a cura di Benedetta Frigerio
  • Dopo l’Isis

I cristiani tornano a Mosul e nella piana di Ninive

 

200 famiglie sono tornate a Mosul e nei villaggi e città della piana di Ninve nelle ultime settimane o sono in procinto di farlo. Ne erano fuggite nel 2014 quando la regione era stata occupata dalle milizie jihadiste dello Stato Islamico, il Califfato proclamato da Abu Bakr al Baghdadi, il leader ucciso lo scorso 27 ottobre. Gran parte dei cristiani in fuga per sottrarsi all’Isis si erano rifugiati nel Kurdistan irakeno, soprattutto nei dintorni del suo capoluogo, Erbil. Timore per la propria sicurezza, paura di non trovare lavoro e di non riuscire a reinserirsi nella vita sociale ed economica, sapendo che oltre tutto ancora servizi e infrastrutture sono carenti, in molti casi anche il fatto di non trovare più la propria casa distrutta o gravemente danneggiata dai jihadisti fanno sì che tanti cristiani, ormai abbastanza bene inseriti nei luoghi d’esilio, siano reticenti a rientrare a Mosul e nella piana. L’arrivo di così tante famiglie è dunque una buona notizia per Mosul e per l'Iraq. A incoraggiare il ritorno contribuiscono alcune concrete iniziative che dimostrano come tra la popolazione musulmana ci sono persone di buona volontà impegnate a cancellare le tracce anche materiali del Califfato. Un gruppo di volontari tutti di fede islamica, le “Braccia di Mosul” dalla fine dell’Isis ha incominciato a ripulire la città, rimuovere calcinacci e detriti, ricostruire le case, restaurare gli edifici storici, distribuire cibo e beni di prima necessità. In questi giorni i volontari stanno ripulendo la chiesa siro-cattolica di San Tommaso che durante il Califfato è stata saccheggiata e danneggiata al punto da rischiare di crollare. “Tornate, Mosul non è completa senza di voi!” è il messaggio che i volontari rivolgono ai cristiani.