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Pace lontana

Gaza e Israele, a decidere sono ancora i falchi

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L’elezione di Khalil al-Hayya a nuovo capo di Hamas ha un significato politico preciso, vista la sua vicinanza all’Iran e al defunto Yahya Sinwar, mente dell’attacco del 7 ottobre. Ha avuto un ruolo centrale nei negoziati, ma appare più radicale del candidato sconfitto Khaled Meshaal. Intanto Israele continua le operazioni in Cisgiordania e la politica degli insediamenti.

Esteri 22_07_2026
Khalil al-Hayya in un incontro del 2025 con Ali Khamenei (ImagoEconomica)

A Gaza non arriva la pace. Arriva un nuovo leader. A capo di Hamas è stato nominato Khalil al-Hayya. Una decisione che non rappresenta soltanto un cambio ai vertici, ma un segnale sulla direzione che il movimento islamista intende seguire dopo mesi di guerra, distruzione e isolamento internazionale. La nomina di al-Hayya arriva in un momento in cui il conflitto sembra aver consumato ogni speranza. Gaza è devastata, la popolazione civile è stretta tra le conseguenze dell’attacco del 7 ottobre 2023 e la reazione israeliana, mentre i negoziati per una soluzione politica restano fragili e incerti. La domanda che pesa sul futuro della regione è sempre la stessa: chi governerà Gaza quando le armi smetteranno di parlare? La risposta, per ora, non arriva dalla diplomazia sempre più assente, ma dalle stanze interne di Hamas.

Khalil al-Hayya è stato eletto nuovo leader politico del movimento con un’ampia maggioranza, secondo quanto dichiarato da fonti interne all’organizzazione; altre fonti riferiscono, invece, di uno scarto molto ridotto. Il processo elettorale, tuttavia, è rimasto riservato e privo di trasparenza pubblica, una scelta giustificata da Hamas per proteggere i propri dirigenti dopo l’eliminazione di numerosi esponenti politici e militari. La scelta di al-Hayya ha un significato politico preciso. L’uomo che ha assunto il controllo del movimento è considerato vicino all’Iran, storico sostenitore di Hamas e principale alleato regionale della sua linea più radicale. La vittoria su Khaled Meshaal, figura più orientata verso i rapporti con gli Stati arabi del Golfo e verso una possibile apertura con altri interlocutori palestinesi, indica la supremazia dell’ala che punta alla continuità strategica.

Al-Hayya non è una figura nuova nella storia di Hamas. Nato a Gaza City nel 1960, ha vissuto per decenni nella Striscia e ha costruito la propria carriera politica all’interno del movimento. È stato uno dei collaboratori più vicini a Yahya Sinwar, il leader eliminato nel 2024 e considerato una delle figure centrali nella preparazione dell’attacco del 7 ottobre. Poco prima di quell’attacco, al-Hayya aveva lasciato Gaza insieme ad altri dirigenti dell’ufficio politico di Hamas per trasferirsi in Qatar, dove vive tuttora. Durante la guerra è diventato uno dei volti più riconoscibili dell’organizzazione, intervenendo nei momenti decisivi del conflitto e assumendo un ruolo centrale nei negoziati per il cessate il fuoco e per la liberazione degli ostaggi israeliani. La sua figura incarna il difficile equilibrio tra guerra e diplomazia. Da un lato, si tratta di un dirigente di un’organizzazione armata che Israele considera responsabile dell’attacco più grave subito negli ultimi decenni; dall’altro è stato uno degli interlocutori ai colloqui internazionali per la tregua. La sua ascesa avviene mentre Gaza affronta una crisi che va oltre la dimensione militare, investendo anche il piano umanitario e politico.

In quel lembo di terra martoriato, la situazione rimane tuttora drammatica. Intanto Israele accelera la costruzione di una colossale barriera destinata a separare oltre il 50% del territorio già sotto il controllo israeliano dal resto dell'exclave palestinese. In pochi mesi sono stati realizzati oltre 23 chilometri di recinzione, che attraversa città distrutte e quartieri rasi al suolo, ridisegnando la geografia della Striscia. Attorno alla cosiddetta Linea Gialla è stata inoltre creata un'ampia zona di sicurezza, sorvegliata da sistemi con tecnologie avanzate. Israele esclude categoricamente un ritorno di Hamas al governo di Gaza e continua a chiedere il disarmo completo del movimento. Hamas, dal canto suo, rifiuta di consegnare le armi senza garanzie sul futuro assetto politico del territorio e senza l'insediamento di un'amministrazione palestinese.

Ma il conflitto non riguarda soltanto la Striscia. Anche la Cisgiordania continua a rappresentare un fronte di crescente instabilità. Un documento del Ministero israeliano degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali, diffuso nei giorni scorsi, prima della chiusura della Knesset, ha segnalato la presenza di centinaia di giovani israeliani negli avamposti illegali presenti in territorio palestinese. La questione dei territori occupati rimane una delle ferite più profonde del conflitto israelo-palestinese. Secondo le organizzazioni che si oppongono all’espansione degli insediamenti, il sostegno a queste realtà contribuisce ad alimentare tensioni e violenze contro le comunità palestinesi locali. Il governo israeliano, ufficialmente, respinge le accuse e sostiene di voler contrastare ogni forma di estremismo, distinguendo tra cittadini rispettosi della legge e gruppi responsabili di aggressioni.

Oltre alla questione degli insediamenti, in Cisgiordania si è registrato un intensificarsi delle operazioni di sicurezza israeliane e un aumento degli arresti preventivi. Migliaia di palestinesi sono stati fermati, in questi ultimi anni, con l’accusa di essere coinvolti in attività terroristiche, di sostenere gruppi armati o di rappresentare una minaccia per la sicurezza di Israele. Le autorità ebraiche sostengono che queste operazioni siano indispensabili per prevenire nuovi attacchi e smantellare gruppi militanti prima che possano agire. Organizzazioni palestinesi e associazioni per i diritti umani denunciano, invece, un ricorso sempre più ampio agli arresti amministrativi e alle detenzioni senza processo, sostenendo che tali misure possano riguardare anche persone non coinvolte in attività terroristiche.

E così la Palestina è diventata un altro fronte della crisi mediorientale. Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sulla devastazione di Gaza, in Cisgiordania si consolidano nuove fratture che rendono ancora più improbabile qualsiasi soluzione politica. Le due crisi dimostrano che il conflitto non può essere letto soltanto attraverso la dimensione militare: ogni offensiva, ogni attentato e ogni trasformazione territoriale modificano il terreno sul quale dovrebbe costruirsi un futuro diverso. Restano sul tavolo una terra da ricostruire, una popolazione palestinese che chiede sicurezza e dignità, un popolo israeliano segnato dal 7 ottobre e una comunità internazionale chiamata a trasformare gli appelli alla pace in un percorso concreto.

Ma potrà mai scaturire la pace senza un cambiamento politico profondo? Per ora, a Gaza, la pace è una chimera: significa attendere la ricostruzione, la fine dei combattimenti e un futuro ancora tutto da scrivere. In Israele rimane vivo, invece, il dolore di una ferita ancora aperta, quella appunto del 7 ottobre, insieme alla richiesta di sicurezza e alla paura che un simile attacco possa ripetersi. Due società segnate dal trauma, separate dalla guerra e unite dalla necessità di una risposta politica che ancora non è stata trovata.