Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Pietro da Verona a cura di Ermes Dovico
Ora di dottrina / 158 – La trascrizione

I miracoli di Cristo – Il testo del video

Era opportuno che Gesù compisse miracoli, come spiega san Tommaso, rispondendo ad alcune obiezioni comuni ancora oggi diffuse tra chi di fatto non crede alla verità dei quattro Vangeli. Le due “tipologie” di miracoli di Cristo: per virtù propria; e invocando il Padre.

Catechismo 06_04_2025

Proseguiamo le nostre catechesi di commento della III parte della Somma Teologica dedicata ai misteri della vita del Signore. Oggi in particolare vediamo i miracoli di Cristo. La volta scorsa abbiamo trattato gli elementi dell’insegnamento di Cristo, ci siamo chiesti con san Tommaso perché il Signore abbia scelto di essere inviato solamente alle pecore perdute della casa d’Israele. Abbiamo visto perché questo insegnamento era rivolto a tutti, sebbene Gesù parlasse in parabole. Ora ci occuperemo di alcuni aspetti dei miracoli globalmente intesi.

La prima cosa che san Tommaso si domanda, nell’art. 1 della quæstio 43, è se fosse opportuno, se fosse conveniente che Cristo compisse miracoli. A supporto del fatto che Cristo ha compiuto miracoli, san Tommaso riporta – tra i tantissimi passi tra cui avrebbe potuto scegliere – una frase del capitolo 11 del Vangelo di san Giovanni, dove parlano gli avversari del Signore, i Giudei, che dicono: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni» (Gv 11,47). Scelta particolare quella di Tommaso, che avrebbe potuto semplicemente dire: “Consta che fece miracoli”. Invece sceglie di riportare la testimonianza del campo avverso, nemico, proprio perché è una testimonianza importante: gli stessi nemici di Cristo tutto potevano dire tranne che il Signore non stava compiendo miracoli, grandi segni. E quindi l’attestazione del nemico è forse la prova più evidente che questi segni furono compiuti.

Ma vediamo appunto le ragioni di questa convenienza e anche le obiezioni; questo articolo in particolare è importante perché ci permette di affrontare tutta una serie di obiezioni che sono cresciute negli ultimi decenni; adesso un po’ stanno scemando, ma c’è sempre questa specie di sottofondo per cui il miracolo è qualcosa di sospetto o addirittura di controproducente; come molti hanno sostenuto, sarebbe qualche cosa che bisogna cercare di rimuovere dalle Sacre Scritture per essere “credibili” agli occhi dell’uomo moderno. San Tommaso ci dice esattamente il contrario e cioè che, sintetizzo, i miracoli sono proprio il segno della credibilità della persona e dell’annuncio di Cristo. Quindi, è un rovesciamento di 180° rispetto alla nostra mentalità moderna.

Vediamo anzitutto due sostanziali obiezioni che san Tommaso si pone davanti. Sono obiezioni che ritroviamo in molta letteratura teologica, in molte predicazioni anche odierne. La prima obiezione è questa: siccome l’Incarnazione è la kenosis, lo “svuotamento” di Dio, cioè Dio in qualche modo si svuota delle sue prerogative divine per farsi uomo, è il suo abbassamento, la sua catabasi, il suo scendere per diventare uomo, allora il miracolo è inopportuno perché va in altra direzione, in quanto indica l’onnipotenza divina. E dunque sembrerebbe, a prima vista, che il miracolo venga quasi a disturbare questa caratteristica dell’Incarnazione, di questo abbassamento, svuotamento di Dio.

La seconda obiezione è questa: l’uomo si salva per mezzo della fede (senza la fede è impossibile piacere a Dio, cf. Eb 11, 6), ma la fede che vuole vedere, la fede che cerca e vede il miracolo, è in qualche modo una fede imperfetta. Il miracolo finirebbe quasi per diminuire il merito della fede, per annacquare una fede autentica. Anche questo è molto nell’aria, cioè che chi ha fede non ha bisogno del miracolo, ci si dice; anzi, guai a insistere sul miracolo perché andrebbe in qualche modo a detrimento della fede. Sono obiezioni già ben presenti anche all’epoca di san Tommaso, che poi sono obiezioni un po’ di tutti i tempi.

