• DOPO LE CELEBRAZIONI

I 50 anni dalla Luna, fra cospirazioni e omissioni

Nel 50° anniversario dello sbarco sulla Luna, sono comparse le solite teorie cospirative. Quest'anno anche in seno al governo. Ma ancora peggiori sono le omissioni nei servizi dei Tg, in cui si dimentica di nominare il presidente Nixon. E si trascura il fatto che la missione Apollo è un episodio della guerra fredda

L'uomo sulla Luna

Nel 50° anniversario dello sbarco sulla Luna (che il 20 luglio abbiamo ricordato con le parole di papa San Paolo VI), sono comparse le solite teorie cospirative, scritte da chi è convinto che l’uomo non sia mai arrivato sul satellite lunare e che sia stata tutta una messa in scena, diretta da Stanley Kubrick. Il complottismo è comunque marginale nell’opinione pubblica, anche se un viceministro ha dimostrato in tempi recenti di dar retta alle teorie cospirative e ha provocato l’ennesimo battibecco fra Lega e Movimento 5 Stelle (in questo caso: fra Salvini e il suo vice Sibilia). Se i complottisti sono una voce “di troppo” in questo cinquantesimo, molti altri aspetti sono stati quasi completamente taciuti o cancellati dalla memoria collettiva.

Il primo e più notevole di questi silenzi riguarda il vero vincitore della corsa alla Luna: il presidente Richard Nixon. In carica da sette mesi nel luglio del 1969, fu sotto la sua amministrazione che la Nasa portò a termine con successo la missione Apollo 11. Eppure… i servizi commemorativi hanno giustamente ricordato il discorso con cui John F. Kennedy diede inizio al programma spaziale per portare l’uomo sulla Luna “entro la fine del decennio”, ma nessun servizio ha mai nominato Nixon, il presidente in carica al momento dell’allunaggio, se non di striscio e per episodi curiosi, come il mancato incontro con gli astronauti prima della partenza (perché si temeva un potenziale contagio) e il discorso mai pronunciato per l’eventuale morte dei membri della missione. In ogni caso, la distorsione politica della memoria è evidente: l’uomo sulla Luna è un successo attribuito a Kennedy, morto assassinato 6 anni prima, ma non a Nixon che era in carica e che avrebbe avuto tutto il diritto di prendersi il merito dell’impresa.

Nominato, ma solo di striscio, è anche l’ingegnere che progettò il Saturno V, il missile che portò i primi tre uomini sulla Luna. Era Wehrner von Braun. Fu lo stesso ingegnere che, nella Seconda Guerra Mondiale, con il grado di maggiore nelle SS, era alla testa del programma per le armi segrete di Hitler. La V-2, da lui costruita, venne impiegata per i bombardamenti indiscriminati di Londra e Anversa negli ultimi due anni di guerra. Fu il primo missile balistico della storia e venne usato contro gli Alleati. Quando von Braun venne fatto prigioniero, non finì sotto processo per crimini di guerra, anche se le accuse erano molto pesanti: 10mila prigionieri perirono nella costruzione delle V-1 e delle V-2 nelle infernali fabbriche sotterranee usate per l’assemblaggio dei missili. Von Braun venne piuttosto sottoposto a un lungo periodo di quarantena, durato dieci anni, durante i quali non poté comunicare col mondo esterno. Quando gli Usa iniziarono a impiegarlo di nuovo per la costruzione di missili balistici nucleari, la sua immagine di nazista era stata “ripulita”. Prima della missione lunare, fece anche da consulente a Walt Disney per un simpatico quanto raro cartone animato sugli effetti dell’assenza di gravità in un volo spaziale. Un altro membro tedesco del team di scienziati del programma Apollo 11, Arthur Rudolph, dovette lasciare gli Stati Uniti nel 1984 assieme alla famiglia: erano state raccolte prove a sufficienza per condannarlo per crimini di guerra, sempre per lo sfruttamento letale dei prigionieri per la costruzione delle V-2.

La presenza di scienziati ex nazisti nel programma spaziale americano si spiega solo con l’urgenza del programma stesso, che induceva i governi americani di allora a farsi meno scrupoli del solito. E qui c’è il terzo grande assente nella storia che ieri e l’altro ieri ci è stata presentata: la Guerra Fredda. Non è possibile comprendere la missione lunare, senza ricordare il terrore che provocò il lancio del primo satellite sovietico nel 1957, lo Sputnik. Non è possibile capire l’urgenza del programma spaziale senza tener conto di quella che, oggi, registi e giornalisti vedono come “paranoia anticomunista”, ma che allora, in realtà, era una paura ben fondata: la possibilità dei sovietici di colpire il territorio statunitense da casa loro, con missili balistici intercontinentali, senza possibilità di subire una rappresaglia. Ancora nel 1960, Kennedy vinse le elezioni anche grazie alla sua promessa di colmare il “missile gap”, il vantaggio sovietico in campo missilistico (gap che era stato già stato colmato nel 1960, per altro, ma il pubblico e gli elettori ancora non lo sapevano). Gli Usa avevano fretta di sviluppare missili altrettanto potenti. E poi avevano bisogno di dare una forte dimostrazione di superiorità tecnologica. Il primo progetto in tal senso consisteva nel lanciare una potente testata nucleare sulla Luna, la cui esplosione si sarebbe vista fin sulla Terra. Era il progetto A119, iniziato nel 1958, ma mai portato a termine, perché anche l’opinione pubblica americana, oltre ai vertici sovietici, ne sarebbe rimasta terrorizzata. Fu solo dopo che i sovietici mandarono il primo uomo nello spazio, Jurij Gagarin, nell’aprile del 1961, che Kennedy lanciò il programma per far arrivare sulla Luna degli astronauti, non più una testata atomica. L'intento era sempre quello di arrivare primi in una corsa agli armamenti nello spazio.

La Guerra Fredda, contesto della missione lunare, tende ad essere dimenticata o quantomeno ridimensionata. La si nomina, ma non si sottolinea mai abbastanza la sua importanza fondamentale per capire il progresso del programma spaziale. E' vero che il risultato raggiunto, il primo viaggio extraterrestre e il primo sbarco in un corpo celeste, trascende la Guerra Fredda. Ma ci sono anche precise ragioni culturali di questa omissione. La prima è che, paradossalmente, gli americani di oggi, per lo meno nel mondo della cultura, tendono a non esaltare troppo le vittorie di ieri. Nel film Il primo uomo sulla missione Apollo 11, la scena in cui gli astronauti piantano la bandiera a stelle e strisce sulla Luna è assente. La bandiera si vede, ma solo per pochi fotogrammi. Per giustificarsi, il regista Damien Chazelle, prima ha affermato che il suo intento era quello di soffermarsi maggiormente sulla storia personale di Neil Armstrong, poi ha ammesso che voleva far vedere l’allunaggio come una vittoria dell’umanità più che degli Stati Uniti. In realtà, allora, l’elemento nazionale, patriottico e bellico (con la guerra del Vietnam ancora in corso e la Guerra Fredda a un punto critico) era dominante. Ometterlo è un grave peccato per uno storico. Ammetterlo, però, vorrebbe dire ammettere una cosa molto politicamente scorretta: una spettacolare vittoria degli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica. E più in senso lato: del mondo libero contro il comunismo.