• INTERVISTA

«Gianna Beretta Molla, una santa con un degno sposo»

Una donna moderna, lavoratrice e mamma, che interroga Dio sulla sua vocazione e Lo mette al centro delle sue giornate, tra i figli da condurre a Lui e i malati da trattare come «il corpo di Gesù». Uno sposo, Pietro, che è preso da Gianna come «modello di preghiera e di fede». Per il 60° anniversario della nascita al Cielo di colei che donò la vita per la sua quartogenita, la Bussola intervista Valentina Di Marco, autrice di «Una coppia esemplare: santa Gianna Beretta e Pietro Molla».

Era la mattina del 28 aprile 1962, Sabato in Albis, quando Gianna Beretta Molla nasceva al Cielo, una settimana dopo aver dato alla luce, con la piena consapevolezza dei rischi a cui andava incontro proseguendo la gravidanza, la sua quartogenita (Gianna Emanuela). Una nuova vita frutto di un atto d’amore - quello della santa madre di famiglia nativa di Magenta - tutt’altro che estemporaneo, bensì vertice di un’esistenza costellata di virtù eroiche, come ha accertato la Chiesa nella causa di canonizzazione.

Tali virtù, oltre ad essere confermate dai testimoni, emergono in modo lampante dall’epistolario tra Gianna e il marito, Pietro Molla († 3 aprile 2010), che da anni è fonte di ispirazione per tanti e che è tra l’altro oggetto di un libro fresco di stampa: Una coppia esemplare: Santa Gianna Beretta e Pietro Molla. Il loro cammino coniugale e il loro messaggio oggi (Velar, 2022). Il volume, basato su una tesi di laurea, si concentra sulla vocazione di fidanzati, sposi e genitori di Gianna e Pietro. Ed è scritto da Valentina Di Marco, insegnante di religione e giornalista pubblicista, la cui famiglia d’origine ha conosciuto personalmente la santa di cui oggi ricorre la memoria liturgica. La Nuova Bussola ha intervistato l’autrice.

Sono passati 60 anni dalla morte di santa Gianna. Con tutti i cambiamenti che ci sono stati nel frattempo, che cosa ha da dire la sua santità al mondo di oggi?
Santa Gianna è una donna moderna. Aveva un’autonomia lavorativa, come medico, e un’autonomia negli spostamenti, guidava infatti l’automobile, cosa che ai suoi tempi non era consueta. Le piaceva vestirsi bene, pettinarsi, si faceva aiutare dalla famiglia e dalle collaboratrici domestiche per la gestione dei figli. Insomma, viveva la vita che tantissime donne e mamme lavoratrici vivono oggi. Certo, santa Gianna non è una millennial, come il beato Carlo Acutis, ma rimane un esempio di come la santità possa essere trovata nella quotidianità della propria vocazione. In particolare nel nostro tempo, che vede la famiglia sempre più bistrattata dalla società, santa Gianna - insieme al marito Pietro - ci dimostra che proprio la famiglia può essere un ambito nel quale sviluppare la santità nel ruolo quotidiano di coniugi, genitori e lavoratori.

Santa Gianna dava molta importanza alla vocazione. Visse il periodo del fidanzamento come una verifica di ciò a cui Dio la chiamava?
Certo, Gianna intanto aveva intrapreso la sua vocazione come medico, perché per lei l’essere medico non era soltanto una professione, era proprio un mettersi al servizio dell’altro, diceva che «chi tocca il corpo di un paziente, tocca il corpo di Gesù». E, prima che Pietro irrompesse nella sua vita, aveva intenzione di raggiungere il fratello, padre Alberto, nella sua missione in Brasile. Ma il suo direttore spirituale e anche il vescovo di Bergamo glielo sconsigliarono perché lei era fragile di salute e soprattutto soffriva molto il caldo.

E arriviamo al 1954…
Quell’anno Gianna - seguendo il consiglio del suo direttore spirituale, che l’aveva esortata a formare una famiglia santa - si reca con un altro fratello, Ferdinando, anch’egli medico, a Lourdes, con un treno di ammalati. E lì chiede alla Madonna di farle incontrare l’uomo che il Signore le aveva preparato dall’eternità. Pochi mesi dopo il ritorno da Lourdes avviene finalmente, nel giorno dell’Immacolata, il primo ufficiale incontro con Pietro. Tra i due fino ad allora c’erano stati solo alcuni incontri fugaci e rapidi scambi di saluto tra Magenta e Mesero.

