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DOPO L’OMAGGIO A ELISABETTA

Hong Kong a confronto con il suo passato coloniale

Nell’ex colonia britannica ci sono stati molti commenti, di opposto tenore, a seguito delle migliaia di persone radunatesi al Consolato del Regno Unito per rendere omaggio alla defunta regina Elisabetta. Come giudicare il passato coloniale? Come in molti altri luoghi, ci sono state ingiustizie, ma la colonizzazione ha lasciato anche un’eredità buona.

Cultura 22_09_2022

Qualche giorno fa, a Hong Kong, migliaia di persone si sono affollate al Consolato britannico per rendere omaggio alla regina Elisabetta, morta l’8 settembre. Ovviamente, molti sono stati i commenti in merito, positivi e negativi. Il professor John Carroll, storico dell’Università di Hong Kong, commentando l’evento, ha detto che a volte si romanticizza il passato per criticare il presente e questa critica non ha sempre motivi razionali. Il professor Mark A. Hampton, storico dell’Università Lingnan, ha dichiarato: «Quelle estensioni di un governo democratico sotto Chris Patten (l’ultimo governatore inglese di Hong Kong, ndr) sono state più performanti che qualsiasi altra cosa» (Hong Kong Free Press). Tutto questo riguarda ovviamente il passato di Hong Kong come colonia britannica, ma riguarda anche il confronto con un presente molto problematico.

Hong Kong divenne colonia britannica tra il 1841 e il 1842, in seguito alla guerra dell’oppio scaturita dal rifiuto di importare questa sostanza da parte della Cina. La dipendenza da oppio era divenuta un problema enorme per le autorità cinesi. Lo scrittore Samuel Merwin, nel suo libro Drugging a Nation: The Story of China and the Opium Curse (1908), parlando di una sua visita in una provincia cinese piagata dal vizio dell’oppio, così descrive la scena a cui poteva assistere: «È proprio in questo periodo, quando il fumatore è così schiavo della droga da aver perso la sua capacità di guadagno, che il suo consumo di oppio aumenta più rapidamente. Sta comprando oppio adesso, non tanto per gratificare il suo vizio egoistico, quanto per mantenersi in vita. Diventa frenetico per l’oppio. Venderà tutto ciò che ha per comprare la roba. Il suo senso morale è distrutto. Essendo malato, decrepito, pazzo, dimentica persino la sua famiglia. Vende le sue cianfrusaglie, i suoi quadri, i suoi mobili. Vende le sue figlie, anche sua moglie, (...) come schiave di uomini ricchi».

Ora, viste queste premesse, non è difficile immaginare che la cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna non sia proprio stata fatta per i motivi più nobili. Lo stesso attuale console britannico Brian Davidson, commentando le scene di omaggio verso la regina Elisabetta, ha mostrato certamente gratitudine per il buon ricordo degli abitanti della città pur ammettendo: «Certe cose che gli inglesi hanno fatto [altrove] non erano possibili a Hong Kong perché la Cina non l’avrebbe mai tollerato. Quindi molte delle narrazioni più critiche, alcune delle quali molto meritate, tendono a fallire [qui]» (Hong Kong Free Press). Questo è un nodo molto importante. Non bisogna idealizzare il periodo coloniale come se fosse stato tutte rose e fiori perché così non era, ma non bisogna neanche denigrarlo all’eccesso, perché il successo di posti come Hong Kong si deve anche al know how di nazioni che hanno importato anche cose buone, come il sistema educativo, l’idea di giustizia indipendente dal potere politico, i progressi nel campo sanitario. Molti luoghi colonizzati, pur subendo certamente discriminazioni e ingiustizie, hanno anche beneficiato delle cose che i loro conquistatori hanno portato.

Tra queste cose buone c’è il cattolicesimo. Padre Sergio Ticozzi - nel suo importante libro La perla d’Oriente - così racconta gli inizi del cattolicesimo nella neocolonia: «La storia della Chiesa cattolica di Hong Kong, in cui i membri del Seminario delle MEM stanno per incominciare a lavorare e diventarne parte integrante, risale agli inizi della presenza britannica stessa nell’isola. La Prefettura apostolica di Hong Kong, che comprende “l’isola di Hong Kong e il territorio di sei leghe circostanti” è stata fondata, infatti, con il decreto pontificio del 22 aprile 1841, appena tre mesi dopo la convenzione di Quanpi (21 gennaio 1841) stipulata tra i rappresentanti inglese e cinese, che metteva fine alla Prima Guerra dell’Oppio, e dopo la presa di possesso dell’isola di Hong Kong da parte delle truppe inglesi (25 gennaio)».

