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Hong Kong, detonatore della nuova guerra fredda

Nella nuova guerra fredda fra Usa e Cina, Hong Kong sta facendo da maggior detonatore assieme al coronavirus. In pochissimi giorni, sia gli Stati Uniti che il Regno Unito, per protesta contro la stretta del regime di Pechino sulla città enclave autonoma, hanno imposto una serie di sanzioni e, nel caso del Regno Unito, rivisto i piani sul 5G

Conferenza stampa degli eletti alle primarie di Hong Kong

Nella nuova guerra fredda fra Usa e Cina, Hong Kong sta facendo da maggior detonatore assieme al coronavirus. In pochissimi giorni, sia gli Stati Uniti che il Regno Unito, per protesta contro la stretta del regime di Pechino sulla città enclave autonoma, hanno imposto una serie di sanzioni e, nel caso del Regno Unito, anche rivisto i loro piani sullo sviluppo della rete 5G. E intanto ad Hong Kong l’opposizione si sta riorganizzando con metodi pacifici: votando, tanto per cominciare.

Oltre ad Hong Kong c’è tantissima altra carne al fuoco nel Pacifico. Prima di tutto a preoccupare gli Stati Uniti, non da oggi, è lo schieramento cinese nel Mar Cinese Meridionale, con installazione di basi su isole anche artificiali e reclamo del possesso di arcipelaghi quali le Paracelso e le Spratly. Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo ha dichiarato che le rivendicazioni cinesi su questi arcipelaghi sono “del tutto illegali”. È la prima volta in decenni che gli Usa impiegano una terminologia così netta e dura, finora si erano limitati a chiedere garanzie per la libertà di navigazione. Gli interessi degli Usa, in questo settore, coincidono con quelli dell’ex nemico Vietnam, delle Filippine e dell’Indonesia. Nel discorso del presidente Trump, invece, la Cina viene definita “pienamente responsabile per l’occultamento e la diffusione nel mondo del coronavirus”. Anche in questo caso, l’amministrazione statunitense non usa mezzi termini per sottolineare le responsabilità della Cina.

Altro motivo di scontro è la violazione cinese dei diritti umani. Il 7 luglio, Pompeo ha annunciato nuove sanzioni sulla Cina contro la sua politica nel Tibet, ancora duramente represso dal regime di Pechino (l’ultima vessazione, in ordine di tempo: l’ordine di rimuovere tutte le bandierine colorate di preghiera dalle montagne tibetane). Le sanzioni si applicheranno a tutti quei funzionari del Partito Comunista Cinese accusati di ostacolare sistematicamente l’ingresso di diplomatici, giornalisti e turisti stranieri in Tibet. In precedenza, in giugno, era stata firmata la legge che protegge i diritti della minoranza degli uiguri, minoranza etnica musulmana dello Xinjiang, nella Cina occidentale.

Il vero detonatore di quest’ultima crisi è comunque il caso di Hong Kong. Imponendo alla città-Stato, finora pienamente autonoma (sulla base della dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984), una Legge per la sicurezza nazionale, scritta e votata a Pechino senza passare dal consenso honkonghese, il regime cinese non solo sta violando i diritti umani, ma anche un trattato internazionale. La risposta statunitense, come era stato annunciato sin da subito, è di natura economica. Da questa settimana, infatti, la Casa Bianca ha reso ufficiale che Hong Kong non è più da considerarsi autonoma rispetto al resto della Cina. Dunque sul commercio e sulla politica dei visti, si applicheranno a Hong Kong le stesse regole che valgono per il resto della Cina continentale. Una perdita grave per tutte le aziende, americane e occidentali, che finora hanno fatto affari a Hong Kong proprio perché era un porto franco. Con la Legge sull’autonomia di Hong Kong, inoltre, gli Usa impongono sanzioni sui funzionari comunisti cinesi che sono direttamente coinvolti nell’applicazione della nuova Legge per la sicurezza nazionale.

La seconda risposta internazionale alla politica cinese su Hong Kong, viene dal Regno Unito. Direttamente interessato alla questione, considerando che era l’ex amministratore coloniale della città-Stato fino al 1997, il governo britannico ha già esteso ai residenti honkonghesi il passaporto britannico, consentendo loro di rifugiarsi nella ex “madrepatria” quando ne avessero bisogno. Ma è di ieri l’annuncio più eclatante: il Regno Unito cesserà ogni rapporto con l’azienda cinese Huawei per lo sviluppo della nuova rete 5G. Dal 31 dicembre prossimo cesseranno le acquisizioni di nuovi equipaggiamenti e dal 2027 incomincerà lo smantellamento di tutte le infrastrutture già acquistate. Si tratta di un cambio di direzione radicale. Benché gli Usa facciano pressioni da sempre, perché gli alleati non accettino la tecnologia cinese della nuova rete ultra-rapida, Londra aveva sempre voluto mantenere i contratti con il colosso cinese delle telecomunicazioni. La vicenda di Hong Kong, flagrante violazione del trattato firmato a suo tempo da Margaret Thatcher, ha evidentemente fatto cambiare idea all’esecutivo conservatore.

La questione 5G, per inciso, riguarda anche l’Italia. Gli Stati Uniti stanno iniziando a sospettare che il Movimento 5 Stelle funga da lobbista di Huawei in Italia, in particolare nella figura di Davide Casaleggio, che non ha incarichi politici, ma detiene un ruolo di primo piano nel partito fondato da suo padre. Che l’Italia voglia avvalersi dell’opera di Huawei per costituire la nuova rete 5G non è un mistero e sarebbe in perfetta continuità con la politica di accordi commerciali con la Cina, fra cui la firma dei protocolli di intesa per la Nuova via della seta. Gli Stati Uniti, soprattutto in questa fase di guerra fredda agli esordi, sono sempre più preoccupati dall’atteggiamento italiano.

Nel frattempo, a Hong Kong, le opposizioni democratiche hanno indetto delle elezioni primarie, per selezionare i loro candidati, in vista delle prossime elezioni legislative che si terranno a settembre. Alle primarie hanno partecipato 600mila elettori, circa il 14% dell’elettorato hongkonghese. Fra gli eletti spicca l’attivista Joshua Wong, figura chiave delle proteste del 2014 e poi di quelle del 2019. Nelle scorse elezioni cantonali era stato escluso dalle autorità. Forte affermazione anche dei candidati localisti, cioè favorevoli alla difesa di una piena autonomia o dell'indipendenza dalla Cina. Ma per le autorità di Pechino, fra cui l’Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao, questo voto è una “provocazione plateale”, contro la nuova Legge per la sicurezza nazionale. Pechino appoggerà un’indagine del governo honkonghese sul voto dello scorso fine settimana. E si teme che possa intervenire anche direttamente e con la mano pesante, ora che lo può fare.