Gloria Steinem, l'abortista di ferro dal volto "gentile"
Ascolta la versione audio dell'articolo
Lontana dallo stereotipo del femminismo "arrabbiato" ma non dalle sue istanze, come il diritto di abortire un bambino giunto vivo al termine di una gravidanza. La sua morte arriva in un momento segnato dalle drammatiche conseguenze di una mentalità che rifiuta la maternità per principio.
Gloria Steinem, scomparsa il 2 settembre a 92 anni, non è molto nota alle giovani di oggi che si professano femministe, ma occupa di diritto un posto nel pantheon delle leader del femminismo. Un articolo del New York Times nel 2016 riassumeva così il suo personaggio: «Steinem iniziò la sua carriera come un agente della CIA, ebbe un colpo di fortuna impersonando una Playboy Bunny, sposò il padre dell’attore Christian Bale e adesso è la produttrice di uno show per il canale televisivo Viceland». Trattasi di un incipit ad effetto che all’epoca spinse l’interessata ad inviare delle precisazioni piccate ancorché bonarie, ma costituito da dati sostanzialmente veri.
Il fatto è che scoprire che dal 1958 al 1962 Steinem aveva lavorato a tempo pieno per un’organizzazione che dipendeva dalla CIA getta una luce straniante su tutto il resto. Lei lo spiegò come cosa normale, descrivendo la CIA dell’epoca kennedyana come progressista ed onorevole, interessata a contrastare il messaggio rivoluzionario diffuso dai sovietici facendo conoscere la faccia democratica dell’America, ed in effetti all’epoca era anche così. Però il femminismo “seconda ondata”, anni Sessanta e Settanta, (la prima sarebbe quella delle suffragette) camminava e si espandeva in un territorio culturale comune a vasti settori di entrambe le sponde politiche: quello dei piani di controllo demografico finanziati dalle grandi fondazioni americane, Rockefeller e Ford in primis, apertamente interessate alla riduzione delle nascite di cui non nascondevano, nei documenti ufficiali, neppure le motivazioni di carattere eugenetico.
È in questo periodo, in cui i finanziamenti erano visti solo positivamente, che la Steinem divenne una delle colonne del femminismo, assieme a Betty Friedan e Bella Abzug, tutte laureate all’elitaria Smith College, tutte di estrazione ebraica e tutte marxiste (di cui almeno due iscritte al partito comunista), ma attente a non farne un distintivo per non collegare il loro attivismo al rifiuto ideologico della famiglia tradizionale. È sempre in questo periodo che iniziò a ramificarsi la rete istituzionale a sostegno del femminismo antagonista, che a partire dagli Stati Uniti e tramite la galassia delle agenzie delle Nazioni Unite, avrebbe moltiplicato i programmi di Women’s Studies, la promozione dei “diritti riproduttivi”, le iniziative dell’uguaglianza di genere, e le “intersezioni” che oggi permettono di portare il vittimismo di stampo femminista negli ambiti più disparati, inclusa l’Agenda 2030 divenuta materia scolastica.
La vita di Steinem ha punteggiato la storia delle contestazioni di massa che si sono riversate anche in Italia, non solo femministe: dagli hippy alle proteste contro la guerra in Vietnam, dalle manifestazioni per i diritti civili su su fino alle proteste per la morte di George Floyd. La sua specificità era di essere all’opposto della femminista arrabbiata dello stereotipo. Forse perché molte porte si aprono senza difficoltà per una bella donna quale indubbiamente era, il suo stile era quello di una persona calma e distinta che non ha bisogno di urlare per farsi sentire. Ed è stato mantenendo questo stile gentile che sosteneva non solo il rifiuto della maternità come “destino” biologico, ma cose drammatiche come il diritto di abortire un bambino giunto vivo al termine di una gravidanza, con una tecnica che definire orribile e brutale è dire poco.
È auspicabile quindi che nelle scuole e nelle università si rifletta anche sull’altra campana, studiando quanto della storia dell’umanità ci sia da recuperare e con urgenza, e non solo la futura Agenda 2030. La notizia della morte di Gloria Steinem, femminista soave e di ferro, arriva infatti in un momento drammatico per le coscienze delle donne che si identificano con il femminismo abortista che rifiuta la maternità per principio: il processo a Lindsay Clancy, la madre alla sbarra per aver strangolato i suoi tre figli, sta suscitando espressioni sconfinate di empatia per la Clancy, oscurando del tutto le tre piccole vittime. Una raccolta fondi per lei ha raggiunto oltre $1,2 milioni, donati per il 91% da donne, e davanti al tribunale si sono tenute vaste manifestazioni di sostegno. La sua sorte non è ancora stata stabilita, il processo è finito come “mistrial” con nessun giudizio in quanto la giuria non è riuscita a raggiungere l’unanimità, ma che la vicenda lascerà il segno nella cultura si vede dalla furia impressionante scatenata su Tik Tok, dove impazzano video di donne e ragazze che si filmano impegnate in gesti di violenza furiosa a imitazione della madre assassina.
Il “catechismo” femminista di Michela Murgia
Intervistata in merito al suo ultimo libro, la scrittrice icona del mainstream giunge persino a reinterpretare il Vangelo. Ne emerge un florilegio di stereotipi di quella mentalità liquida cui va bene qualsiasi relazione, purché non si riduca al classico (ma indispensabile) madre, padre e figli.


