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Governo, si prepara la resa dei conti nel Pd e nei 5 Stelle

La prossima crisi di governo potrebbe scoppiare se dovesse andar male la riapertura delle scuole. O ancor più probabilmente se i partiti di maggioranza dovessero patire una sconfitta pesante nelle elezioni regionali. I pericoli peggiori per la tenuta della maggioranza vengono all'interno degli stessi partiti di maggioranza. I renziani scalpitano nel Pd. E nel M5S il fronte anti-Conte è forte

Nicola Zingaretti

In molti pronosticano una resa dei conti nel governo in caso di flop della riapertura delle scuole o, più probabilmente, subito dopo l’election day, in caso di cocente sconfitta nelle urne. Secondo i commentatori più accreditati l’esecutivo, chiamato a preparare entro il 15 ottobre la manovra finanziaria da inviare a Bruxelles, non avrebbe più la spinta propulsiva per parare i colpi delle numerose fronde interne alla maggioranza qualora le elezioni regionali si rivelassero un bagno di sangue. Puglia e Marche vengono ormai date per perse, ma se il centrodestra dovesse riuscire nell’impresa storica di espugnare anche la Toscana, ben difficilmente il quadro politico terrebbe.

Ecco perché non vanno sottovalutati due segnali politici molto chiari giunti nella convulsa giornata di martedì. In una lettera al quotidiano La Repubblica, Nicola Zingaretti, segretario dem, vero regista con Luigi Di Maio dell’operazione che ha portato alla nascita del Conte bis, temendo l’isolamento e le imboscate dei suoi sempre più numerosi avversari interni, ha parlato apertamente di “Pd sotto attacco” e ha invitato i dissidenti del suo partito e i renziani a non tirare troppo la corda: «Se qualcuno reputa finita la fase di alleanza con il M5s  abbia il coraggio di indicare la strada delle elezioni o il ritorno a soluzioni che umiliano la politica». E ha aggiunto, con riferimento al referendum: «Ho un grande rispetto per molti dei dubbi che stanno alla base della scelta del No e combatto per dar loro una risposta. Ma accanto a esigenze vere e sincere vedo anche il crescere, soprattutto fuori di noi, di uno spirito polemico contro il Pd e contro la scelta del Sì. Tale spirito polemico ha una diversa origine e diversi motivi. Innanzitutto, un’insofferenza verso il governo, la maggioranza e il lavoro svolto. Il No così diventa, a prescindere dal merito, la clava per colpire il Pd, la maggioranza e il governo stesso». Quindi l’affondo decisivo: «Tutto ciò è assolutamente legittimo, ma sarebbe meglio che chi lo pensa avesse il coraggio di dirlo, assumendosi la responsabilità delle successive conseguenze. Se si vuole indebolire il Pd e il governo si chieda apertamente la fine di questa esperienza. Si dica che si preferiscono le elezioni politiche con questa legge elettorale o un ritorno ad ipotesi di un governo di tutti che inevitabilmente umilierebbero ancora una volta la politica». In molti hanno letto questo avvertimento di Zingaretti come un ultimatum a chi, anche dentro il suo partito, continua a gettare benzina sul fuoco delle polemiche e non accetta la Santa Alleanza con i grillini, reputandola una resa ai populisti. Matteo Renzi è stato più esplicito e ha già intonato il de profundis all’attuale esecutivo, dicendo che è ormai morto. Tra i più critici verso la linea Zingaretti l’attuale governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, ma anche i sindaci di Milano Beppe Sala e di Bergamo Giorgio Gori, e in generale tutti i quadri dirigenti dem del nord, che temono di consegnare i loro territori alla Lega e al centrodestra, proprio a causa dell’eccessivo appiattimento del loro partito sulle tesi pentastellate.

Il secondo segnale di destabilizzazione è giunto martedì in Parlamento. Una cinquantina di deputati pentastellati, durante le votazioni sul decreto Covid, ha presentato un emendamento soppressivo di una norma che modifica la legge sui servizi segreti del 2007 e che prevede la possibilità di rinnovare l'incarico dei vertici di Dis, Aisi e Aise per quattro anni. Secondo rumors parlamentari, questo articolo è gradito al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e molti hanno visto in questa mossa un’azione per cercare di indebolire Conte che ha mantenuto la delega ai Servizi. Prima firmataria dell'emendamento è Francesca Dieni; in lista sono presenti diversi esponenti di spicco del Movimento come Vittoria Baldino, Marta Grande, Luigi Iovine, Francesco Silvestri e i membri della commissione affari costituzionali e difesa. I dietrologi accreditano Luigi Di Maio di essere il vero burattinaio dell’operazione, tesa a richiamare all’ordine il premier e a ricordargli che senza i voti grillini non potrebbe mai rimanere al suo posto. Fatto sta che, per non correre rischi, il Ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà si è visto costretto ad annunciare la questione di fiducia sul decreto, provocando l'indignazione sia delle opposizioni che di parte della maggioranza. A Montecitorio l’irritazione dei malpancisti grillini si tagliava a fette. Caustico ma realista il commento di Matteo Salvini: «Mettono la fiducia perché si stanno scannando».

Come dargli torto, visto che ben 28 deputati grillini non hanno partecipato al voto sul decreto Covid, che peraltro proroga fino al 15 ottobre lo stato d’emergenza e le misure eccezionali per fronteggiare la pandemia? Il Movimento Cinque Stelle è ormai una polveriera pronta ad esplodere, soprattutto se, a sorpresa, i “no” dovessero prevalere nel referendum confermativo della riforma per la riduzione del numero dei parlamentari, principale cavallo di battaglia di Di Maio. Le crepe che si stanno aprendo, sempre più vistose, anche in casa dem, sono anche la spia di un malessere crescente verso la gestione autarchica di Conte, che spesso mostra di voler fare a meno dell’approvazione dei leader dei partiti che lo sostengono. Le imboscate parlamentari si stanno moltiplicando e al Senato, dove i numeri sono risicati, da un momento all’altro potrebbero esserci sorprese.