• ORA DI DOTTRINA / 36 - IL SUPPLEMENTO

Howard insegna: nella preghiera la forma aiuta la sostanza

La libertà dello Spirito non è spontaneità  e confusione, al contrario: lo Spirito Santo crea ordine e in questo ordine la creatività e la libertà fioriscono. Per questo le forme della preghiera sono importanti: la preghiera della Chiesa ci educa, ci purifica, allarga i nostri orizzonti

Dall’America all’Inghilterra. Thomas Howard aveva poco meno di trent’anni quando si spostò in Europa per circa due anni. Lì trovò una chiesa evangelica, dedicata a Sant’Andrea; ma nonostante appartenesse alla stessa confessione cristiana nella quale era cresciuto, Howard impattò per la seconda volta, dopo l’inattesa visita ad una chiesa episcopaliana all’età di dodici anni, in qualcosa di non consueto per lui.

«La prima cosa che mi colpì di questa chiesa   - scrive Howard in Evangelical is not enough  - fu che la gente si inginocchiava. Si inginocchiavano per pregare quando anzitutto andavano nei loro banchi, e si inginocchiavano per tutte le preghiere durante la funzione». Fu una lieta sorpresa, perché lui stesso aveva «disperatamente voluto inginocchiarsi in chiesa», ma nella gran parte delle chiese evangeliche questo non era possibile. In alcune delle comunità più aperte questo atteggiamento veniva tollerato, in nome del rispetto per l’altrui sensibilità, ma era pur sempre una posizione ritenuta estranea. Da qui la ricerca di un “compromesso”: stare seduto sul bordo della panca, portando le ginocchia il più possibile verso il pavimento. Arrivato a Sant’Andrea lo scenario cambiava radicalmente. Lì ci si poteva inginocchiare; non si era considerati dei marziani e nemmeno necessariamente dei filo-cattolici.

L’esperienza di inginocchiarsi lo porta a maturare una consapevolezza di chi sia questa strana creatura, che, a differenza di tutte le altre, si ritrova ad essere uno spirito incarnato: «La questione non è unicamente quella di gesti e posture esteriori che esprimono qualcosa di interiore. La cosa funziona anche nell’altro senso. La postura esterna infatti aiuta a creare un’attitudine interiore». Duemila anni di Cristianesimo e molti di più di storia delle religioni stanno lì a confermarlo, pressoché all’unanimità. Inginocchiarsi, inchinarsi, stare in piedi, orientarsi, segnarsi sono tutti atti compiuti con il corpo, ma che, a motivo della singolare natura umana, non si fermano al corpo, ma educano lo spirito. Da qui la grande cura che si è sempre avuto verso l’esteriorità della fede, senza alcun falso scrupolo di cadere nell’accusa manichea di ipocrisia.

L’uomo non solo offre il culto a Dio mediante la materia, ma anche con il proprio corpo. La liturgia non è una riflessione, una meditazione, ma un’azione sacra, nella quale la postura e i gesti sono essenziali. È un insieme di forme precise, di preghiere fissate; ed è precisamente grazie a questa fissità ritualizzata che il culto cristiano è in grado di forgiare persone uniche e irripetibili nel loro rapporto con Dio e con il prossimo.

«Riflettendo su queste cose, ho sentito che la diffidenza nei confronti delle rigide forme della preghiera scaturisce dall’ingenuità quando non dall’ignoranza. Coloro che continuavano ad insistere che “la libertà dello Spirito” si contrappone a queste forme stavano dimenticando l’architettura dell’universo. Lo Spirito liberatore che si ergeva sul caos ha fatto emergere da quel caos un ordine preciso, elegante e matematico, e fu cosa buona. Fu bello, libero e sovrabbondante. Quello stesso Spirito liberatore si abbatté sulla Chiesa a Pentecoste e trasformò quel piccolo gruppo occasionale di individui in un gruppo disciplinato che si dimostrò invincibile contro l’impero Romano nel suo insieme. Chiaramente, opporre la libertà dello Spirito alle forme significa ostinarsi su una falsa distinzione».

Lo Spirito Santo crea ordine e in questo ordine la creatività e la libertà fioriscono. Non sono la regola, la norma, la formula ispirate dal medesimo Spirito a soffocare la libertà, ma il caos. Occorre una buona dose di sano realismo – merce rara  - nel riconoscere che quel caos è dentro di noi; e che perciò non è affatto lungimirante esortare le persone allo spontaneismo.

Applicato alla preghiera, questo significa che andare dove ci porta il cuore significa rimanere in una confusa mediocrità; l’uomo che prega solo spontaneamente è paragonabile al bambino che pronuncia suoni disarticolati, o al dilettante che preme tasti a caso sulla tastiera del pianoforte. I genitori e gli amici potranno anche apprezzare lo sforzo, ma ciò non toglie che il loro bene sia uscire da quella spontaneità per imparare come si deve la lingua o lo strumento. Le celeberrime improvvisazioni di Bach non nascono dallo spontaneismo, ma da una lunga e perseverante disciplina, docile alla grande tradizione musicale che lo ha preceduto. È una verità che constatiamo in qualsiasi disciplina ed arte. Può suonare assai strano a noi uomini del XXI secolo, ma la vera libertà è il frutto di una provata fedeltà e di una perseverante e ripetitiva pratica.

Così, la preghiera della Chiesa ci educa, ci purifica, allarga i nostri orizzonti, «ci conduce in territori che, lasciati alle sole nostre risorse, non avremmo mai saputo immaginare», spiega Howard. «Anche a questo riguardo, è opportuno ricordare che la preghiera è più una questione di imparare a pregare come dovremmo pregare che non esprimere ciò che sentiamo in un dato momento. Le preghiere della Chiesa ci danno un grande aiuto».

C’è poi un altro fondamentale aspetto. Non c’è solo la preghiera personale, ma anche la preghiera della Chiesa come corpo. Pregare uniti a questo corpo, che abbraccia i secoli e si dilata nel Regno dei Cieli; amare la voce della Chiesa in preghiera, così come si è perpetuata nei secoli; desiderare di pregare così come hanno fatto i nostri padri, nella prova o nei tempi di pace, è qualcosa a cui pensiamo poco. Per questa ragione, Howard avverte che «non si guadagna praticamente nulla dall’aggiornarlo [il culto] incessantemente, dal semplificarlo, personalizzarlo e modificarlo. I “ministri del culto” confermati negli staff delle grandi chiese avrebbero il loro lavoro già pronto, se solo lo conoscessero. Il culto non è qualcosa come un motore d’auto o un computer, che possono essere continuamente migliorati. Come il matrimonio e la famiglia, esso si erge al centro della giostra della vita, se solo ritornassimo al centro e lo scoprissimo. Più ci spostiamo verso la circonferenza delle cose, più ci troveremo ad andare sempre più veloce».

Acuta osservazione, che ci fa capire come la smania di cambiare, aggiornare, semplificare, sia il sintomo di aver perso il centro, finendo dentro il vortice del cambiamento continuo che ammala il nostro tempo. La cura non è spingere ulteriormente verso la periferia, ma tornare urgentemente verso il centro.

Dona Ora