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Guerriglia No Tav, non c'è spazio per le ambiguità

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Il diritto a manifestare va difeso ma non c'entra nulla con quanto accaduto sabato in Val di Susa: è stata un'azione violenta organizzata da gruppi che usano la costruzione della linea ferroviaria Torino-Lione come pretesto per scatenare la guerra allo Stato. 

Editoriali 27_07_2026

Si può essere contrari alla Tav. Si può ritenere che la linea ferroviaria Torino-Lione rappresenti uno spreco di risorse pubbliche, un'opera non prioritaria o un intervento con un impatto ambientale e territoriale eccessivo. In una democrazia liberale, queste posizioni sono perfettamente legittime e meritano rispetto. Il diritto di manifestare dissenso è uno dei pilastri della nostra Costituzione.

Quello che è accaduto sabato 25 luglio in Val di Susa, però, appartiene a un'altra categoria. Non è stata una manifestazione degenerata in qualche episodio di tensione. È stata una guerriglia organizzata, preparata nei dettagli, portata avanti da gruppi equipaggiati con caschi, maschere antigas, razzi, bombe carta, pietre e altri oggetti contundenti. Un livello di pianificazione che difficilmente può essere liquidato come una reazione spontanea o una semplice esasperazione. Le cronache raccontano di centinaia di persone incappucciate che hanno tentato di assaltare i cantieri di Chiomonte e San Didero, affrontando le forze dell'ordine in scontri durati oltre un'ora.

Il bilancio è pesantissimo. Quattro mezzi delle forze dell'ordine sono stati incendiati, i cantieri hanno subìto danni ingenti ancora in fase di quantificazione e oltre 120 appartenenti alle forze dell'ordine sono rimasti feriti: poliziotti, carabinieri e finanzieri. Sono circa 450 le persone identificate nelle ore successive agli scontri, mentre proseguono le indagini per accertare le responsabilità individuali.

Questi numeri dovrebbero bastare a sgombrare il campo da ogni ambiguità. Quando vengono incendiate camionette, lanciati razzi e bombe carta contro uomini in divisa e organizzati assalti coordinati a infrastrutture presidiate dallo Stato, non si è più nell'ambito della protesta, ma della violenza politica. Le parole contano, e chiamare "scontri" ciò che presenta caratteristiche di una vera e propria azione offensiva rischia di attenuare la gravità di quanto accaduto.

È altrettanto vero che non sarebbe corretto identificare l'intero movimento No Tav con chi ha partecipato agli episodi di guerriglia. Da oltre trent'anni il movimento raccoglie anime diverse: cittadini, amministratori locali, associazioni ambientaliste e gruppi che hanno espresso il proprio dissenso in forme pacifiche e pienamente legittime. Sarebbe un errore cancellare questa distinzione. Ma sarebbe un errore altrettanto grave fingere di non vedere che, da tempo, all'interno delle mobilitazioni operano nuclei antagonisti altamente organizzati, capaci di trasformare una manifestazione in uno scenario di violenza sistematica.

Le immagini viste ieri confermano proprio questo aspetto. Non si è trattato di persone che hanno improvvisato una reazione davanti a una carica della polizia. Si sono visti gruppi coordinati, equipaggiati in modo omogeneo, con tecniche di avanzamento e strumenti predisposti per affrontare le forze dell'ordine. Le stesse autorità stanno verificando la presenza di militanti provenienti anche dall'estero, una circostanza che, se confermata dalle indagini, rafforzerebbe l'idea di una mobilitazione che va ben oltre il solo conflitto locale sulla Torino-Lione.

È qui che emerge una questione politica che non può essere elusa. Per una parte di questi gruppi, la Tav sembra ormai rappresentare soprattutto un simbolo, un pretesto attorno al quale costruire una contrapposizione permanente con lo Stato. L'obiettivo non appare tanto fermare un'infrastruttura quanto alimentare un conflitto continuo, nel quale ogni cantiere, ogni presidio delle forze dell'ordine e ogni occasione pubblica diventano il terreno per uno scontro ideologico.

Anche le reazioni istituzionali meritano una riflessione. Il sindaco di Torino ha richiamato il principio della libertà di manifestare, un valore certamente irrinunciabile in uno Stato democratico. È un'affermazione che, presa in sé, nessuno può contestare. Tuttavia, pronunciata all'indomani di una giornata caratterizzata da camionette incendiate, decine e decine di agenti feriti e assalti coordinati ai cantieri, rischia di apparire incompleta. La libertà di manifestare non comprende il diritto di devastare, incendiare o aggredire. Difendere il primo principio senza condannare con assoluta nettezza il secondo può trasmettere un messaggio ambiguo.

Una democrazia matura deve essere capace di tenere insieme due principi che non sono in contraddizione. Da una parte, garantire sempre il diritto dei cittadini a contestare anche duramente una scelta politica o un'opera pubblica. Dall'altra, esercitare senza esitazioni il monopolio legittimo della forza contro chi sceglie la violenza come metodo di lotta. Confondere questi due piani significa indebolire sia il diritto di manifestare sia l'autorità dello Stato.

La vicenda della Val di Susa continua a dividere il Paese e continuerà probabilmente a farlo. Il confronto sull'utilità della Torino-Lione, sui suoi costi, sui benefici economici e sull'impatto ambientale è destinato a proseguire ed è giusto che avvenga nelle sedi politiche, tecniche e democratiche. Ma esiste una linea invalicabile: quella che separa il dissenso dalla violenza.

Se questa linea viene oltrepassata, non è in discussione soltanto un'infrastruttura ferroviaria. È in discussione la capacità dello Stato di garantire che il conflitto politico rimanga entro le regole della democrazia. Ed è un interesse che dovrebbe appartenere tanto ai sostenitori della Tav quanto ai suoi più convinti oppositori.



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