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CAUCASO

Georgia, aria di nuova rivoluzione contro la legge "russa"

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Ventun anni dopo la Rivoluzione delle Rose in Georgia, le piazze sono di nuovo piene di giovani. Nel mirino una legge che promette "trasparenza" nelle Ong, ma rischia la deriva autoritaria in stile russo.

Esteri 14_05_2024
Manifestazione di protesta a Tbilisi (La Presse)

Ventun anni fa, la Rivoluzione delle Rose aveva portato la democrazia in Georgia, l’ex repubblica sovietica del Caucaso, precedentemente governata, con metodi autoritari, dall’ultimo ministro degli Esteri sovietico Eduard Shevardnadze. A una generazione di distanza da quella pacifica rivoluzione del 2003, le piazze della capitale Tbilisi si riempiono nuovamente di giovani. Chiedono che venga cancellata una legge inquietante, copiata da una norma russa del 2012 che impone “trasparenza” sui finanziamenti stranieri, ma che potrebbe finire per provocare la chiusura di organizzazioni, associazioni e media indipendenti.

Ieri, lunedì 13 maggio, la legge è passata in tempo record in Commissione Legislativa, con un dibattito durato appena 67 secondi (cronometrati) che pare una riedizione delle sedute del Soviet ai tempi dell'Urss. Questo voto spiana la strada alla terza ed ultima lettura che dovrebbe avvenire oggi, in Parlamento. Il partito promotore, Sogno Georgiano, fondato dal magnate dei media Ivanishvili, già dall’inizio della sua ascesa, nel 2012, passava per il più filo-russo fra i grandi partiti. Con la proposta di questa legge, i sospetti si infittiscono e le opposizioni si mobilitano. Durante il dibattito parlamentare, i manifestanti, al loro trentesimo giorno di protesta, hanno fatto pressioni sui deputati, urlando loro “Servi! Servi!” o “Russi! Russi!” mentre uscivano dalle auto blu.

La polizia ha lanciato una carica e ha ferito decine di persone. I metodi sono stati molto duri: visi insanguinati e tumefatti, ferite compatibili con quelle dei proiettili di gomma (che la polizia nega di aver usato) e circolano video di pestaggi su manifestanti già a terra. Gli arresti sono stati almeno venti.

La legge proposta da Sogno Georgiano prevede che tutte le associazioni, le Organizzazioni non governative e le società proprietarie di media si debbano registrare ufficialmente come “organizzazioni che servono gli interessi di una potenza straniera” se almeno il 20% dei loro fondi arrivano dall’estero. Per il partito di governo si tratta di una misura necessaria a proteggere la sovranità della Georgia e la trasparenza della politica. Ma gli oppositori vedono l’esperienza in Russia, dopo l’applicazione di una legge analoga: in dodici anni sono state chiuse pressoché tutte le associazioni non allineate con il governo, inclusa Memorial, custode della memoria delle vittime del regime sovietico.

Il premier georgiano Irakli Kobakhidze incoraggia la maggioranza parlamentare a non farsi intimidire dalla piazza e si augura che la legge sia definitivamente approvata entro il 14 maggio (oggi, per chi legge). Accusa i manifestanti di «seguire il programma di una minoranza politica». E di dimostrare una “grande irresponsabilità” nei confronti del loro paese.

Ma il premier, così come la maggioranza parlamentare, si trovano contro anche la presidente Salome Zurabishvili, nonostante sia una politica indipendente, ex titolare degli Esteri nei primi anni 2000 (subito dopo il periodo di Shevardnadze), che nelle elezioni presidenziali era sostenuta da Sogno Georgiano. La presidente ha twittato più volte a sostegno della protesta, anche in toni molto sarcastici, come in questo comunicato del 12 maggio: «È molto divertente quando i politici fingono di poter contare su un loro alto quoziente intellettivo e non riescono a contare quante persone c’erano in piazza». Per poi concludere drasticamente: il governo «ha perso la fiducia del popolo». La Zurabishvili ha giurato di porre il veto. Tuttavia, la maggioranza semplice in parlamento è sufficiente per annullare il veto del presidente.

L’iter di questa controversa legge è stato tutto contrassegnato dalle proteste dell’opposizione. Il primo tentativo di introdurla è stato nel marzo del 2023 e già decine di migliaia di persone erano scese in piazza, inducendo il governo a ritirarla e a modificarla. Nell’anno successivo, considerando che le manifestazioni era formate soprattutto da giovani in età universitaria, il governo di Sogno Georgiano ha introdotto alcune misure volte a “comprare” l’elettorato under-25, come il condono dei debiti universitari e altre mance. Ma quando il governo ha riproposto la legge e questa è stata votata in prima lettura dal Parlamento il 17 aprile, allora i giovani sono scesi di nuovo in piazza, in massa.

Due sono le paure principali dei manifestanti. La prima, appunto, è la deriva autoritaria del Paese, sull’esempio della Russia. La seconda è lo stop al processo di integrazione nell’Ue, al cui accesso la Georgia vorrebbe candidarsi. Con una legge simile, la candidatura sarebbe messa seriamente a rischio. I manifestanti sventolano soprattutto bandiere blu-stellate europee, oltre a quelle rosso-crociate georgiane, per far capire chiaramente la loro aspirazione a un futuro nell’Ue. L’82% dei georgiani è favorevole all’ingresso nell’Unione. Di questi, la percentuale più alta è proprio quella dei giovani fra i 18 e i 34 anni: il 93%, la quasi totalità.

Ma è soprattutto la vicina e incombente guerra in Ucraina che scalda gli animi. La maggioranza dei georgiani, a prescindere dal partito, si identifica con i difensori ucraini invasi dalla Russia. Perché c’è una ferita nazionale ancora aperta: nell’agosto 2008, prendendo a pretesto il conflitto locale con i separatisti osseti, la Russia invase la Georgia e in quattro giorni la sconfisse. Le due regioni separatiste sostenute da Mosca, non solo l’Ossezia del Sud, ma anche l’Abkhazia (sulla costa del Mar Nero) sono di fatto annesse alla Russia, anche se formalmente sono ancora riconosciute dalla comunità internazionale come parte della Georgia. Con l’invasione dell’Ucraina, i georgiani temono una recrudescenza della guerra, magari anche una seconda invasione russa. Veder proposta una legge “russa” risveglia l’incubo.