• 2005-2015

Giovanni Paolo II, contro la dittatura del possibile

Non abbiate paura: la sua frase più caratteristica, vissuta fino alla fine, rende l’uomo, Giovanni Paolo, il Grande. A dieci anni dalla sua morte (2 aprile 2005) possiamo ammirarne la statura. Fu il Papa che sfidò e batté la tirannia del possibile, quella placida rassegnazione pessimista allo stato del mondo. Karol Wojtyla rese il Concilio Vaticano II la rampa di lancio per la Nuova Evangelizzazione.

Giovanni Paolo II

La reputazione dei grandi, spesso diminuisce col passare del tempo. Dieci anni dopo la morte di Sua Santità, il 2 aprile 2005, Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, si staglia ancora più imponente rispetto a quando il mondo intero si radunò al suo capezzale: decine di milioni di uomini e donne in tutto il mondo che si sentirono spinti, e privilegiati, a pregare con lui in quella che egli chiamava una “Pasqua”, un passaggio, la sua liberazione, attraverso la morte, in una nuova vita di libertà nella gloria sfolgorante di Dio tre volte santo.

In questo anniversario, così come nella canonizzazione dell’anno scorso, quel che sembra più memorabile dell’uomo, almeno in questo momento storico, è il suo rifiuto della “tirannia del possibile”: l’idea che, per certe cose, sia semplicemente impossibile agire giustamente, perché siamo legati allo status quo, benché possa non piacerci. Era molto diffusa una rassegnazione demoralizzante nella Chiesa e nel mondo, quando Karol Wojtyla venne eletto vescovo di Roma il 16 ottobre 1978. Il mondo, da San Francisco agli Urali, sembrava diviso, in modo permanente, in due ostili fazioni, ideologicamente opposte e dotate di armi nucleari, che si fronteggiavano sulle linee di demarcazione fissate alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Tredici anni dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica pareva anch’essa divisa in modo permanente e probabilmente condannata a seguire lo stesso destino dell’avanguardia del protestantesimo liberale, che (prendendo a prestito le definizioni di Richard John Neuhaus) stava diventando la retroguardia sulla via dell’emarginazione. Solide convinzioni cattoliche, fondate sul Vangelo, parevano non trovare più spazio nel “mondo reale” della tarda modernità, così come non lo trovava il sogno di un’Europa unita e senza più un muro di Berlino.

Poi, Giovanni Paolo II, che univa un profondo senso mistico a una notevole acutezza, rifiutò di inchinarsi passivamente alla dittatura dell’inevitabile. Dio disse al profeta “Su, venite e discutiamo anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana” (Isaia 1:18). E fu esattamente quel che il 264mo vescovo di Roma si accingeva a fare. Rifiutò di credere che il Vaticano II, il concilio ecumenico che aveva vissuto come un potente lavoro dello Spirito Santo, potesse portare solo a un’incoerenza permanente e a una perpetua divisione nel cattolicesimo; fornendo un’autorevole interpretazione del Concilio, il pontificato di Giovanni Paolo II diede slancio ai corpi vivi della Chiesa e rese il Vaticano II la rampa di lancio per la Nuova Evangelizzazione, per la riscoperta della Chiesa quale impresa missionaria.

Rifiutò di credere che le false idee comuniste sulla persona umana e sulla storia potessero dividere l’Europa in modo permanente; e dando il via a una rivoluzione delle coscienze oltre la cortina di ferro, l’uomo che l’ultimo presidente dell’Urss definì come la “più grande autorità morale al mondo” divenne un liberatore dei suoi fratelli slavi e un precursore di nuove prospettive nelle relazioni internazionali.

Questi enormi risultati – e il loro radicamento nella profonda fede di Giovanni Paolo II – dovrebbero essere ricordati in un momento storico come quello che stiamo vivendo, quando troppi sono tentati dal disperare sullo stato del mondo e non pochi si interrogano sulle condizioni della Chiesa. Per quanto riguarda questi ultimi, coloro che temono un'altra deriva cattolica nell’incoerenza dovrebbero aver fede nell’esperienza maturata dal clero nell’ultimo trentennio, una lezione duratura su come il cattolicesimo possa, non solo sopravvivere, ma persino rifiorire in mezzo alle asperità della cultura post-moderna, se si resiste in una ortodossia dinamica, vissuta con compassione e solidarietà. Giovanni Paolo II sprigionò potenti energie evangeliche nella Chiesa di tutto il mondo, energie che sono riassunte nell’appello di Papa Francesco ai cattolici affinché siano una “Chiesa in missione permanente”. Coloro che vivono apertamente questa chiamata, vinceranno il futuro.

Quanto al mondo, i cristiani decapitati, i siriani innocenti sterminati dalle armi chimiche e un’invasione russa dell’Ucraina sono forti richiami al fatto che un “ordine mondiale”, se non viene preservato, sarà disintegrato. Coloro che sono spaventati da un apparente potere dei malvagi nel mondo di oggi, possono rincuorarsi ricordando ciò che Giovanni Paolo II disse ai giovani di Cracovia, nel giugno del 1979: “Abbiate paura solo dell’incoscienza e della pusillanimità”.

Non abbiate paura: la sua frase più caratteristica, vissuta fino alla fine, rende l’uomo, Giovanni Paolo, il Grande.

*Autore e attivista cattolico statunitense, biografo di San Giovanni Paolo II. George Weigel è direttore degli studi cattolici dell'Ethics and Public Policy Center di Washington DC. Questo articolo è pubblicato in lingua inglese sul Denver Catholic. Traduzione di Stefano Magni