Vediamo prima di tutto il corpo di questo articolo che ci dà il senso della presenza dei miracoli nei Vangeli, quindi del fatto che Cristo abbia voluto compiere miracoli. Primo, san Tommaso ci dice che il miracolo serve «per confermare la verità che uno insegna» (III, q. 43, a. 1). Intendiamoci: non ogni verità insegnata richiede il miracolo; ci sono degli eccellenti maestri di vita nella storia dell’umanità che insegnando delle massime, con il loro esempio di vita, e non per questo hanno bisogno di fare miracoli. Ma di quale insegnamento ci sta parlando qui san Tommaso? Non di un insegnamento qualunque, di una dottrina morale, di qualche cosa che non oltrepassa le capacità umane, ma di un insegnamento che va al di là di quello che la nostra ragione può arrivare a cogliere. Detto in altri termini: l’affermazione di Cristo di essere il Figlio di Dio, di dare la sua carne da mangiare, di risorgere dai morti, di essere glorificato, di essere “Io Sono”, cioè il Dio unico di Israele, impronunciabile; tutto questo – si capisce – è molto diverso dall’essere un maestro che insegna ad essere sobri, a non essere litigiosi, tutte cose molto belle indubbiamente, ma qui siamo su un altro piano.

Ora, per confermare questo tipo di verità è necessario un segno che sia, per così dire, proporzionato. Detto in modo ancora più semplice: se io affermo di essere Dio, devo mostrare di agire come agisce Dio; e una delle prerogative appunto di Dio è quella di poter agire sugli uomini, sulla creazione, sugli spiriti impuri, da sovrano.

La seconda ragione – collegata alla prima – è che il miracolo ci dice la presenza di Dio nell’uomo; cioè non conferma solo un insegnamento, ma attesta una presenza. Io posso dire di essere Dio, posso dire che Dio è in me, posso dirlo magari con delle pretese un po’ da “problema psichiatrico”, ma cos’è che fa la differenza? È proprio il constatare degli atti che effettivamente mostrano in modo inequivocabile la presenza di Dio; e il miracolo è sicuramente uno di questi atti.

Se è chiaro questo senso, potremmo dire, apologetico del miracolo, nel suo senso più bello, cioè il miracolo che rende ragione, difende, supporta l’insegnamento di Cristo e la sua persona, nella quale non solo Dio è presente ma è Dio stesso, le due obiezioni di partenza si sciolgono da sole. Ma san Tommaso risponde anche a queste due obiezioni in modo diretto, puntuale. Ricordiamo la prima: l’Incarnazione è l’abbassamento di Dio, dunque il miracolo sembrerebbe quasi rovinare questa logica dell’Incarnazione. San Tommaso ricorda semplicemente tutta la verità e cita la Seconda Lettera ai Corinzi (13,4), in cui san Paolo dice che Cristo venne anche «nella potenza di Dio»; questo è un aspetto che noi dimentichiamo molto spesso, anche sotto la pressione di una certa predicazione che insiste su questo abbassamento di Dio assolutamente vero (ovviamente questo termine, abbassamento, deve essere adeguatamente compreso): questo svuotamento di Dio, questo farsi piccolo nel farsi uomo, va tenuto insieme al fatto che Cristo viene nella potenza di Dio. E viene non semplicemente a darci un esempio di umiltà.

Attenzione, perché questa è una verità sacrosanta ma che se viene isolata diventa un’eresia e manda in tilt il senso vero dell’Incarnazione, manda in tilt il cristianesimo. Ripeto: il Signore non è venuto semplicemente a darci degli esempi di umiltà, di pazienza, di mansuetudine, di obbedienza, ma è venuto a mostrare il volto di Dio e a salvare. Dio salva: Gesù vuol dire questo, “Dio salva”. Nell’umanità di Cristo c’è Dio stesso che salva e gli uomini si salvano perché credono che Gesù Cristo è Dio, è il Figlio di Dio inviato dal Padre. Se la fede è questa, dobbiamo fare attenzione a non insistere così tanto sull’Incarnazione da dimenticarci Chi è che s’incarna, cioè a dimenticarci che è Dio. Dunque, capiamo che il miracolo è fondamentale perché il miracolo ci permette di dire che in quell’Uomo, veramente uomo, c’è Qualcuno che non è solo uomo, perché la nostra fede si basa su questo. La nostra fede non è semplicemente un apprezzamento delle virtù morali del Signore.