Istituendo la Prefettura di Hong Kong (che nei decenni successivi diverrà Vicariato e infine Diocesi) si voleva togliere al controllo dei portoghesi (ben stabiliti nella vicina Macao) l’evangelizzazione di questi territori. Le Suore di Chartres furono tra le prime ad arrivare in questa città, invitate dal vescovo Augustin Forcade che era viceprefetto di Hong Kong e che in seguito fu vescovo di Nevers, dove conobbe e ascoltò santa Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes.

Non si può comprendere Hong Kong senza tenere presente che essa è stata una colonia britannica prima di ritornare alla sovranità cinese nel 1997. Dai negozi ai nomi delle vie, molto sembra ancora parlare dell’influenza britannica nella città. Come detto, anche il cristianesimo (cattolico e anglicano) deve la sua comparsa proprio alla situazione storica portata dalla colonizzazione. Del resto si sarebbe ingenui nel pensare che l’evangelizzazione, come sarebbe ideale, venga compiuta solo da missionari solitari (come i primi cristiani) che approdano in terre lontane. Spesso essa è stata frutto anche di atti di conquista e di contingenze storiche. Una volta risolte queste contingenze storiche nel periodo di decolonizzazione, la religione spesso è rimasta perché ha preso piede in alcuni strati della popolazione.

Certo, come nel caso di Hong Kong, questa presenza non è numericamente molto significativa, ma dal punto di vista sociale e culturale essa spesso ha avuto un impatto non da poco. La popolazione cattolica ammonta a circa 400.000 persone quando la popolazione totale conta circa 7.500.000 abitanti (dati del 2021). C’è da dire che questo dato non dice proprio tutta la verità perché bisogna considerare che metà dei 400.000 cattolici sono stranieri, soprattutto dalle Filippine, molto presenti qui per via delle domestiche che provengono specialmente da questo Paese. Questo riduce i cattolici cinesi di Hong Kong a circa 200.000, in un luogo dove i cinesi rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione totale. C’è da aggiungere però che il 2021 ha visto un totale di circa 6.500 battesimi, che mi sembra abbastanza incoraggiante.

Come giudicare un passato coloniale? Questo è ancora un tema oggi controverso perché, secondo il governo cinese, Hong Kong non sarebbe mai stata una colonia britannica, come si legge su alcuni libri di testo scolastici. John Burns (Hong Kong Free Press) così commenta questa sorprendente affermazione: «Ancora dal 1841 al 1997 le entità ufficiali cinesi a Hong Kong hanno riconosciuto e obbedito alla legge britannica a Hong Kong. Cioè, rappresentanti statali cinesi a Hong Kong hanno riconosciuto di essere vincolati da questa legge. Hanno risolto le controversie a Hong Kong sulla base di questa legge. Pertanto, mentre il governo cinese può affermare che i trattati sino-britannici che stabiliscono Hong Kong come colonia “non hanno alcun effetto legale ai sensi del diritto internazionale”, i rappresentanti cinesi e stranieri a Hong Kong si sono comportati come se queste leggi avessero effetto legale. Negare questo significa non riconoscere il fatto storico. [...] Ripetere la narrativa ufficiale secondo cui Hong Kong non era una colonia mina la reale necessità, riconosciuta dal Partito Comunista, di decolonizzare Hong Kong, compreso il nostro servizio civile, il sistema educativo e il sistema delle finanze pubbliche. (...) L’eredità del colonialismo a Hong Kong - un sistema costruito su razzismo e coercizione - va affrontata e non negata».

Questa sembra una posizione equilibrata anche se l’inciso contenuto nell’ultima frase lascia un po’ perplessi. Nel colonialismo britannico a Hong Kong (e non solo) sicuramente ci sono state ingiustizie vergognose come purtroppo accade nei rapporti tra dominanti e dominati (anche l’Italia non sarà stata sempre esemplare con le sue colonie…). Però sarebbe interessante fare un gioco mentale ipotetico, cioè immaginare cosa sarebbe stata questa isola di pescatori, la “barren rock” com’è stata definita, senza l’opera dei britannici. Molti cinesi di Hong Kong, dovendo scegliere tra le due possibilità, avrebbero certamente molto da pensare.