguito “che importa a te?”, che invece compare nel v. 22). L’intero scritto comprende dunque l’arco del tempo e dell’eternità, dalla generazione eterna del Verbo, alla sua incarnazione fino alla sua venuta. Questo stretto legame tra il Prologo e l’Epilogo è ancora più sorprendentemente sottolineata dal numero 496; tali infatti sono le sillabe che compongono il primo, scritto in forma poetica, e le parole del secondo, scritto invece in forma prosaica. Il 496 non è, tra l’altro, un numero casuale, ma il terzo dei numeri perfetti, ossia quei numeri che sono uguali alla somma dei loro divisori, oltre che essere un numero triangolare. Ed anche il corrispondente gematrico della parola monogenēs , unigenito. Si tratta di dettagli numerico-simbolici tutt’altro che secondari, soprattutto negli scritti di Giovanni, dal Vangelo all’Apocalisse.

Altri aspetti di grande interesse emergono analizzando in parallelo la “prima conclusione” (20, 30-31) e la seconda (21, 24-25). Si passa infatti dai discepoli in generale al Discepolo amato; dai segni operati da Gesù, alla testimonianza diretta di colui che li testifica; dalla voce passiva che cela questo testimone (“sono stati scritti”), alla voce attiva, che ne rivela l’identità (“Questo è il discepolo che... li ha scritti”). Inoltre entrambe le “conclusioni” si collegano in modo ordinato al Prologo. In Gv 1, 7, del Battista si dice che venne come testimone «perché tutti credessero per mezzo di lui», esattamente come in Gv 20, 31 troviamo che i segni sono stati scritti «perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome». Analogamente, nel v. 15 del Prologo ritroviamo nuovamente Giovanni Battista come colui che «gli rende testimonianza» [al Figlio di Dio]; questa testimonianza continua in quella dell’altro Giovanni, tra l’altro discepolo del primo, che è appunto introdotto come «il discepolo che rende testimonianza» nella conclusione (21, 24).

Infine, entrambe le conclusioni sviluppano un altro versetto centrale, che chiude la narrazione della Crocifissione: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (19, 35). Se si pone attenzione si può notare che «questa frase anticipa entrambe le fasi della conclusione: “perché anche voi crediate” anticipa la prima, sia verbalmente che concettualmente, mentre quanto viene detto di questo testimone e della sua veridicità corrisponde da vicino alla seconda» (Jesus and the Eyewitnesses, 368).

Ne ricaviamo, dunque, che l’Epilogo è strutturalmente legato al Vangelo e costituisce come una specie di “Atti degli Apostoli” giovannei; nel senso che intende aprire sulla vita della Chiesa, come testimonianza perpetua di Cristo, fino al giorno del suo ritorno. Chiesa impegnata nella pesca delle anime, mentre il Signore attende i lavoratori affaticati sulla riva (21, 1-14); Chiesa fondata sul primato pastorale di Pietro (21, 15-19); Chiesa nella quale non verrà mai meno la testimonianza (21, 20-23).

Che dire invece del pronome “noi” introdotto in 21, 24? Come si diceva, questa variazione pronominale ha indotto molti studiosi a ritenere che dietro il Vangelo si trovi non l’autore, bensì una comunità in qualche modo ad esso legata. Bauckham fa però notare che questo passaggio dalla prima persona singolare a quella plurale è tutt’altro che sconosciuto nell’antichità. E porta come esempio, tra gli altri, un brano del Su Demostene di Dionigi di Alicarnasso, storico e retore greco della fine del I sec. a. C. L’utilizzo della prima persona plurale veniva utilizzato, oltre che nel senso ovvio associativo (io più altri), anche in senso dissociativo, con l’intenzione di distinguere tra il gruppo di appartenenza e un altro, sia – ed è questo che ci interessa - come sostituto della prima persona singolare per rafforzare la testimonianza e l’autorità di colui che parla (uso che ha dato origine al plurale maiestatis).

Non vi sono pertanto prove cogenti che spingerebbero a sacrificare l’autenticità del quarto Vangelo. Che, come vedremo, mostra di essere davvero l’opera di un testimone oculare.

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