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IL SANTO

Gli scritti di Charles de Foucauld, testimoni di conversione

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A lungo dedito ai piaceri, esploratore, ripiegato su sé stesso. Poi, la scoperta di Dio. E la sua vita cambia radicalmente, insieme alla capacità di amare. Ripercorriamo alcune tappe di san Charles de Foucauld attraverso i suoi scritti.

Ecclesia 01_12_2023

«Appena credetti che c’era un Dio, capii di non poter fare altro che vivere solo per Lui», così scrive san Charles de Foucauld (di cui oggi ricorre la memoria liturgica) a proposito della sua scoperta di Dio. L’itinerario spirituale di de Foucauld è lo stesso proposto da Gesù ai suoi discepoli e la sua del tutto particolare vita lo testimonia appieno: vi è prima la chiamata; poi Charles comincia a sentire tutta la dolcezza dello stare con Lui; e ancora dopo vi è la testimonianza, il desiderio del cuore di far conoscere il Maestro, il Re, Cristo, ad altri affinché possano vivere la sua stessa esperienza di vita e di amore.

Basterebbe solamente focalizzare l’attenzione sul volto del santo francese per comprendere il suo mutamento, la sua conversione: ci sono non poche foto di lui, tutte diverse a seconda dell’epoca che stava vivendo. Ve n’è una, fra le prime, che lo ritrae come ufficiale dell’esercito francese: il viso pienotto e con baffetti aristocratici. Poi il volto leggermente cambia, è il Charles viaggiatore, pioniere in Marocco: il viso si è affinato, una leggera barba incornicia il volto e i baffi aristocratici sono sempre lì, come vezzo di questo ragazzo che ama l’avventura e la bella vita. Ma ecco comparire, fra le tante, alcune foto dopo la sua conversione: Charles si fa sempre più magro, smunto; la barba rimane solo con pizzetto e i baffi non hanno più nulla dell’usanza aristocratica dell’epoca. Ma più di ogni altro elemento, gli occhi sono quelli che cambiano maggiormente: dallo sguardo spavaldo si passa a uno sguardo di tenerezza. La sua vita è ormai cambiata, trasformandosi radicalmente: non appartiene più al mondo, ma solamente a Dio e a Cristo.

Mutamenti che sono presenti nei suoi scritti, specchio dell’anima. Scriverà dei suoi anni della giovinezza: «Per dodici anni non ho né rinnegato niente, né creduto in niente, disperando della verità e non credendo più nemmeno in Dio, nessuna prova mi sembrava abbastanza evidente». E ancora, sempre per il periodo della sua giovinezza, scriveva: «Mi trovavo nel buio della notte. Non vedevo più né Dio, né gli uomini: vedevo solo me stesso». Le parole che ricorrono maggiormente sono: niente, buio e verità. Non c’è spazio per alcuna luce e non vi è nessun desiderio di comprendere cosa voglia dire vivere pienamente, se non finalizzato al piacere della sua persona.

Nell’ottobre 1880, il giovane francese – divenuto ufficiale dell’esercito – viene inviato in Algeria. L’Algeria gli piace. Ha un interesse da studioso, tutto antropologico, per gli abitanti e per quella terra: «La vegetazione è superba: palme, allori, aranceti. È davvero un bel paese! Ne sono rimasto incantato: in mezzo a tutto questo gli arabi in burnus bianchi o vestiti con colori vivaci, con tanti cammelli, piccoli asini e capre, che danno l’aspetto più pittoresco». Per una questione sentimentale verrà poi sollevato da questo incarico. Ritorna in Francia. Viene poi a conoscenza che il suo reggimento è stato inviato in Tunisia: «Una spedizione di questo tipo è un piacere troppo raro perché io me lo lasci scappare senza approfittarne. Così sono stato di nuovo inviato in Africa, come io stesso avevo richiesto, ma non nel reggimento che volevo. Faccio parte di una colonna che manovra sugli altopiani, a sud di Saïda». In questo periodo della biografia la parola-chiave è solo una: viaggio. Il viaggio del corpo e della mente per la conoscenza dei popoli del mondo. Dio ancora non è l’“oggetto” di questi viaggi. È ancora troppo lontano.

Successivamente ritorna a Parigi, in famiglia, e comincia ad avvenire “qualcosa” di strano nel suo animo: i primi segni della conversione. È lui stesso a scriverlo: «All’inizio di ottobre dell’anno 1886, dopo sei mesi trascorsi in famiglia a Parigi, mentre facevo stampare gli scritti del mio viaggio in Marocco, mi sono trovato con delle persone molto intelligenti, virtuose e cristiane; nello stesso tempo sentivo dentro di me una forte grazia interiore che mi spingeva: ho iniziato ad andare in chiesa, senza essere credente, non mi trovavo bene se non in quel luogo e vi trascorrevo lunghe ore continuando a ripetere una strana preghiera: “Mio Dio, se esisti, fa' che io Ti conosca!”». È l’inizio, seppur ancora flebile di un altro viaggio, più intimo, più esistenziale: la ricerca di Dio.

