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Gli autori contemporanei diventano MiTo

I capolavori, per essere tali, devono innovare ma soprattutto rimanere legati alla tradizione perchè la buona musica arriva al cuore di tutti.

Mito
Si è chiusa lo scorso 22 settembre la quinta edizione di MiTo, rassegna musicale che lega con repertori quasi identici le due principali città del Nord: Milano e Torino. MiTo ogni anno, per circa tre settimane, propone al foltissimo pubblico che partecipa ai numerosi concerti un viaggio musicale che è incentrato soprattutto sul grande repertorio classico, ma che si concede altresì incursioni interessantissime nella musica jazz, folk, etnica e contemporanea. Il repertorio e il livello artistico è sempre eccezionale e il costo dei biglietti non sono certo quelli di una prima alla Scala (molti i concerti ad ingresso gratuito). Insomma la ricetta è vincente.

Anche quest’anno, come accennato, il festival ha proposto musiche di autori contemporanei.
Due concerti sono apparsi assai significativi perché, inconsapevolmente o meno non lo sappiamo dire, hanno messo a confronto tradizione e rottura con la tradizione. In un primo concerto svoltosi nelle sale del Museo del Novecento di Milano si sono ascoltate cacofonie di autori ipermaterici e spesso ipercomunisti quali Berio, Castiglioni, Manzoni e Donatoni (fa eccezione il quasi sempre ottimo Ligeti) accostandole a musiche di Bach e Purcell. Lo stridore uditivo ed estetico tra questi due mondi era evidentissimo ed era la prova sonora di uno scivolamento vero il basso di tutta la cultura occidentale che si è fatto particolarmente critico all’inizio del Novecento. Da una parte la voluta mancanza di frasi musicali, la ricercata valorizzazione del singolo suono in sé (ma “composizione” non significa mettere insieme più suoni?), la predilezione per i rumori piuttosto che i suoni dato che quest’ultimi sono anticaglie romantiche, le agogiche impazzite e spesso fastidiose. Dall’altra l’armonia dei suoni, la piena comprensione che il brano aveva un inizio, uno sviluppo e una fine (in molta musica contemporanea il pubblico non sa quando applaudire perché non capisce quando il pezzo è finito), una percezione che quella musica non è ostile, ma c’è quasi un’affinità naturale e quindi amicale tra ascoltatore e compositore.

Un secondo concerto ha invece accostato composizioni di autori contemporanei
viventi provenienti da diverse scuole di pensiero. La serata si è svolta presso il Conservatorio di Milano e si sono eseguite musiche per orchestra di Guo  Wenjing, Ivan Fedele, Salvatore Sciarrino ed Arvo Pärt. Soffermiamoci su questi ultimi due compositori. Il primo ha messo in musica alcuni annunci dei ritardi del treno che l’autore viaggiando ha ascoltato e negli anni ha annotato. Ecco un saggio di questi annunci che sono stati recitati nientemeno che da una cantante professionista nonché docente nello stesso Conservatorio: “Per aumentato ritardo, il treno Ultrastar arriverà con 40 minuti di ritardo. Regionale 618 partirà con 30 minuti di ritardo, causa ritardo del treno corrispondente. Causa guasto tecnico alle infrastrutture ferroviarie, il treno Extracityplus 1846 partirà con 80 minuti di ritardo”. Vi risparmiamo le altre citazioni perché dello stesso tenore. Tali declamazioni erano intervallate dallo sforzo di un’intera orchestra di riprodurre i fischi del treno, lo stridore di ruote ferrate in frenata, lo sbuffare delle locomotive (gli ottoni che soffiavano nello strumento senza bocchino) ed altre amenità onomatopeiche. Dopo un quarto d’ora di sala d’aspetto offerta da Sciarrino, e dopo il pezzo di Fedele, entra un doppio coro e - è il caso di dirlo - la musica cambia.  Arvo Pärt propone una rivisitazione di alcune sue composizioni le quali già nei titoli si pongono rispetto a quelle di Sciarrino in un’altra galassia sonora: “Salve Regina”, “Beatus Petronius”, “Statuit ei Dominus”. Pärt, autore estone, è forse il più eseguito compositore contemporaneo e sicuramente quello che vende più Cd di musica contemporanea. E’ cristiano ortodosso, vive da asceta e le sue musiche pur vivendo di sonorità contemporanee si legano alla tradizione tonale, in particolare a quella modale (gregoriano) che l’anticipa. Vive la musica come una missione spirituale. Tutto questo può essere colto facilmente non solo dal perito orecchio del fine musicologo, ma anche dal reppista di strada più convinto. A riprova di ciò nel concerto al Conservatorio le musiche degli altri compositori sono state accolte con freddezza dal pubblico, eccezion fatta per Ivan Fedele, Part invece è stato travolto dall’entusiasmo della gente che si è recata da lui per farsi firmare autografi quasi fosse una rock-star.