Pietro Molla disse, a metà anni Novanta, che “una delle ‘reliquie’ più toccanti” che conservava della moglie fossero le lettere del periodo del fidanzamento. Perché quelle lettere sono così speciali?
Concordo con l’ingegner Molla, perché le lettere del periodo del fidanzamento sono quelle che prediligo. Emerge innanzitutto il carattere gioviale, coinvolgente, pieno di entusiasmo di Gianna. Lei esprime il suo amore per la natura, il teatro, il ballo, per le cose belle della vita. Però emerge anche un altro aspetto, cioè la fragilità di una donna di 32 anni bisognosa di amore perché orfana di entrambi i genitori e anche timorosa di non essere all’altezza come moglie. Gianna e Pietro vivono il fidanzamento come un tempo per conoscersi, per porre le basi per una proposta seria, per formare una famiglia veramente cristiana, come scrivono loro. Ed è sorprendente che fin dalla prima missiva (21 febbraio 1955) Gianna dichiari di voler essere per Pietro la donna che lo faccia felice, «buona, comprensiva e pronta ai sacrifici». È una donna che prende come modello le donne sante della Sacra Scrittura. Nel loro dialogo c’è la presenza costante di Dio. Lo conferma anche un fatto, fuori dall’ordinario, nel mese del matrimonio.

Quale?
A inizio settembre 1955, Gianna propone a Pietro di fare un triduo nei tre giorni (21-22-23 settembre) che precedono le nozze, partecipando alla Messa e facendo la Comunione, ognuno nella propria chiesa preferita. Invece di lasciarsi sopraffare dalla preparazione mondana - di abiti, fiori, invitati, eccetera - Gianna e Pietro mettono al centro la preparazione spirituale, perché riconoscono che l’amore umano ha fondamento in un Amore più grande.

Le lettere di Gianna e Pietro conservano comunque la loro bellezza - come mostri nel libro - nei sei anni e mezzo di matrimonio. Dall’epistolario si può rinvenire un “segreto”, un filo conduttore della felicità del loro matrimonio?
Il segreto è proprio la presenza costante di Dio, di Gesù, sul quale si basa il profondo rispetto e la profonda stima che Gianna e Pietro hanno l’una verso l’altro. Avevano infatti l’intento di costruire una famiglia che potesse essere un piccolo cenacolo, una piccola chiesa domestica.

Onora il padre e la madre. Oltre ad aver onorato i propri genitori nelle rispettive famiglie d’origine, ricche di fede, si può dire che Gianna e Pietro abbiano poi trasmesso, in modo naturale, ai loro figli l’importanza di questo comandamento?
Sì. Nell’epistolario si leggono sempre parole di grande stima tra i due. Gianna, nelle sue lettere, chiama per esempio Pietro «un santo papà». La stessa cosa, con dei vezzeggiativi verso di lei e il suo essere mamma, è sottolineata da Pietro. Questa stima reciproca, come coniugi e genitori, la trasmettono anche ai figli. Ciò si unisce al fatto che nelle loro lettere emerge l’intento di iniziare i figli alla preghiera, di educarli con la persuasione e l’esempio, nel solco dei valori cristiani.

Dalla documentazione e dalle testimonianze riportate nel libro, risulta chiaro che Pietro è stato degno sposo di una santa. Quali tratti, oltre a quelli di cui abbiamo già detto, si possono sottolineare al riguardo?
Sicuramente la figura dell’ingegner Molla non è affatto da sottovalutare. È proprio Pietro, da dirigente di una grande azienda del territorio che dava tantissimo lavoro, da uomo di scienza e anche di praticità, a usare le parole più poetiche per esprimere l’amore per Gianna e i figli. E a questo proposito, io invito sempre a leggere la “Preghiera dei miei voli”, scritta nel 1959, a seimila metri di altezza, mentre Pietro sorvola il Grand Canyon per un lungo viaggio di lavoro negli Stati Uniti. La bellezza di questo paesaggio naturale ispira Pietro a comporre questa magnifica preghiera di affidamento della sua famiglia a Dio. Pietro, inoltre, condivide e alimenta la spiritualità di Gianna. E stupisce molto il fatto che in alcuni passaggi delle lettere sia proprio Gianna a ispirarsi a Pietro, come suo modello di preghiera e di fede.

Detto da una santa, in effetti, colpisce.
Sì. E Gianna, in un momento di difficoltà, scrive tra l’altro al marito che «il tuo grande amore mi aiuterà ad essere forte». La stima che lei ha nei confronti di Pietro investe anche tutto l’aspetto spirituale. Dunque, lui è stato davvero degno sposo di una santa. Gianna e Pietro dimostrano insieme che la santità, come coppia e come famiglia, esiste. Non hanno fatto cose eccezionali, come miracoli in terra: tuttavia hanno vissuto la fede giorno dopo giorno, in modo semplice, ma maturo e consapevole.

 

Dona Ora

Articoli correlati