• MAGGIORANZA DIVISA

Governo, Renzi minaccia la crisi. E Conte rischia

In queste ore Italia Viva potrebbe ritirare dall’esecutivo i suoi ministri Bellanova e Bonetti, sancendo il suo passaggio all’opposizione. Senza i 18 senatori renziani, al Senato l’attuale maggioranza non avrebbe più i numeri. Dal rimpasto a un Governo Draghi, ecco i cinque scenari oggi più probabili.

Sono ore decisive per la crisi di governo. Gli esiti rimangono incerti perché la maggioranza è tutt’altro che coesa e anche dentro il Pd ci sono posizioni diverse. Nelle prossime ore Italia Viva potrebbe ritirare i suoi ministri Teresa Bellanova ed Elena Bonetti dall’esecutivo, sancendo il suo passaggio all’opposizione.

Al Senato, senza i 18 senatori renziani, non ci sarebbero più i numeri per andare avanti e il premier Giuseppe Conte, stando a quello che ha annunciato nei giorni scorsi, potrebbe presentarsi in Parlamento per verificare se ha ancora la maggioranza. Non è dato sapere se lo farà eventualmente prima o dopo il passaggio al Quirinale, con Mattarella che magari lo inviterà a percorrere l’iter parlamentare per formalizzare la crisi o per prendere atto del rientro di essa. Conte punta tutto sulla paura generalizzata di andare al voto e quindi si dice fiducioso sulla salvezza del suo esecutivo, magari evitando anche il passaggio parlamentare.

Le indiscrezioni della vigilia disegnano almeno cinque scenari:

1.RIMPASTO: l’emergenza sanitaria induce Renzi a fare marcia indietro e ad accontentarsi di spuntare concessioni sul Recovery Plan e magari qualche poltrona di governo. Il premier, come gesto simbolico, pur di rimanere in sella, potrebbe cedere la delega ai servizi segreti. Ma una soluzione del genere non sarebbe di lunga durata, le fibrillazioni continuerebbero e certamente si accentuerebbero dopo luglio, quando il Parlamento non potrà più essere sciolto, a causa del semestre bianco. A quel punto Renzi potrebbe alzare il prezzo sapendo che la caduta di Conte preluderebbe alla nascita di altri governi e non alle urne anticipate.

2. CONTE TER: Conte si dimette dopo aver preso atto di non avere più la maggioranza, ma il presidente della Repubblica gli riaffida l’incarico e lui forma un altro governo che si presenta alle Camere e ottiene la maggioranza grazie a una pattuglia di “responsabili” provenienti dalle file del centrodestra. Si tratterebbe di parlamentari certi di non avere alcun futuro politico e pronti ad appoggiare qualunque governo pur di non andare a casa anticipatamente. Anche in questo caso la prospettiva sarebbe quella del galleggiamento, perché la maggioranza risulterebbe ancora meno coesa di oggi e sempre esposta al rischio di incidenti parlamentari e di ricatti su singole votazioni, soprattutto al Senato.

3. GOVERNO DRAGHI: vista la drammaticità della situazione sanitaria, ma anche socio-economica, Conte si dimette dopo aver preso atto di non avere più l’appoggio della maggioranza e il presidente della Repubblica subito dopo affida a Mario Draghi l’incarico di formare un governo tecnico o di larghe intese per traghettare il Paese fuori dalla pandemia. Un’ipotesi del genere viene vista con favore da ampi settori del centrodestra e del centrosinistra ma durerebbe quasi sicuramente un solo anno perché a inizio 2022 il Parlamento potrebbe trovare l’intesa sull’elezione dello stesso Draghi al Quirinale, al posto di Mattarella. Subito dopo, il neo eletto scioglierebbe il Parlamento e indirebbe nuove elezioni per applicare anche l’esito del referendum del settembre scorso, che ha prodotto la riduzione del numero dei parlamentari. Si chiuderebbe in questo modo la fase dell’emergenza e si tornerebbe nel 2022 alla fisiologia democratica post-pandemia.

4. GOVERNO GIALLOROSSO CON UN PREMIER DIVERSO DA CONTE: c’è anche chi immagina che dietro l’insofferenza di Renzi ci possano essere accordi tra lo stesso ex premier e parte del Pd per propiziare un cambio a Palazzo Chigi senza passare per le urne anticipate. Il prescelto sarebbe Dario Franceschini, che darebbe vita a un governo con la stessa maggioranza di quello attuale, ma con equilibri diversi: tre vicepremier (lo stesso Renzi, il leader pentastellato Luigi Di Maio e il vicesegretario del Pd Andrea Orlando) e una minore concentrazione di poteri nella figura del premier per quanto riguarda la gestione delle risorse del Recovery Plan. Questa soluzione avrebbe l’effetto di stabilizzare l’attuale quadro politico fino alla conclusione naturale della legislatura, salvo incidenti di percorso.

5. ELEZIONI ANTICIPATE: è l’ipotesi meno accreditata, non foss’altro per la paura di gran parte dei deputati e senatori, di maggioranza e di opposizione, di non rientrare in Parlamento, vista anche la cura dimagrante imposta dal referendum di settembre. Di sicuro una prospettiva del genere non conviene ai Cinque Stelle, che perderebbero almeno i due terzi degli attuali parlamentari, e a Forza Italia, che ha molti meno voti di Lega e Fratelli d’Italia. Nel complesso, però, il centrodestra potrebbe vincere le eventuali elezioni anticipate di primavera e imporre un proprio candidato al Quirinale. Ma c’è da scommettere che le forze di maggioranza venderanno cara la pelle e faranno di tutto per sfuggire al giudizio popolare, dopo i disastri combinati nel 2020 sulla gestione della pandemia.

Dunque, una situazione fluida e nebulosa, ma con un punto fermo: Renzi ha trascinato la crisi fino a un punto di non ritorno. Conte, se vorrà salvare la poltrona, almeno fino al semestre bianco, dovrà fare meno il padre padrone e dovrà muoversi in un’ottica di maggiore collegialità. I renziani pretendono di contare di più e hanno a cuore un obiettivo sul quale possono trovare alleati insospettabili: un sistema elettorale proporzionale, che possa consentire a piccoli partiti come Italia Viva, ma anche come Leu e forze minori della galassia centrista, di poter essere determinanti per la formazione di nuovi governi anche dopo le prossime elezioni. Ecco perché la partita è molto più ampia e ha, secondo i bene informati, anche dei collegamenti con la politica estera.

L’attuale governo, tra i più filocinesi d’Europa, non è affatto visto bene alla Casa Bianca. I buoni rapporti tra Biden e Matteo Renzi potrebbero essere un indizio prezioso. Forse il senatore di Rignano per la prima volta non è un isolato e capriccioso sfasciacarrozze bensì la pedina di un disegno per portare Draghi a Palazzo Chigi senza passare per il voto anticipato. E ampi settori del Pd, ad esempio quelli vicini al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, non ne sarebbero affatto dispiaciuti.