La fessura del cuore comincia a diventare, allora, sempre più grande. Il 15 gennaio 1890 entra in un’abbazia trappista. Sarà questo l’inizio del viaggio che lo porterà a dimenticare tutto ciò che era stato per divenire un uomo nuovo. In tutto. «Il Vangelo mi mostrò che il primo comandamento è amare Dio con tutto il cuore e che tutto va racchiuso nell’amore; ognuno sa che l’amore ha come primo effetto l’imitazione. Mi sembrava che niente rappresentasse meglio questa vita che l’abbazia trappista», così descriverà quel periodo. Ma la tappa fondamentale avverrà nella terra di Gesù, a Nazareth. Il 23 gennaio 1897, il superiore generale dei monaci trappisti gli annuncia di andare nella città del Salvatore: «Il buon Dio mi ha fatto trovare ciò che cercavo: l’imitazione di ciò che fu la vita di Nostro Signore Gesù nella stessa Nazareth». Charles, in quel tempo, viveva in una capanna di legno, ospite di alcune religiose clarisse.

Da questo momento in poi il vocabolario di san Charles de Foucauld si amplia, si allarga sulla retta dell’Infinito con infiniti nuovi lemmi: la Parola che si radica nel suo cuore produce scritti spirituali di una forza inaudita, prorompente, che tocca l’anima del lettore: «Il santo Vangelo ci dice: “Gli diede nome Gesù”. Gesù vuol dire Salvatore: il salvatore è colui che dona la salute, il Cielo, il possesso di Dio attraverso la conoscenza e l’amore. Nostro Signore ha voluto che il suo stesso nome gridasse, cantasse il suo immenso amore per noi: perché amare vuol dire volere il bene; volere un bene immenso è amare immensamente».

Il verbo amare ormai è divenuto il lemma preferito. Non c’è più spazio per longitudini e latitudini, e i soli altopiani che registra la sua penna sono quelli di Dio: scalare “la montagna” che porta al Signore. In un’altra pagina scrive: «Mio Dio, Tu parli agli uomini in due modi diversi: ad alta voce e, per così dire, sottovoce. Parli ad alta voce nelle Sacre Scritture ispirate da Te, e parli sottovoce dappertutto, in tutte le cose nelle quali opera la Tua grazia, con le parole che il Tuo spirito bisbiglia nell’intimo dei Tuoi fedeli. [...] Mio Dio, Tu sei infinito, io non sono che un piccolo punto, un atomo». Un atomo, un piccolo punto che, seguendo Cristo, la Verità, ha fatto della sua vita un “qualcosa di grande” al servizio dei fratelli e di Dio, raggiungendo la santità. Le sterili parole della giovinezza si sono trasformate in parole di vita che guardano alla Vita Eterna.



UN NUOVO SANTO

Charles de Foucauld, il “piccolo fratello universale”

Domani, 15 maggio, viene proclamato santo in Piazza San Pietro un originale apostolo del Vangelo che ardeva dal desiderio di far conoscere e amare il “suo” Gesù, vivendo tra i Touareg nel Sahara algerino: “Risiedo qui, solo europeo… Felice di essere solo con Gesù, solo per Gesù”. Le lunghe ore ogni giorno davanti al tabernacolo: “L'Eucarestia è Gesù, è tutto Gesù”

PRESTO SANTO

Charles de Foucauld, la scoperta di Gesù cambia tutto

31_05_2020 Ermes Dovico

Riconosciuto il miracolo del beato Charles de Foucauld (1858-1916), che sarà dunque canonizzato. Celebre esploratore, per 12 anni perse la fede, fino alla conversione favorita da una preghiera che gli risuonava spesso in mente: «Mio Dio, se esisti, fa’ che io Ti conosca!». Dal suo amore per l’Eucaristia sgorgò quello per ogni uomo. E gli fece desiderare di convertire i non cristiani, musulmani compresi, per «aumentare l’amore e i servitori di Nostro Signore Gesù».

IL DOCUMENTO

La profezia di de Foucauld: «Così l’islam ci dominerà»

23_07_2016

«Secondo la loro fede, i musulmani ritengono l’islam come la loro vera casa e i popoli non-musulmani come destinati a essere sopraffatti da loro o dai loro discendenti… La loro fede li assicura che usciranno vincitori da questo scontro con gli europei». Lo scriveva già un secolo fa il beato Charles de Foucauld. Una profezia.