Alla seconda obiezione vista sopra – ricordate: l’uomo si salva per mezzo della fede e perciò il miracolo sembrerebbe non solo non necessario ma addirittura controproducente – san Tommaso risponde nella risposta alla terza obiezione della quæstio 43: «I miracoli diminuiscono il merito della fede nella misura in cui manifestano la durezza di cuore di quanti non vogliono credere agli argomenti della Scrittura se non vedono dei miracoli» (III, q. 43, a. 1, ad 3). Che cosa ci sta dicendo qui san Tommaso? Ci dice in sostanza che il miracolo è, per così dire, “un problema” nella misura in cui si relaziona alla non disposizione di chi non vuole credere in Dio. In pratica, le figure che in qualche modo riassumono questo atteggiamento sono proprio quelle dei Giudei: siamo nel pieno della Quaresima, stiamo per entrare nel tempo della Passione e noi troviamo, soprattutto nel Vangelo di san Giovanni, questo scontro tra Cristo e la durezza di una parte del popolo giudaico. Qual è il problema lì? È proprio il fatto che i Giudei avevano già deciso di non credere e dunque addirittura il miracolo peggiora la loro situazione. Ma il miracolo può essere deleterio o meglio ridurre il merito della fede in coloro che dicono “se non vedo, non credo”. Ricordate il famoso episodio dell’apostolo Tommaso: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò» (Gv 20,25). E il Signore dice: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno» (Gv 20,29). Un conto è affermare che il miracolo è sostegno della fede: questo bisogna dirlo, per le ragioni che abbiamo visto sopra. E un altro conto è invece dire: “se non vedo direttamente quello che voglio io, non credo”, che era anche l’atteggiamento di chi chiedeva un segno al Signore; e il Signore, che aveva già compiuto un sacco di miracoli, non glielo dava, «se non il segno di Giona» (Mt 12,39). Perché? Perché c’era una predisposizione errata nei confronti del segno richiesto. Dunque, questa è un po’ la sintesi dell’art. 1 che è quello un po’ più importante di questa quæstio sui miracoli.

Nell’art. 2 e nell’art. 4, san Tommaso ci dà degli elementi per rispondere a un’obiezione abbastanza importante. Uno potrebbe dire: è vero che il miracolo manifesta la presenza di Dio in qualcuno, ma non necessariamente manifesta che quella persona è Dio; e questo lo vediamo anche nell’Antico Testamento, dove anche i profeti avevano compiuto dei grandi segni, inclusi segni di risurrezione, pensiamo al profeta Elia. Cioè, il miracolo indica che Dio opera tramite un uomo, ma non indica necessariamente che quell’uomo sia Dio. Che cosa possiamo dire allora?

La prima cosa che san Tommaso introduce nell’art. 2, e in particolare nella risposta alla seconda obiezione, è una constatazione: in Cristo noi troviamo due “tipologie” di miracoli. La prima tipologia è quella per cui Lui compie miracoli chiaramente per virtù propria, cioè non invoca il Padre ma compie questi miracoli nel proprio nome: “Io ti dico”. Come quando, il Signore guarisce il cieco Bartimèo direttamente senza invocare un’autorità superiore, ma lo guarisce in nome della propria autorità. E questo è un segno distintivo di questo tipo di miracoli perché chi agisce per virtù propria nel miracolo è Dio stesso, è Dio che compie il miracolo. Mosè fa scaturire l’acqua su mandato di Jahvè, su mandato di Dio. Pensiamo al primo miracolo narrato negli Atti degli Apostoli, con Pietro e Giovanni e la guarigione dello storpio, che cosa dicono? “In nome di Gesù Cristo, alzati e cammina” (cf. At 3, 6). Quindi non agiscono in proprio nome.