Cosa insegna questa esperienza musicale meneghina?
Che i capolavori per essere tali devono sì innovare ma rimanendo legati alla tradizione. Anzi non c’è innovazione, non c’è musica contemporanea senza un legame con il passato, senza che questa non sia anche musica storica. E inoltre che la buona musica arriva al cuore di tutti, senza tante verbosità tese a spiegare ciò che di sua natura dovrebbe spiegarsi da sé. Altrimenti perché componi?

Sciarrino, come buona parte dei compositori odierni,
non ha nulla da dire di elevato sia perché, così si sostiene, non esiste nulla di alto e nobile, sia perché l’arte non è forma di comunicazione. Seguendo questa logica che sottopone ad eutanasia forzata l’estetica, cosa rimane da affermare in musica se non il banale e il provocatorio? E così libero accesso ai ritardi del treno, alla lista della spesa e a riproduzioni di orgasmi femminili (abbiamo assistito anche a questo). Ma purtroppo non è di questo che ha bisogno il cuore dell’uomo, affamato di bellezza autentica. E dunque in genere l’ascoltatore non può che uscire da un concerto di tal fatta – e il bisticcio di parole è voluto -  assai sconcertato.

In merito poi all’incomunicabilità della musica, c’è da domandarsi prima di tutto
perché questi signori fanno concerti, infliggendo al pubblico sessioni di noia spessa come la nebbia a Milano d’inverno. In secondo luogo il discorso musicale – posto che ne esista uno - è rivestito da un involucro di cripticità impenetrabile. Infatti di solito i commenti pieni di buon senso della gente sono: “Non mi è piaciuto perché non l’ho capito”. Quindi oltre ad un problema di contenuto, c’è anche un problema di forma, cioè di comunicazione del contenuto.

Questi due concerti mettono dunque a confronto due etiche e ed estetiche.
Da una parte c’è quella materialista: mandando in soffitta la metafisica in filosofia, anche l’arte si è adeguata, producendo una musica sen’anima che infatti deprime chi l’ascolta. A margine: le musiche di Donatoni, Berio & Co. ricordano spesso i rumori delle fabbriche e delle officine, perché anche in musica deve valere il detto comunista che è il lavoro, mica Cristo, che libera l’uomo. Dall’altra la scelta di temi elevati di carattere spirituale, come è nel caso di Pärt,  non può che elevare parallelamente chi ascolta, arricchendolo e facendolo diventare sempre meno cosa e sempre più uomo. Più in particolare se togli Dio dall’orizzonte, questo orizzonte diventa asfittico e non è più quello affascinante dell’infinito, ma finisce per coincidere  con quello del balcone di casa tua o dei binari del treno che prendi ogni giorno (Sciarrino ci rivela che la sua casa natale dava sui binari di uno scalo marittimo). Il senso della vita precipita nella stolidità del quotidiano.

Un’ultima nota. I pezzi di Sciarrino e Pärt sono stati prime esecuzioni assolute commissionati
da MiTo per il 150° anniversario dell’unità di Italia. Il brano di Sciarrino è pieno di speranza e infatti si intitola: “Senza sale d’aspetto, verso l’inverno di Italia”. Pärt invece ha scelto la via della musica di carattere religioso per omaggiare l’Italia. E forse ha compiuto questa scelta per ricordarci che noi italici, tanto per rimanere in tema, siamo un po’ in ritardo nel comprendere che le nostre vere radici non sono nel Risorgimento, il quale tra l’altro guarda caso diede un impulso non di poco conto nella costruzione della rete ferroviaria, bensì nella tradizione della cristianità latina.