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Gli jihadisti preoccupati dal Covid. Ma dilagano in Africa

Anche i più radicali imam jihadisti sono preoccupati dalla diffusione del nuovo coronavirus Covid-19 e danno disposizioni conformi alla dottrina islamica per evitare il contagio. Fra cui evitare i Paesi colpiti dall'epidemia. Ma non l'Africa, evidentemente, che sta diventando sempre più un terreno di coltura dei movimenti armati jihadisti

Jihad in Africa

Con l’assicurazione degli imam che assumere dei farmaci non mette in discussione la fede in Allah – anzi il profeta Maometto incoraggiava la ricerca di nuovi rimedi “perché l’islam prescrive che un fedele devoto eviti di farsi del male” – i musulmani adottano misure preventive  e cure contro il COVID-19 senza remore. Anche i jihadisti si preoccupano dell’epidemia, vogliono evitare di ammalarsi. Al-Naba, il settimanale dell’Isis, pur ammonendo che “le malattie non colpiscono di per sé, ma per ordine e decreto di Dio” e ricordando che bisogna “confidare in Dio e cercare in lui rifugio”, consiglia di “tenersi lontani da persone ammalate”, “lavarsi le mani prima di mangiare” ed “evitare di recarsi nelle aree infettate dal virus”. 

Gli imam raccomandano anche che un buon musulmano, se si ammala di una malattia contagiosa, deve evitare di mettere in pericolo la vita altrui. È un peccato, pensando ai jihadisti, che questa prescrizione – non mettere in pericolo la vita altrui  – non valga per altri modi di fare del male al prossimo oltre al contagio: ad esempio, gli attentati. Quelli dinamitardi suicidi violano, peraltro, persino la norma che impone ai fedeli di non arrecarsi danno.

Quanto all’evitare di recarsi in territori raggiunti dall’epidemia, se presa sul serio l’esortazione dovrebbe indurre a sospendere le attività in Medio Oriente e nei 18 Stati africani in cui l’Oms già riporta dei casi, alcuni dei quali sono infestati da gruppi islamici integralisti, legati all’Isis e ad al Qaida. Dall’inizio dell’anno le azioni terroristiche sono aumentate in Africa rendendo difficile e in alcuni casi critica la situazione di molte comunità. La  Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza, relativa al 2019, presentata il 2 marzo in Parlamento dal Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, riferisce di un rapido deterioramento delle condizioni di sicurezza nella regione sahelo-sahariana: “le criticità si sono acuite al punto da connotare l’area quale potenziale epicentro della jihad globale – vi si legge – le formazioni saheliane, in particolare quelle aderenti al Daesh (il nome arabo dello Stato Islamico) e le varie sigle qaediste raggruppate nel cartello Jamaat Nusrat al Islam wal Muslimin hanno potenziato le loro attività grazie a un mix di tattiche funzionali alla loro espansione geografica e crescita operativa”. Il rapporto parla di “sinergie che oltrepassano gli aspetti ideologici; accorto uso dei finanziamenti derivanti da interazioni con le reti dei traffici illegali, che individuano in quei territori percorsi privilegiati; capacità di inserirsi nelle tensioni etnico-sociali e di raccogliere le rivendicazioni dei settori più marginalizzati, convogliandole in nuove, eterodosse narrative di rivalsa e recupero di status”. Tra le cause principali del deterioramento delle condizioni di sicurezza nell’area considerata, oltre al proliferare di gruppi terroristici, il rapporto evidenzia i gravi “deficit di governance”, l’aumento dei traffici illeciti, i sodalizi tra organizzazioni criminali e circuiti jihadisti. 

In realtà un ulteriore, serio motivo di preoccupazione è dato dal fatto che il quadro delineato per l’area del Sahara e del Sahel vale anche per altre regioni, per i territori di altri paesi: soprattutto Camerun e Nigeria, nell’Africa Occidentale, Repubblica Centrafricana, e Somalia, Kenya e Mozambico, a est. Dall’inizio di marzo il jihad ha messo a segno alcuni gravi attacchi. Nella Nigeria nord orientale il 2 marzo sono stati attaccati da Boko Haram diversi villaggi nello stesso giorno. I commando sono arrivati come di consueto su autocarri e motociclette terrorizzando gli abitanti, hanno dato fuoco ad abitazioni, razziato negozi. Circa 50 persone sono state uccise. L’8 marzo sempre Boko Haram ha fatto irruzione in una base militare nel sud est del Niger ferendo diversi militari. Un’altra strage si è verificata in Burkina Faso dove l’8 marzo sono stati attaccati due villaggi e sono state uccise 43 persone.

Nel Burkina Faso da circa un anno la situazione della sicurezza nel nord si è aggravata a causa di quelle “sinergie che oltrepassano gli aspetti ideologici” di cui parla il rapporto del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. I villaggi attaccati sono infatti abitati prevalentemente da comunità di etnia Fulani, pastori da sempre in conflitto con le etnie dedite all’agricoltura: una guerra quasi endemica che l’ideologia jihadista ha intensificato anche in altri paesi là dove le etnie contadine sono di fede cristiana. Di solito sono i Fulani a fare irruzione nei villaggi delle etnie avversarie, per razziare bestiame e altri beni e, seminando il terrore, costringere le comunità a spostarsi altrove. Qualche volta, come in questo caso, sono gli abitanti dei villaggi minacciati a vendicarsi.

I militari male armati e addestrati, poco motivati in un paese dove corruzione e clientelismo inquinano la vita politica e sociale, non controllano il territorio. Per rimediare all’inizio di febbraio il parlamento a deciso di armare i civili contro i gruppi armati. È un reclutamento su base volontaria, riservato a persone di età superiore a 18 anni senza appartenenze politiche, dice la legge varata: “devono essere patriottici, leali e avere spirito di sacrificio, disposti a rischiare la vita”. Si prevede che siano 10 per villaggio o insediamento, addestrati per 14 giorni e poi addetti alla sicurezza delle rispettive comunità. Anche se la decisione è stata presa all’unanimità dai parlamentari, non mancano le critiche. La principale è che l’esistenza di civili volontari armati possa peggiorare la situazione: “può esasperare le tensioni e comportare ulteriori abusi sui civili inermi – spiega Corinne Dufka, dell’ong Human Rights Watch – e questo non farebbe che spingere altre persone nelle mani dei jihadisti”.