È ben vero che esiste una seconda tipologia di miracoli, nella quale Cristo invoca il Padre. Perché c’è anche questa tipologia? San Tommaso riporta un testo di san Giovanni Crisostomo molto interessante perché dice: «Cristo doveva mostrare sia che procedeva dal Padre sia che era uguale a lui». Allora quando doveva mostrare che egli procedeva dal Padre invocava il Padre, per far capire che Lui e il Padre erano una cosa sola, che Egli procedeva dal Padre, era stato mandato dal Padre: come procede dal Padre ab æterno, analogamente è stato inviato dal Padre nel tempo con l’Incarnazione. Ma dall’altra parte questo procedere dal Padre non indicava che aveva un’altra natura rispetto al Padre e, dunque, dalla stessa natura divina vengono fuori i miracoli che Egli ha compiuto col proprio potere, nel proprio nome.

Dunque, entrambe le modalità con cui Cristo opera i miracoli indicano qualcosa di importante. Se avesse compiuto solo miracoli invocando il Padre, l’obiezione che in fondo non era più grande dei profeti, avrebbe avuto un senso. Dall’altra parte, se avesse compiuto miracoli solo in proprio nome, sarebbe venuta meno la sua unità con il Padre, che Egli era Dio come il Padre, ma non era il Padre.

Nel caso di Lazzaro, poi, in particolare, sappiamo che il Signore Gesù lì invoca il Padre, ma esplicitamente dice: «L’ho detto per chi mi sta attorno perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,42). Dunque, qui abbiamo questa invocazione e il senso di questa invocazione; ma poi il miracolo come viene compiuto? «Lazzaro, vieni fuori» (Gv 11, 43), cioè per virtù della stessa persona divina del Signore.

Nell’art. 4 san Tommaso prende altri aspetti di questa obiezione; si potrebbe pensare appunto che questi miracoli compiuti dal Signore non fossero sufficienti per mostrare la sua divinità. Primo, perché altri hanno compiuto le opere da Lui compiute, inclusa la risurrezione di morti e perché il Signore stesso ha detto: “Chi crede in me compirà opere più grandi” (cf. Gv 14, 12). Quindi addirittura opere più grandi di Lui che è Dio. E dunque se chi non è Dio può compiere opere più grandi di chi è Dio, allora vuol dire che il miracolo non dimostra che colui che lo compie è Dio. Queste sono le obiezioni. Ma il primo punto decisivo lo abbiamo già centrato: Cristo ha compiuto almeno una buona parte dei miracoli per virtù propria, ossia con quel “io ti dico”. Cosa che né prima né dopo di Lui verrà fatto, perché i miracoli precedenti e i miracoli successivi saranno sempre mediati da un’invocazione, implicita o esplicita, in quanto la persona agisce come tramite di Dio che opera in lei, ma senza che essa stessa sia Dio.

C’è un altro aspetto che è molto interessante e che distingue Cristo da tutti gli altri che hanno compiuto e che compiranno miracoli, cioè che Egli fece qualche cosa che nessuno prima di Lui e che nessuno dopo di Lui farà mai: risorgere dai morti e ascendere al cielo. Infatti, abbiamo avuto profeti che hanno risuscitato morti, ma nessuno di loro è risorto dai morti; abbiamo avuto apostoli e santi nella storia della Chiesa che hanno risuscitato morti, ma nessuno di loro è risorto dai morti. Che cosa vuol dire “risorgere dai morti”? Vuol dire rianimare il corpo defunto, rianimare non nel senso di una rianimazione ospedaliera, ma re-infondere l’anima in quel corpo, senza che si debba più verificare la morte, il che è prerogativa solamente di Dio. E questo è il grande segno per eccellenza, il miracolo dei miracoli, il timbro della divinità di Gesù Cristo. Questo è importante tenerlo presente.

