• COMUNISMO CINESE

Hong Kong, "colpevoli" i leader della protesta

Joshua Wong, Agnes Chow e Ivan Lam sono i tre più celebri oppositori di Hong Kong. Processati per aver organizzato una manifestazione non autorizzata nel giugno 2019, si dichiarano colpevoli e rischiano fino a cinque anni di carcere. Con il loro gesto sperano di attirare l'attenzione internazionale su un sistema di giustizia sempre più dominato dal Partito Comunista Cinese

Agnes Chow, Ivan Lam, Joshua Wong

Joshua Wong, Agnes Chow e Ivan Lam sono i tre più celebri oppositori di Hong Kong. Nel 2014, Joshua Wong, soprattutto, aveva dato il volto alla “rivolta degli ombrelli”, che chiedeva una reale transizione democratica dell’ex colonia britannica. I tre avevano dato vita a Demosisto, il movimento per la democrazia che chiedeva una maggiore autonomia dalla Cina continentale, sciolto l’estate scorsa prima che entrasse in vigore la nuova Legge per la sicurezza nazionale. Adesso hanno deciso di dichiararsi colpevoli, nel processo che li vede coinvolti nel tribunale del distretto Kowloon Ovest.

Il processo, uno dei tanti a carico degli oppositori, riguarda l’organizzazione della manifestazione contro la polizia di Hong Kong del 21 giugno 2019. Era da poco stata annunciata la riforma della legge di estradizione, la paura (più che fondata, come si sarebbe visto in seguito) era che un cittadino di Hong Kong potesse essere estradato nella Repubblica Popolare Cinese per essere processato da una magistratura dominata dal Partito Comunista. La risposta popolare era stata immediata e le vie e le piazze della città erano state inondate da masse immense di manifestanti, fino ad 1 milione il 9 giugno e 2 milioni nella marcia del 16 giugno. In questo clima di agitazione, gli scontri fra la polizia e le frange più violente dei manifestanti erano stati frequenti. Anche gli agenti di Hong Kong dimostravano di aver perso il loro tradizionale aplomb ereditato dagli inglesi e il manganello sempre più facile. Il 21 giugno Joshua Wong aveva lanciato l’appello, via social network, per invitare a marciare verso il quartier generale della polizia. Al tempo stesso aveva invitato il commissario di polizia di Hong Kong a uscire dalla sua sede e confrontarsi con il popolo. Ne era nato un “assedio” alla sede della polizia, in cui i manifestanti gridavano “rilasciare i giusti” e “vergogna sui teppisti della polizia”.

Per questa manifestazione, Joshua Wong e gli altri due cofondatori di Demosisto sono alla sbarra per manifestazione non autorizzata. Hanno deciso tutti e tre di dichiararsi colpevoli, ieri mattina. Inizialmente Wong e Lam erano contrari e decisi a dichiararsi innocenti, poi hanno cambiato linea dopo una consultazione con i legali. Wong ha rivendicato la responsabilità di aver organizzato la marcia, Chow e Lam di averla promossa. Il giudice Wong Sze-lai ha decretato la loro custodia fino al 2 dicembre, quando sarà emessa la sentenza. Rischiano cinque anni di carcere. Considerando che la nuova Legge per la sicurezza nazionale è entrata in vigore un anno dopo i fatti di cui sono accusati, non rischiano le pene molto più severe (fino all’ergastolo) previste dalle norme della Repubblica Popolare.

Wong, dichiarandosi colpevole, spera di attrarre l’attenzione della comunità internazionale su un sistema di giustizia che definisce, senza mezzi termini, “criminale” perché ormai nelle mani del regime comunista cinese. “Nella continua repressione contro i cittadini del territorio – ha dichiarato Joshua Wong – generazioni di giovani passano dalle proteste alla prigione per salvaguardare la libertà nel luogo dove siamo nati”. Quindi: “Ciò che stiamo facendo è un tentativo di spiegare i valori della libertà al mondo, attraverso la nostra compassione verso chi amiamo, tanto da essere pronti a sacrificare la nostra stessa libertà”. Contrariamente all’esperienza di Joshua Wong che, a 24 anni, ha già scontato tante piccole detenzioni, per Agnes Chow è la prima volta che vede un carcere dall’interno. Sulla sua pagina Facebook si dice “un po’ impaurita”, anche se pronta ad affrontare la prova.

I tre giovani attivisti, da “oppositori” diverranno presto “dissidenti”. Finora Hong Kong era retta da un sistema giuridico relativamente liberale, anche se fortemente condizionato dalla Cina. Ma dopo l’applicazione della nuova Legge per la sicurezza nazionale diverrà a tutti gli effetti una provincia del regime comunista di Pechino. Verranno mantenute ancora molte libertà, ma saranno sempre più una facciata. L’espulsione dei parlamentari dal Consiglio Legislativo, i primi arresti di giornalisti non allineati, l’arresto dell’editore cattolico di opposizione Jimmy Lai, il divieto di celebrare la memoria di Piazza Tienanmen (quindi, in futuro, anche di parlare dei crimini del comunismo cinese), sono chiari segnali che ormai Hong Kong è sotto il regime.