Come anche l’Ascensione al cielo. L’Ascensione al cielo non è un essere assunti in cielo, come lo fu il profeta Elia – posto che il profeta Elia non fu assunto in cielo perché i cieli erano chiusi ancora, ma si tratta dell’essere portati in alto; non ascese per virtù propria, ma si dice fu “rapito” in cielo. Così, nemmeno la Santissima Vergine, nella sua gloriosa Assunzione, ascende per virtù propria: infatti si parla di Assunzione, cioè di essere assunta. Invece nell’Ascensione parliamo appunto di “ascensione” di Cristo, cioè di Cristo che ascende, non viene assunto in cielo, ascende per virtù propria.

Quanto invece alle opere più grandi che sarebbero state fatte dopo di Lui, san Tommaso precisa che non si tratta necessariamente di miracoli più grandi, per quello che abbiamo detto, nel senso che queste due caratteristiche – compiere miracoli per virtù propria e risorgere dai morti e ascendere al cielo chiaramente sempre per virtù propria – non si troveranno negli apostoli. Che cosa vuol dire allora “compiranno opere più grandi”? È in relazione a quanto dicevamo la scorsa volta: Cristo è venuto per le pecore perdute della casa di Israele, ma agli apostoli sarà data una missione, sotto questo aspetto, più grande, cioè portare la salvezza in tutti gli angoli della terra. Dunque, la predicazione apostolica avrà un’estensione, una potenza di suscitare conversioni da un certo punto di vista più grande di quella che il Signore ha riservato a Sé stesso: non perché il Signore non fosse in grado di compierla, ma perché ha disposto diversamente. Ecco perché è Lui stesso a dire: “Chi crede in me farà opere più grandi”; non dice “chi verrà dopo farà opere più grandi”, ma “chi crede in me”: cioè, la relazione con la sua persona è imprescindibile ed è così forte da dare la forza di compiere opere più grandi di quelle da Lui compiute nei suoi tre anni di predicazione proprio nel senso dell’estensione di questo messaggio, nel senso, potremmo dire, del numero di conversioni alla fede suscitate. Non solo gli apostoli. Abbiamo tantissime testimonianze antiche. Pensiamo alle grandi epopee dei monaci che andavano ad evangelizzare zone non ancora raggiunte dalla fede, pensiamo all’evangelizzazione degli Angli, o anche epopee più recenti, come quella di san Francesco Saverio nell’India. Quindi abbiamo molte attestazioni in generale proprio della vita della Chiesa che raggiunge tutti i confini della terra, cosa che Cristo non ha voluto per Sé, avendo appunto disposto così – come abbiamo visto la scorsa volta – per gli apostoli, per i successori degli apostoli e per i suoi discepoli.

La prossima volta concludiamo questa sezione dedicandoci a un altro aspetto dei miracoli del Signore, con la quæstio 44. E poi inizieremo il centro di questa III parte che riguarda il mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo.



Ora di dottrina / 158 – Il video

I miracoli di Cristo

06_04_2025 Luisella Scrosati

Era opportuno che Gesù compisse miracoli, come spiega san Tommaso, rispondendo ad alcune obiezioni comuni ancora oggi diffuse tra chi di fatto non crede alla verità dei quattro Vangeli. Le due “tipologie” di miracoli di Cristo: per virtù propria; e invocando il Padre.

Ora di dottrina / 158 – Il supplemento

Il Proprio della Domenica di Passione

06_04_2025 Luisella Scrosati

La Domenica di Passione svela come Dio ha deciso di trionfare sui propri nemici e di cosa la Chiesa deve nutrirsi nel tempo dello scontro radicale con il potere delle tenebre. Anche stavolta, scopriamo alcuni “segreti” contenuti nel Proprio gregoriano.

Ora di dottrina / 157 – La trascrizione

L’insegnamento di Cristo – Il testo del video

30_03_2025 Luisella Scrosati

San Tommaso si focalizza su quattro aspetti dell’insegnamento di Gesù, dalla predicazione ai Giudei (e non ai Gentili) al perché non abbia lasciato Suoi scritti. L’ordine posto da Dio e la mediazione della Chiesa. Scandalo farisaico vs vero scandalo: la preminenza della salvezza.